Così le reti uccidono la memoria

  Con la nomina della sopravvissuta ad Auschwitz Liliana Segre a senatrice a vita, e nell’imminenza della giornata dedicata, il tema della memoria storica torna su tutti i media. L’oblio di quanto avvenuto solo pochi decenni fa è un problema confermato anche da episodi apparentemente banali come l’errore commesso dalla concorrente di un quiz televisivo, che ha indicato quale data dell’eccidio delle Fosse Ardeatine il 1971. Alcune considerazioni e avvertenze sono però opportune, se vogliamo che l’azione svolta soprattutto nei confronti dei giovani sia realmente efficace.

  La prima riguarda l’imprecisa associazione del termine ‘memoria’ ai fatti storici. In realtà sarebbe meglio parlare di ‘conoscenza’: la storia è una disciplina scientifica, con un metodo preciso di indagine, mentre la memoria è un processo individuale di carattere psicofisico soggetto a un’estrema aleatorietà, come gli studi neuroscientifici rendono sempre più chiaro. È questa la ragione per cui, a livello storiografico, la memorialistica viene considerata una fonte utile ma da valutare con attenzione. L’attribuzione alla storia di uno status pienamente scientifico, peraltro, porta con sé il paradosso comune a tutta la ricerca di una ‘verità’ oggettiva davanti alla quale opinioni e interpretazioni perdono gran parte del loro peso, ma della cui provvisorietà siamo consapevoli, poiché la conoscenza ha un carattere progressivo e ‘asintotico’. Si pone poi anche per la storia, si pensi alle polemiche sorte in merito alla Shoah ma anche al genocidio armeno, il problema della trasposizione della verità storica in atto normativo, altro aspetto comune a varie discipline scientifiche (si pensi solo alle politiche sanitarie come le vaccinazioni).

  La seconda considerazione riguarda l’espressione di ‘male assoluto’ attribuita in particolare al genocidio degli ebrei e la qualifica di ‘secolo breve’ data al ‘900: definizioni controverse, com’è noto, che intendono assegnare al nazismo, ai lager, alla seconda guerra mondiale, un carattere di unicità anche rispetto ad altre terribili contingenze storiche. Dobbiamo essere consci che quando si presenta alle nuove generazioni un dato negativo in termini di assolutezza, è fatale che qualcuno ne prenda le parti per esprimere spavaldamente la propria originalità, per affermare la propria individualità contro l’impianto morale condiviso. Quando si affrontano gli episodi grotteschi del nostalgismo giovanile, già di per sé un ossimoro evidente, fino alle forme più caricaturali del ‘neonazismo’, dobbiamo quindi considerarli come una patologica deformazione, più che un semplice deficit, di coscienza storica.

  Un’altra questione  riguarda, com’è oggigiorno scontato, l’overdose informativa dovuta alle reti digitali. In teoria, il web rappresenta una piattaforma ideale per la diffusione dei contenuti culturalmente corretti nell’ambito di cui stiamo parlando, ma il caos normativo e l’anarchia delle fonti rendono le praterie virtuali altrettanto libere e disponibili per i propalatori di qualunque fola, magari mascherata da verità alternativa o da tesi complottistica. In questo coacervo ingestibile, noi siamo viziati dal cosiddetto ‘self selection bias’, che ci porta a ricercare le notizie che confermano i nostri pregiudizi. Oggi, pertanto, è paradossalmente più complicato emendarsi dall’ignoranza e avere un quadro attendibile di quanto è avvenuto nel secolo scorso.

  In ultimo, c’è un problema di comunicazione. Viviamo in una società nella quale l’impossibilità di ‘non comunicare’ statuita da Paul Watzlawick vale in misura esponenziale. Quando ci rivolgiamo a un qualunque destinatario dobbiamo operare uno sforzo non banale di immedesimazione, se vogliamo essere efficaci e ottenere il ritorno atteso dal messaggio che inviamo: pertanto, rispetto alle giovani generazioni, non dobbiamo dare nulla di scontato. La trasmissione diretta a livello famigliare dei grandi eventi del ‘900 è ormai ridotta a quasi nulla, occorre un lavoro molto paziente per sedimentare una corretta conoscenza.

Battista Falconi