All’Opera di Roma “I Masnadieri” dal tenebroso finale

 

  Va in scena all’Opera di Roma, domenica 21 alle 20, una delle opere meno eseguite del repertorio verdiano, I masnadieri: come del resto sembra confermare la data dell’ultima sua rappresentazione nello stesso teatro, risalente al lontano 1972.  Allora era diretta da Gianandrea Gavazzeni, che in questo titolo doveva credere molto, dal momento che la portò anche al Maggio Fiorentino e ne fece oggetto di un saggio nella raccolta Non eseguire Beethoven. Il soggetto era tratto da Schiller e ruota intorno alla vicenda dei due fratelli della potente famiglia Moor, l’onesto Carlo e il perfido Francesco, entrambi innamorati della stessa donna, Amalia: va da sé che lei preferisca l’onesto Carlo, che si è dato alla macchia per non si sa quali peccatucci, diventando capo di una banda di gente che, come lui, ce l’ha contro l’ordine costituito: oggi si direbbero contestatori. Solo che non ci vanno con la mano leggera a giudicare da questi versi: Le rube, gli stupri, /Gl’incendi, le morti, /Per noi son balocchi, /Son meri diporti. Il perfido Francesco cerca d’ammazzare padre e fratello, senza riuscirci. Sarà invece lui a liberare tutti della sua ingombrante presenza  (c’è già un anticipo di Jago in questo personaggio) A questo punto nulla osta alla felicità di tutti, i due innamorati, il padre che riabbraccia il figliolo buono. Invece no. I masnadieri non vogliono mollare il loro capo, Amalia si dichiara pronta a condividere l’esistenza grama dei masnadieri, ma Carlo obietta che non può trascinarla nel fango. Allora uccidimi, dice lei: e lui lo fa, poi si avvia dal giudice per farsi condannare a morte. Il pubblico londinese, alla prima dell’Her Majesty’s Theatre, il 22 luglio 1847 rimase un po’ sconcertato da questa conclusione volutamente volta al tragico, quando poteva concludersi pacificamente: magari, ipotizzava  Massimo Mila nella Giovinezza di Verdi, “distribuendo ai masnadieri le terre e trasformarli in piccoli proprietari agricoli, e il dramma si sarebbe chiuso con soddisfazione generale. Lo spettacolo della disperazione, nella musica di Verdi, è sempre emozionante, ma muove un po’ meno quando, non per colpa sua, non si riesce a intendere le ragioni della disperazione”. C’è da dire che anche il librettista ci mise molto del suo per ostacolare l’evoluzione artistica del giovane maestro, che l’aveva scelto per superare  la rozzezza dei precedenti libretti. Andrea Maffei era noto come un raffinato autore di endecasillabi, purtroppo non era uomo di teatro, e per colmo ritenne che un libretto d’opera dovesse essere il più scarno possibile, che tanto al resto ci doveva pensare la musica.

Il regista Massimo Popolizio con Stefano Secco® Yasuko Kageyama

  La prima di Londra, con la svedese Jenny Lind, l’usignolo del Nord, ottenne, se non un trionfo, un buon successo, con Verdi sul podio (dopo molte preghiere). Al Teatro Apollo di Roma  ci fu quella italiana il 12 febbraio 1848, e chissà che l’atteso ritorno non renda finalmente giustizia all’alta opinione che di questo lavoro aveva Gavazzeni, non nuovo a questo genere di riscoperte.

  L’opera sarà diretta da Roberto Abbado, regia di Massimo  Popolizio, scene di Giorgio Tramonti, Costumi di Silvia Aymonino. I principali interpreti: Riccardo Zanellato, Stefano Secco, Artur Rucinski, Roberta Mantegna, Saverio Fiore, Dario Russo, Pietro Picone.

  La prima sarà preceduta il 19 da un’anteprima per gli studenti, repliche il 23 alle 20:00, il 27 alle 18:00 il 31 e il 2 febbraio alle 20:00, il 4 febbraio alle 16:30.

Ivana Musiani