“Paradise”

A oltre un anno e mezzo dalla vincita del Leone d’Argento alla 73.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva finalmente nelle sale “Paradise” (Ray), scritto (con Elena Kiseleva) e diretto da Andrei Konchalovsky, l’anno scorso proposto dalla Russia per l’Oscar al Miglior film straniero, e presentato al pubblico romano nell’ambito del Tertio Millennio Film Festival 2016.

Il regista russo, autore di film indimenticabili quali “La storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi”, “Maria’s Lovers”, da “A 30 secondi dalla fine” sino a “Le notti bianche del postino”, a Roma ospite del festival, ha ricevuto allora il premio Robert Bresson dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo.

Storie di vita quotidiana durante la Seconda guerra mondiale per ricordare “che questo è stato”. Un dramma (in abbagliante bianco e nero) sui destini incrociati di tre personaggi nel tragico tempo di un conflitto senza precedenti: Olga (intensa Yuliya Vysotskaya), un’aristocratica russa emigrata e membro della Resistenza francese; Jules, un collaborazionista francese (Philippe Duchesne); Helmut (Christian Clauss), un ufficiale di alto rango delle SS.

Ma sebbene ambientato in un lager, non si tratta dell’ennesimo film sulla Shoah ma di una riflessione sul fascino ambiguo del male. Il Paradiso è quello a cui aspirano i tre protagonisti quando si confessano a un giudice-dio-spettatore, in una sorta di tribunale a porte aperte (occhi e mente pure). Oppure il Paradiso promesso e ambito dai fedeli dell’aberrante utopia nazista. L’ambiguità dell’uomo e delle ideologie si confrontano e si confondono nella vita quotidiana del triangolo, lei un’aristocratica russo-francese che sacrifica tutto per salvare dei bambini ebrei ma finisce in un lager; l’altro un collaborazionista francese, forse, per caso, destinato a una brutta fine, il terzo un ufficiale nazista, capace di gesti umani e assalito dal dubbio. E se il film è in bianco e nero, l’opera di Konchalovsky ci avverte che nell’uomo niente è bianco o nero, ma più o meno grigio.

“Non è un film sull’Olocausto ma sul male che seduce – dice infatti l’autore -, un’analisi della burocrazia nei campi di concentramento, una riflessione sulla seduzione del male. Sullo sterminio degli ebrei sono stati fatti centinaia di film, non volevo rifare il camminamento nei lager, visto e rivisto in tanti film, come in un ‘Nabucco’ di Verdi rivisitato”.

Se “Paradise” è formalmente elegante e visivamente ottimo, lo è soprattutto per contrastare la secolare banalità del male che, vista attraverso la quotidianità della ‘vita’ in tempo di guerra, al primo impatto può apparire semplicistica. Ma, invece, diventa universale ed eterna”.

“La parola attualità non mi piace perché con l’arte non c’entra niente – aggiunge il regista – Quale attualità c’è in Dante? Nella Nona sinfonia di Beethoven? L’attualità presuppone un discorso di politica, e la politica cambia ma l’essere umano no. Il dolore resta dolore, il male resta male. Le persone fanno del male perché è così seducente, le persone infliggono un male profondo credendo di fare una cosa giusta, addirittura buona. Io non fornisco risposte ma sollevo delle domande”.

“Paradise” ha vinto altri 15 premi nazionali e internazionali, tra cui Miglior Sceneggiatura (Mar del Plata, Argentina), Miglior fotografia (Aleksandr Simonov), Miglior regia e Miglior Film (Russian Guild of Film Critics) e, oltre questi ultimi due, anche alla Miglior attrice (Nika Awards).

Nelle sale italiane dal 25 gennaio distribuito da Viggo