Corpo e Anima

Orso d’oro al 67° Festival di Berlino, arriva nelle sale col nuovo anno il folgorante “Corpo e anima”, sceneggiato e diretto da Ildikò Enyedi, che narra l’incontro prima in sogno poi nella realtà di due solitudini. Una storia d’amore straziante e commovente, inedita e sconvolgente. Amore e psiche nel terzo millennio dell’iper-comunicabilità (virtuale), lui ha chiuso con le relazioni, lei non possiede nemmeno un cellulare, la loro storia nasce da un sogno comune, appunto, e si sviluppa attraverso gesti e sguardi, dubbi e paure, per (ri)scoprire un amore istintivo e platonico, nascosto e represso che sembra non dover esplodere mai.

Endre (Géza Morczanyl), maturo direttore amministrativo di un mattatoio industriale ungherese, è sospettoso nei confronti di Mária (sorprendente Alexandra Borbély), nuova responsabile del controllo qualità: pensa che la giovane sia eccessivamente formale e troppo concentrata su se stessa; crede anche che sia troppo severa nel valutare la qualità delle carni. Però, semplicemente, Mária applica sul lavoro lo stesso ordine che utilizza nella gestione della sua vita.

Nel corso di colloqui di routine con tutto il personale – dopo la sparizione di una specie di afrodisiaco usato nei tori -, una psicologa scopre che Mária ed Endre condividono lo stesso ricorrente sogno (due cervi sulla neve in un bosco). Entrambi introversi, non sanno che cosa significhi e si sentono a disagio. L’indomani verificano un’altra volta: hanno fatto ancora lo stesso identico sogno. Diventa così chiaro che Mária ed Endre si incontrano ogni notte in un territorio comune: una foresta innevata, calma, dove sono una coppia di  leggiadri cervi che, forse, si amano…

Fanno da contrasto tra i due mondi i corpi macellati dei bovini, mostrati attraverso particolari che fanno più effetto dell’intera macellazione, dato che anche i protagonisti sono menomati (nel corpo e nell’anima), lui ha il braccio sinistro paralizzato; lei psicologicamente è rimasta  una bambina (frequenta ancora lo psicologo infantile).

Il loro rapporto sarà dunque difficile, fra attrazione e rifiuto, illusione e delusione, desiderio e repulsione, ma, forse, alla fine troverà un suo equilibrio. Un dramma contemporaneo, intrigante e inquietante, sobrio e austero come i suoi protagonisti che evita egregiamente le cadute nel ‘sentimentalismo’ e/o nell’onirico dozzinale.

La regista, infatti, non solo si dimostra degna erede dei maestri della ‘nova ulna’ anni Sessanta – che partita dall’allora Cecoslovacchia coinvolse tutti i paesi dell’Est -, ma sfoggia uno stile a metà strada fra Robert Bresson e il Louis Malle dei primi capolavori. Usa i colori ora caldi ora freddi per ricreare la giusta atmosfera, ma anche gli stati d’animo dei personaggi, con l’aiuto del direttore della fotografia Màté Herbal.

Affiancano i due ottimi protagonisti, Ervin Nagy (Sàndor), Réka Tenkl (Klara), Zoltan Schnekler (Jenò), Itala Békés (Zsoka, donna delle pulizie), Tamàs Jordàn (psicologo di Maria), Eva Bata (moglie di Jenò), Pàl Màcsal (l’ispettore).

Nelle sale italiane dal 4 gennaio distribuito da Movies Inspired