“Tutti i soldi del mondo”

“Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott si ispira ad uno dei rapimenti più sconvolgenti del Novecento, soprattutto per l’atteggiamento preso dall’uomo più ricco del mondo Jean Paul Getty – non pagare i rapitori e salvare la vita del nipote adolescente -, ma anche perché ebbe luogo a Roma nel 1973. Però anche il film sarà ricordato perché è stato il primo coinvolto nella serie di denunce a catena per le accuse mosse al protagonista Kevin Spacey per molestie sessuali a giovani colleghi. Infatti, rapidamente Scott e la produzione, a film ultimato, hanno deciso di girare di nuovo sostituendolo completamente con l’attore premio Oscar Christopher Plummer (visto nel ruolo di Scrooge nel recente “Dickens – L’uomo che inventò il Natale”), che oltre al fisico ha l’età del ruolo.

Infatti, sono state rigirate in tempo record (9 giorni) – fra Roma e Londra – le scene con Getty/Spacey, a cui hanno partecipato anche tutti gli attori che lo affiancano, e non erano certo poche.

Sceneggiato da David Scarpa (produttori, regista e attori concordano sull’ottimo copione), basato sul libro di John Pearson “Painfully Rich: The Outrageous Fortune and Misfortunes of the Heirs of J.Paul Getty”, più che sul rapimento “Tutti i soldi del mondo” si rivela un film sui ‘soldi’, appunto, che non si vedono ma muovono i fili del mondo, che regnano (averne sempre di più equivale ad avere più potere su tutto e tutti) e condizionano non solo su chi li possiede ma soprattutto su chi non ce l’ha e vorrebbe averne. Getty si credeva, infatti, la reincarnazione dell’Imperatore Adriano tanto da ricostruirne la sua villa a Los Angeles.

Roma, 1973: alcuni uomini mascherati rapiscono un ragazzo di nome John Paul Getty III (Charlie Plummer), nipote del magnate del petrolio Jean Paul Getty (sempre immenso Plummer, nessuna parentela col ‘nipote’, affermano gli autori), noto soprattutto per essere l’uomo più ricco del mondo e al tempo stesso il più avido. Il rapimento del nipote preferito, comunque, non è per lui ragione sufficientemente valida per rinunciare a parte delle sue fortune (“pagando poi metterei a rischio rapimento gli altri miei 11 nipoti”, si giustifica). A questo punto, l’ex nuora e madre dell’adolescente, Gail (Michelle Williams) – con l’aiuto dell’uomo della sicurezza del suocero, ex agente Cia e negoziatore Fletcher Chace (Mark Wahlberg) – è costretta a una sfrenata corsa contro il tempo per raccogliere i soldi, pagare il riscatto (vista la reticenza del nonno, sceso da 17 a 4 milioni di dollari) e riabbracciare finalmente il figlio Paul, del quale fino ad allora ha avuto solo “un orecchio”.

Una vicenda pubblica e privata che sconvolse il mondo per aver rivelato a tutti una dura e incredibile verità: che si può amare di più il denaro (potere) che la propria famiglia. Ma si tratta anche di un fatto di cronaca realmente accaduto e divenuto un caso mediatico mondiale (e allora c’erano solo stampa e televisione, da noi e in Europa nemmeno a colori).

Infatti, il regista non era interessato a un film sul rapimento, almeno fino a quando non ha letto la sceneggiatura: “Il nome di Getty – dice Scott – evocava in me un ricordo specifico, ovviamente sapevo chi fosse e ricordavo il caso ma non ero particolarmente interessato. Ma poi ho letto qualche riga e, dopo aver incontrato Dan e Bradley (i produttori Friedkin e Thomas ndr.), sapevo di essere in buone mani. Una sceneggiatura bella come questa è una vera perla rara. Dopo averla letta ho pensato ‘wow’. Il materiale di partenza e la sceneggiatura erano fantastici e ho deciso che avrei fatto il film”.

Non è un caso se il centro del film (tre nomination al Golden Globe) è Getty Sr. e la sua filosofia, la questione è “essere ricco non diventarlo”, diceva, e poi aggiungeva “chi è miliardario non riesce a contarli”. Infatti, lui non li contava ma li vedeva aumentare sulla striscia della telescrivente: “Aveva fegato e cervello – precisa l’autore di “Alien” e “Blade Runner” -. Non vai in Medio Oriente nel 1948 e compri diritti petroliferi e terreni a meno che non hai coraggio e intelligenza. Era un uomo geniale, ma questo aspetto sparì di colpo quando gli venne chiesto quanto avrebbe pagato per suo nipote e lui rispose: ‘niente’. Tutti rimasero profondamente scioccati. Ma in questo modo lui stava mandando un messaggio anche ai rapitori. I rapitori sono essenzialmente terroristi e oggi i governi non negozierebbero con loro”.

E se l’ambientazione italiana può sembrare artefatta (l’inizio a Via Veneto vuol rendere omaggio a “La dolce vita”) è naturalmente quella vista dagli autori, che l’hanno frequentata proprio quarant’anni fa; la Calabria dell’ndrangheta rivisitata sulle colline di Bracciano non disturba più di tanto (anche gli spaghetti western ricostruivano gli States fra il Lazio e l’Almeria), e anche altre produzioni lo fanno per ragioni pratiche o di budget; mentre il punto debole è l’incontro con le Brigate rosse e, forse, lo scontro finale tra forze di polizia e criminali, che oltretutto non è veritiero. Però dato che non si tratta di un film d’azione né di un vero biopic, si rivela una degna ricostruzione per riflettere sul tema. Inoltre, la durata di oltre due ore (133’), non offre tempi morti e ricostruisce episodi chiave nella famiglia e del suo patriarca. Il vero peccato è la versione italiana con un doppiaggio piatto e freddo che probabilmente soffoca le emozioni.

Nel cast anche il francese Romain Duris (Cinquanta), Timothy Hutton (Oswald Hingle), Andrew Buchan (Jean Paul Getty II) e, in ruoli cameo, alcuni attori italiani, non sempre azzeccati e/o all’altezza, il più giusto ci è sembrato Marco Leonardi (Mammoliti), Giuseppe Bonifati (Giovanni Iacovoni), Nicolas Vaporidis (il Tamia), Andrea Piedimonti (Corvo), Guglielmo Favilla (Piccolino), Paolo Bernardini (ispettore), Nicola Di Chio (autista), Giulio Base (medico legale), Olivia Magnani (donna fattoria) e Francesca Inaudi (prostituta).

Nelle sale italiane dal 4 gennaio distribuito da Lucky Red