Una banale lite tra moglie e marito

           Si era lanciata verso l’ascensore che non era al piano e, senza esitare, aveva imboccato le scale ed era scesa a capofitto rischiando di sbagliare scalino e rotolare giù, magari uccidendosi da sola e sollevando lui da ogni colpa. Uscita sulla strada aveva continuato la corsa dissennata in una direzione presa a caso con lui alle calcagna, perché l’aveva seguita. Non lo aveva sentito né visto correrle dietro ma era sicura che la stava inseguendo; forse per chiederle perdono, per implorarle di dimenticare l’accaduto, non sapeva che gli era preso, non sarebbe successo mai più, mai più. Era una cantilena che conosceva a memoria, fiori, baci, promesse e anche lacrime. Sì, una volta aveva avuto persino il coraggio di piangere. Mai, però, si era spinto così oltre, fino a sfiorare l’orlo dell’abisso. Non sapeva dove stava andando, non si accorgeva quasi di star correndo come una pazza, sentiva solo nella gola la stretta di quelle mani che un giorno l’avevano accarezzata con dolcezza, con passione. La portava l’istinto, l’istinto della preda braccata nella savana e fuggita per miracolo agli artigli del predatore. Il predatore era l’uomo che aveva amato e che neanche in quel momento riusciva a odiare.

            Lui era rimasto per qualche secondo immobile, guardandosi le mani, con la sensazione di essersi svegliato di colpo nel bel mezzo di un brutto incubo. Non ricordava come, né perché, sapeva solo che la aveva presa per la gola e aveva stretto, stretto, finché qualcosa era scattato nelle repentine nebbie della mente, costringendolo a mollare la presa, terrorizzato. Forse il terrore che aveva colto negli occhi di lei e che si era rispecchiato nei suoi lo aveva riportato alla realtà, salvando entrambi. L’aveva vista uscire dalla stanza e aveva sentito, sonnambulo, richiudersi con un colpo la porta d’ingresso. Quel rumore secco e violento lo aveva strappato al paralizzante smarrimento in cui era caduto ed era uscito sul pianerottolo pensando, chissà perché, che lei fosse ancora lì ad aspettare che la raggiungesse per implorarle perdono. Ma lei non c’era e neanche l’ascensore. Ricordò che fin dal pomeriggio l’ascensore era guasto e allora era scesa per le scale, correndo terrorizzata. Sì, terrorizzata, sgomenta, fuggendo dall’uomo che aveva tentato di ucciderla, da lui che l’amava e aveva cercato di strangolarla. Era scesa di corsa, sicuramente, senza guardare dove metteva i piedi e forse era caduta e ora giaceva ferita o morta in fondo alla scala. Maria! Urlò mentre si precipitava giù per le scale. Maria! Forse aveva attraversato la strada senza guadare e una macchina l’aveva travolta per colpa sua. Maria! Maria! Quasi piangeva gridando il suo nome, mai come in quel momento carico per lui di significato, mentre saltellava frenetico sugli scalini che sembrava si moltiplicassero per un diabolico meccanismo man mano che scendeva.

           Com’era iniziata la lite questa volta? Mentre correva, Maria cercava di focalizzare il momento in cui si era scatenata l’aggressione. Una spinta, un’altra e un’altra ancora e prima di ogni spinta si avvicinava quasi a sfiorarla con strafottente aria di sfida.  Lei balbettava ti prego, ti prego cercando di sfuggirgli ma era finita in trappola tra il muro e la credenza, allora era arrivato il manrovescio, la testa era andata a sbattere contro il muro con violenza. Doppio dolore, doppia umiliazione che avevano generato in lei un’impensabile reazione altrettanto violenta e gli aveva sferrato un pugno in piena faccia, poi un calcio che lo aveva costretto a indietreggiare e poi e poi le mani sulla sua gola che stringevano e lei che cercava disperatamente di aprirle, mentre il cuore impazziva e la mente si smarriva nel terrore, finché negli occhi di lui era apparso quello sguardo e aveva mollato la presa. E ora quello sguardo riempiva la via che percorreva con ali di adrenalina nelle gambe. Era lo sguardo sbalordito e terrorizzato di chi vede aprirsi davanti a se il vuoto senza spiegarsi come ci sia arrivato e si ferma un secondo prima di sprofondare. No, non lo poteva odiare ma neppure perdonare come in passato. Non era più disposta a dar ascolto al canto di sirena di quell’uomo, tanto amato, né a essere sua complice. Sì, perché era stata la sua complice, vittima e complice in quel gioco al massacro in cui erano coinvolti entrambi.

           Si fermò davanti al portone e guardò la carreggiata oltre la barriera di macchine parcheggiate, nessuna traccia d’incidenti e neanche di lei. Ha preso verso destra, pensò, verso la metro e in quella direzione la vide correre a non più di duecento metri da lui. La prima reazione di sollievo fu subito cancellata dalla rabbia. “Dove corre, dove corre? Sta andando da mia sorella. Quella puttana non soddisfatta di rovinare la vita al marito vuole rovinarmela anche a me.” E si lanciò come una furia dietro di lei. “Ma di chi è sorella quella stronza? Mia o sua? E lei che ascolta i suoi consigli, non capisce che vuole separarci perché è gelosa? Maledetta stronza!” rimuginava sforzandosi per accorciare la distanza che lo separava dalla moglie in fuga. Doveva raggiungerla a ogni costo, chiederle perdono, farla ragionare. Non poteva finire così, immaginare una vita senza di lei era impossibile. Non era la prima volta che se ne andava dopo una lite, dalla madre o da sua sorella e sempre era riuscito a farsi perdonare. Mai, però era scappata in questo modo e sentiva che se non la avesse raggiunta prima che prendesse la metro, se non la avesse raggiunta e chiesto perdono, l’avrebbe persa per sempre. Questa volta lui aveva esagerato, doveva ammetterlo, ma pensava che l’avrebbe veramente uccisa? Non lo conosceva per caso? Lui era fatto così, si arrabbiava subito e poi gli passava e si pentiva sinceramente. Se lei non lo provocava lui era tranquillo e affettuoso, ma lei aveva quella maledetta lingua, non si stava zitta mai. Voleva sempre dire la sua, voleva sempre aver ragione, come se lui fosse un imbecille che non capiva niente. E la rabbia aumentava la velocità della corsa.

           Ora lo vedeva, l’inseguiva e, anche se non lo avesse visto, sapeva che l’inseguiva. Per ucciderla? No, per implorare perdono come se non fosse accaduto qualcosa d’irreparabile. Poco importava che si fosse fermato appena in tempo, l’intenzione era quella e prima o poi sarebbe successo. Il pensiero di essere uccisa non la terrorizzava più. Se l’avesse ammazzata, parte della colpa sarebbe stata anche sua. Perché aveva lasciato che le cose arrivassero a questo punto? Calci e pugni, parolacce e insulti gratuiti in continuazione non le bastavano? Aveva dovuto aspettare che tentasse di strangolarla per reagire? Era arrabbiata con se stessa per essersi illusa che sarebbe cambiato, che la tenerezza e l’amore che sembravano svegliarsi in lui dopo ogni aggressione, alla fine avrebbero preso il sopravvento e addolcito il suo carattere. Perché l’amore trionfa sempre e lui l’amava e non era cattivo, aveva solo un caratteraccio e se lei a sua volta fosse diventata più saggia, se avessi imparato a capirlo, a non esasperarlo, a non contraddirlo, le cose sarebbero cambiate e il loro matrimonio si sarebbe salvato. “Gli uomini bisogna imparare a prenderli, le ripeteva sua madre, ma tu vuoi sempre dire la tua, devi sempre contestare come quando eri piccola, io non ti ho dato tutte le sberle che avrei dovuto darti ogni volta che facevi storie per qualsiasi cosa, sempre avevi ragione tu, e questo è il risultato.” Non era solo arrabbiata, era soprattutto determinata a riprendersi la libertà e la vita e questa determinazione la spronava. Non poteva permettere che la raggiungesse, non era poi tanto sicura che, davanti a un suo rifiuto di tornare indietro, non avrebbe provato nuovamente a ucciderla e lo sforzo nella corsa aumentava.

           E pensare che lui lavorava come un matto per scalare posizioni nella banca e guadagnare sempre di più, non per se stesso, ma per lei. Per darle tutto quel che voleva, la bella casa, la macchina i viaggi. Voleva che fosse orgogliosa di suo marito. Ma a lei non bastava, voleva l’indipendenza. L’indipendenza! Voleva guadagnare anche lei, contribuire alle spese, avere soldi suoi. E che non erano anche suoi i soldi che lui guadagnava? Le aveva mai fatto storie per una questione di soldi? No, quello che voleva era farsi vedere in giro, farsi ammirare, dimostrare quanto era intelligente, più intelligente del marito che non era capace di guadagnare abbastanza da pagare ogni suo capriccio. E poi voleva che l’ammirassero perché era bella, che altri uomini la desiderassero, forse lui non le bastava, forse voleva un altro, il direttore della banca per esempio. Brutta puttana! E la sua corsa scemava perché la rabbia era arrivata al punto di farlo tremare come se un terremoto gli fosse scoppiato dentro.

           Con un movimento veloce e repentino, le aveva spinta la testa in giù facendole finire la faccia dentro la minestra e aveva premuto mentre lei annaspava per liberarsi, con il brodo che imbrattava la tovaglia e il maglione, bruciando negli occhi che non era riuscita a chiudere in tempo e il naso schiacciato sul fondo del piatto. Per fortuna la minestra si era freddata durante la discussione, altrimenti si sarebbe bruciata, pure! Non ricordava quale fosse stato il motivo che aveva scatenato la sua furia. Nella mente sconvolta i ricordi delle violenze subite si presentavano in una sarabanda infernale, grottesca, umiliante, dove si perdevano le cause che le avevano originate. Forse perché le cause erano troppo banali per poterle ricordare o perché erano semplicemente inventate, frutto di una mente in equilibrio precario, maldestri pretesti per scaricare su di lei la rabbia generata da chissà quali frustrazioni, da chissà quali umiliazioni mal digerite. Lei era diventata il capro espiatorio di un marito che diceva di amarla e intanto riversava sulle sue spalle tutto il male, reale o immaginario, che la vita gli imponeva, trasformandola nello specchio cattivo che rifletteva i suoi insuccessi e perciò doveva essere punita, mortificata, doveva inginocchiarsi supplicando perdono. A lei toccava scontare la pena per le sue impotenze, per i suoi fallimenti, lei era colpevole e basta e doveva pagare. Si domandava perché non aveva mai trovata la forza di sottrarsi a questo gioco perverso, il cui meccanismo ormai le era chiaro. E al posto delle risposte trovava altre domande. Perché lo amava? Perché aveva paura di perderlo e di non sapere che fare della propria esistenza senza di lui? Perché aveva anche lei paura di affrontare la vita e di venire schiacciata? Perché voleva redimerlo? Aveva investito tutta l’energia della sua giovinezza, in un rapporto che ora le appariva malato. Per compiacere quest’uomo, aveva rinunciato a crearsi uno spazio tutto suo nel mondo. Il suo sogno di diventare una giornalista, di scrivere per un grande giornale, era stato mandato in soffitta tra le cose inutili. Aveva avuta la opportunità di fare un tirocinio presso una testata abbastanza importante, grazie alla sua laurea in scienze della comunicazione e all’interessamento di una parente del marito della cognata, ma lui era diventato una furia quando lo aveva saputo e così lei ci aveva rinunciato. Lui si era sempre messo in mezzo, tra lei e le sue ambizioni, tra lei e la sua voglia di crescere, di mettersi in gioco. L’aveva convinta che non ce la avrebbe fatta mai, con le carezze e con le botte e lei si era sottomessa, rassegnandosi ad accettare il ruolo che le era stato imposto. Ma perché? Ma perché? E correva e correva con le domande che le venivano dietro punzecchiandola come spilli arroventati, facendola vergognare di se stessa, senza che nessuna risposta si affacciasse.

           Le colleghe si erano complimentate con lui per la moglie bella ed elegante e anche i colleghi avevano notato quanto fosse carina sua moglie. Qualcuno aveva notato anche la giacca che lei indossava e aveva commentato: “Quella giacca ti sarà costata un capitale.” E a lui quei commenti non erano dispiaciuti, al contrario; ciò che aveva detto il direttore, invece, sì. Quello che aveva detto il bastardo che gli stava mettendo il bastone tra le ruote per impedire che fosse nominato il suo vice, gli era andato di traverso e gli era rimasto conficcato nella gola e, per molto che deglutisse, non riusciva a mandarlo giù e non ci riusciva neppure ora che lei stava fuggendo e se non la avesse raggiunta e convinta a tornare indietro l’avrebbe persa per sempre. Ma come le era saltato in mente di venire a trovarlo in ufficio, tutta agghindata, con i pantaloni stretti e la giacca corta che lasciava scoperto tutto quello che c’è da vedere in una donna! Come l’era saltato in mente?! Voleva farsi ammirare, metterlo in ridicolo, che i colleghi pensassero che aveva per moglie una donna facile, che potevano provarci e che lui fosse un cornuto compiacente? “Volevo farti una sorpresa, andiamo a prendere un aperitivo e poi andiamo al cinema. Ti va? Non usciamo mai.” Gli aveva detto la grandissima stronza e lui, tutto contento, l’aveva assecondata. Avevano fatto come voleva lei e dopo il cinema erano andati a cena e, tornati a casa, avevano passata una lunga notte di amore, come da molto tempo non succedeva. Un filo di qualcosa simile alla tenerezza, variegato di nostalgia e di un mesto senso di perdita, si srotolò nel groviglio della sua rabbia, sorprendendolo, facendo vacillare molte cose di cui era convinto e lanciandolo in un fugace ma intenso smarrimento. Troppo sottile quel filo per non essere schiacciato all’istante dal ricordo del sorriso con cui il direttore si era complimentato con lui, il giorno seguente, per la bella moglie. “Non ce l’ha mai presentata, la tiene nascosta per paura che gliela rubino.” E aveva fatto un gesto scherzoso con la mano come a dire: “Ah malandrino, ti abbiamo beccato.” Lui era rimasto allibito: il direttore, sempre così corretto e misurato, si era lasciato andare a un comportamento degno da un bar di camionisti. Chissà che idea si era fatta quel disgraziato, chissà che pensava di aver capito quel barracuda, forse che sua moglie fosse una escort in cerca di clienti? La colpa, però, era di lei e dei pantaloni troppo attillati e dei tacchi smisurati da puttana. “Non avevo i tacchi” si era difesa quando gliela aveva fatta scontare. “Avevo le ballerine” e giù a piangere “avevo le ballerine” ripeteva mentre tentava di proteggersi il volto con il braccio. In una sorta di flashback cinematografico, rivide la scena, non dalla sua prospettiva mentre si accaniva su di lei che si faceva piccola piegandosi su se stessa, appallottolandosi come un bruco impaurito nel tentativo di offrire al suo aggressore soltanto la schiena ormai insensibile, tanto era abituata alle botte, ma dall’esterno; come se fosse stato uno spettatore che assiste impotente alla vigliacca violenza perpetuata da un uomo su di una donna indifesa. Rallentò sbigottito. Non era lui, non poteva essere stato lui. E ricominciò a correre più veloce di prima, non per raggiungerla, stava cercando di allontanarsi dal brutto tiro che la memoria gli aveva giocato.

           Perché si era allontanata dalle amiche? A questa domanda sapeva rispondere: per paura che loro capissero ciò che era diventata la sua vita, perché era stanca di mentire e di nascondersi. E se non fosse stato per la cognata, sarebbe rimasta completamente sola. Con l’appoggio di sua madre non poteva contare, per sua madre in fondo la colpevole era lei; lei che si prendeva le botte a causa della sua incapacità di comprendere il marito. La cognata, invece, la esortava a indagare dentro di sé per arrivare alle radici della sua sottomissione, del suo autolesionista attaccamento a quell’uomo al quale, benché fosse suo fratello, non risparmiava biasimo. “Non cercare di capire lui, cerca invece di capire perché ti ostini a restare con lui nonostante ti renda la vita un inferno.” Lei la proteggeva nascondendola in casa sua ogni volta che fuggiva da lui, dopo l’ennesima violenza e le parlava a lungo nel tentativo di convincerla a liberarsi, a rifiutarsi di dare ascolto alle sue promesse che non avevano valore alcuno, a lasciarlo. Ma lei la deludeva sempre; dimenticando le loro lunghe conversazioni in cui molti anelli della catena che la legava al suo aguzzino venivano alla luce, ascoltava le suppliche di lui, s’inteneriva davanti al suo pentimento, si lasciava convincere dalle promesse di cambiamento e tornava indietro. Una volta e un’altra e un’altra ancora, in uno sfiancante ripetersi della stessa scena con poche variazioni e identico risultato. Nell’impossibilità di persuaderla a resistere alle lusinghe del marito quando se lo trovava davanti, pentito e supplicante, la cognata aveva pensato di trovare per lei una sistemazione dove lui non potesse raggiungerla e l’aveva trovata.

           Il momentaneo cedimento aveva aumentato il vantaggio della fuggitiva e l’aveva persa di vista, il fatto aveva cancellata la breve presa di coscienza e richiamato vecchi livori. “E’ svoltata a destra, sta andando a prendere la metro che la porta a casa di mia sorella. Quella pettegola boriosa che le riempie la testa di cazzate e lei l’ascolta e torna a casa più sfacciata di prima. La sua maledetta lingua diventa più affilata quando va da lei. Se non fosse per me andrebbe con le pezze al culo, inutile com’è, e invece di ringraziarmi perché la faccio stare in casa a fare i comodi suoi, mi accusa d’impedirle di realizzarsi. Voleva fare la giornalista la stupida. La giornalista! Si crede di essere intelligente e non sta zita mai. Mai, mai una volta che non abbia qualcosa da ridire. Si annoia, vorrebbe fare qualcosa di utile, come se occuparsi del marito che lavora come un matto non fosse qualcosa di utile.” E si gonfiava di rabbia e la prospettiva di non poterla scaricare su di lei, come il solito, lo faceva arrabbiare di più. Questa prospettiva lo riportò al momento, al perché non avrebbe potuto più infierire su di lei per dare sfogo a un ribollimento interiore le cui cause gli erano ignote, non avrebbe potuto farlo più perché lei se ne stava andando, lo stava lasciando, per sempre. Questa volta non era come le altre, questa volta non gli avrebbe dato neanche la possibilità di avvicinarla. Lo sentiva. Da qualche tempo era cambiata, cambiata al punto tale che lui se n’era accorto. Non replicava più quando la sgridava o l’insultava. Abbassava lo sguardo e restava in silenzio. Aspettava che lui si calmasse persino per muoversi. Era insolito in lei. Sembrava che finalmente avesse capito che era meglio stare zitta e lasciarlo sfogare verbalmente per evitare le botte. Ma non era solo questo, qualcosa era cambiato in lei persino nel modo di camminare, aveva la schiena più dritta, sembrava più alta e l’espressione del viso era diversa, dava l’impressione di essere concentrata su qualcosa che richiedeva tutta la sua attenzione. Parlava poco, il suo molesto cicalare non lo disturbava più. Lui sentiva che qualcosa d’irritante mancava ma non ci faceva caso, finché aveva realizzato che le sciocchezze che Maria sciorinava la sera erano cessate. Non solo non gli raccontava più ciò che aveva fatto durante la giornata ma neanche s’interessava a quel che aveva fatto lui. Come non si era accorto che qualcosa di molto serio stava covando in lei. Com’era stato così stupido di non accorgersi che quella donna non era più la donna che conosceva.

           All’inizio non aveva neanche preso in considerazione la proposta della cognata. Le sembrava talmente irrealizzabile che era meglio non pensarci per evitare una delusione; ma l’altra non si era arresa, aveva insistito, l’aveva assillata ripetendo che era una via di uscita inaspettata, che l’opportunità che le veniva offerta significava la salvezza, significava una nuova vita, significava uscire dal tunnel definitivamente. Sarebbe potuta andar via bruciando i ponti. Lasciandosi dietro per sempre un passato umiliante e doloroso.  Nell’immediato, lui non l’avrebbe trovata e se un giorno ci fosse riuscito, lei sarebbe stata forte abbastanza da non lasciarsi raggirare ancora. Non era quello che aveva sempre voluto fare? Ora poteva farlo in sicurezza. A forza d’insistere quella donna, che era forse l’unica persona a volere il suo bene, aveva cominciato a minare la sua riluttanza e un barlume di speranza si era acceso e lei aveva iniziato timidamente a prendere in considerazione l’offerta, a rifletterci su, cercando di tenere a bada la paura di non essere all’altezza, di mettersi in gioco per andare incontro al fallimento. Per la prima volta, dopo tanto tempo, era riuscita a concentrarsi su una possibilità concreta e a vagliare i pro e i contro con lucidità crescente. Senza essere del tutto consapevole della rivoluzione in atto nel suo interno, si era distaccata da tutto ciò che potesse disturbare la sua riflessione, dalle provocazioni del marito in primo luogo. La proposta era in apparenza semplice: un’amica della cognata, titolare di un ufficio stampa, per interessamento della cognata stessa, le offriva un contratto di lavoro, non solo per amicizia, ma perché aveva bisogno di un’altra persona nel suo staff e lei possedeva le competenze. L’ufficio stampa aveva sede a Bologna dove la titolare abitava; era single, aveva un appartamento abbastanza grande ed era anche disposta a ospitarla, finché trovasse un’altra sistemazione. Accettare significava andare a vivere in un’altra città, lontana dal marito, ricominciare, forse la vita le riservava ancora qualcosa di buono. Non rinunciava al suo sogno di diventare giornalista, un giorno lo avrebbe realizzato. Si vedeva già assunta da una testata nazionale, era una fantasia che si permetteva perché anche fantasticare serve per infondersi coraggio. Intanto avrebbe creato un blog dove iniziare a scrivere, era un’idea che covava da un po’ di tempo, senza osare renderla concreta per paura della reazione di lui, se fosse venuto a saperlo. Tutto era troppo bello, troppo, per essere realizzabile e per questo in un primo momento aveva respinto l’idea. Dai sette anni trascorsi con il marito, solo i primi due erano stati felici, nonostante ci fossero già i segni di ciò che in futuro sarebbe successo. Quei segni, che avrebbero dovuto metterla in guardia, li aveva notati ripensandoci dopo, quando il lato oscuro dell’uomo che amava aveva preso il sopravento. Ora non era più la ragazza piena di energia e desiderio di farsi strada nella vita che aveva sposato quell’uomo. Ora era una trentenne stanca, demolita da cinque anni d’inferno; impossibile immaginare da dove avrebbe tirato fuori l’energia necessaria per lanciarsi nell’avventura che le prospettavano e non uscirne sconfitta. L’energia, invece, l’aveva trovata all’improvviso; era venuta tutta fuori con il pugno sferrato all’uomo che le aveva propinato l’ennesimo manrovescio. Quell’energia che da qualche tempo le circolava dentro, silenziosa, rizzandole la schiena e consentendole di soppesare un’idea azzardata ma non irrealizzabile, in quel momento la sosteneva nella corsa non più disperata, non più senza meta.

           Il mesto senso di perdita che lo aveva sorpreso poco prima ricomparve, era una sensazione strana che gli opprimeva il petto e la gola mentre correva. La donna che fuggiva dal mostro era la ragazza che aveva conosciuto e che aveva amato; quella che lui, nella sua follia, aveva tentato di annientare, ma non c’era riuscito e ora risorgeva con tutta l’energia e la voglia di essere che tanto lo spaventavano. Lei era troppo forte, troppo viva, troppo intelligente e bella e lui l’amava e la temeva. Lei gli faceva paura. Una paura irrazionale, ancestrale; lei era il drago che lo avrebbe inghiottito se non la avesse fermata. Era desolato, credeva di star perdendo la donna che amava e invece l’aveva persa molto tempo prima. La aveva persa la prima volta che aveva alzato la mano contro di lei, adesso la stava perdendo per la seconda volta e definitivamente. Le aveva rubata la vita con il suo irrazionale egoismo e se un lume di razionalità non si fosse acceso nella sua mente, l’avrebbe anche uccisa. Soltanto in quel momento prese piena coscienza di ciò che era stato sul punto di compiere e le gambe gli si afflosciarono; la sua corsa stava finendo, gli mancava l’aria, se non si fermava sarebbe crollato. Tremava. Aveva tentato di uccidere la sua Maria. No, non era possibile, non poteva essere stato lui a tentare di strangolarla, era stato un altro che aveva preso il posto suo e quell’altro sarebbe tornato per ucciderla se non la lasciava andare. Solo allora sentì pienamente quanto la aveva amata, quanto la amava. Per sua punizione, l’amore per quella donna venne fuori di colpo come una valanga che lo sommerse. Corse il rischio di annegare in un sentimento troppo grande, troppo intenso per essere sopportato senza soccombere. Un sentimento assoluto e ricambiato, che da sempre gli metteva paura, e per difendersi aveva tentato di distruggere la donna che lo suscitava. Capì che non aveva avuto il coraggio di vivere quell’amore fino in fondo, ringraziando la vita per il dono che gli dava. Si scoprì debole e vigliacco, un bamboccio senza spina dorsale, ma un bamboccio pericoloso, letale, quando cadeva in preda ai suoi fantasmi. Lei era sempre più lontana. Correva verso la libertà, verso la vita e ne aveva tutto il diritto. Restò fermo a guardarla finché scomparve. “Sta scendendo la scala della metro, tra mezz’ora sarà da mia sorella” pensò e, lentamente, tornò indietro.

Gladis Alicia Pereyra