Il tavolo felice

     Non posso soffrire quelli che vivono di ricordi e passano il loro tempo rievocando il tenero cinguettio degli uccellini o il dolce tepore dell’aprile. Anch’io a suo tempo l’ho apprezzato, anche se non mancavano gli inconvenienti: per esempio, quando il sole d’agosto cominciava a prosciugarmi le radici, non c’era molto da stare allegri.

     Il fatto è che sono un tipo pratico, io: mi piace vivere nel presente, senza rimpianti per il passato, anche perché le soddisfazioni non mi sono mai mancate. A ogni primavera mi riempivo d’una nuvola di bianchi fiori, che poi si tramutavano in splendidi frutti: le mie ciliegie erano le più rosse e polpose non solo di Palma di Montechiaro – dove crescevo nell’orto del comandante la locale stazione dei carabinieri – ma di tutta la Sicilia.

     Quando fui tagliato, al massimo del mio sviluppo, un abilissimo artigiano mi trasformò in un tavolo rotondo per sei commensali, suscettibile di allungarsi sino ad ospitarne il doppio.

     Da allora molti pranzi si sono consumati sopra di me, non tutti nella stessa casa, perché è trascorso più di mezzo secolo da quando fui convertito in tavolo: fui acquistato una prima volta, rivenduto, ricomprato, ceduto, ereditato – sono i casi della vita – ma sempre trattato con la considerazione che meritavo. E poiché a noi mobili l’età ci nobilita, mi trovo attualmente esposto nella vetrina d’un noto antiquario del centro, tutto tirato a lucido da un recente restauro. Osservo con pigrizia il via vai dei passanti. Molti si fermano a guardarmi, molti entrano per conoscere il prezzo, ma poi se ne vanno dicendo che devono ripensarci. Non per vantarmi, ma il mio valore di mercato è molto alto. Io non ho fretta di lasciare il negozio dell’antiquario, dove posso riposarmi tutto il santo giorno, mentre la mia vanità è appagata dalla palese ammirazione dei passanti, però mi rendo conto che non potrò restarvi in eterno.

     Ora che vi ho detto tutto di me, non vi pare che la mia esistenza sia stata ben vissuta e che non vi sia spazio per i rimpianti? Questa è appunto la mia convinzione, anche se sempre più spesso – sarà colpa dell’età avanzata – mi prende a tradimento il ricordo della figliola più piccola del maresciallo di Palma di Montechiaro, una cara bambina di nome Nuccia, così linda e garbata che alla fine dell’anno scolastico le assegnavano sempre il diploma in igiene, pulizia e condotta.

     Nuccia trascorreva la maggior parte del suo tempo nelle mie vicinanze e, quando quei dispettosi dei suoi fratelli l’avevano tormentata più del solito, veniva a piangere con la testa appoggiata al mio tronco. Io allora cercavo di consolarla facendo piovere su di lei i petali dei miei fiori se era primavera o, se era più in là nel tempo, mandando in basso qualche ramo carico di frutti. E’ la prima volta che confesso queste mie trascorse  debolezze,   perciò vi prego di tenervele per voi, perché non vorrei passare per quello che non sono: un sentimentale.

     Purtroppo la perdetti presto perché il papà fu trasferito a Roma, ma non l’ho mai dimenticata. Anzi, poiché anch’io mi trovo nella capitale, spesso mi sorprendo a fantasticare: “E se Nuccia passasse per questa via e le servisse un tavolo?”. Osservavo con interesse, dalla vetrina, le signore che potevano avere la sua età, sicuro di riconoscere anche dopo tanti anni il suo inconfondibile sguardo chiaro e onesto.

     Un giorno, un bellissimo giorno, il più bello della mia vita, Nuccia si trovò a passare nella strada dov’ero esposto. Come mi vide si fermò, mi esaminò a lungo, poi entrò nel negozio dell’antiquario chiedendo quanto costavo. Quando sentì la cifra – un prezzo giusto, anzi, al di sotto del mio valore, ma il mercato era stagnante – storse la bocca e chiese di vedere altri tavoli, che però non le piacquero. Se ne andò dicendo, come tutti, che ci avrebbe ripensato.

     E così, non mi aveva riconosciuto! La seguii con lo sguardo velato di lacrime, e la vidi entrare dal mobiliere di fronte, ma per fortuna ne uscì quasi subito. Ahimè, come farla tornare indietro? E’ davvero un’ironia della sorte possedere quattro gambe e non poter muovere un solo passo per rincorrere la persona cara.

     Non mi restava che tentare la trasmissione del pensiero, con la quale sino a quel momento mi ero sempre esercitato con successo allo scopo di allontanare gli acquirenti antipatici. Dopo cinque giorni d’intensa concentrazione, Nuccia è tornata, ma non giurerei che il merito sia tutto mio, perché cominciò a tirare selvaggiamente sul prezzo, facendo arrabbiare il proprietario, con tutto che erano dieci giorni che non concludeva un affare.

     Con mia grande costernazione, Nuccia aveva già oltrepassato la soglia del negozio, quando fu rincorsa dall’antiquario, da cui riuscì a ottenere un ulteriore sconto. Così mi ricongiunsi a Nuccia, sia pure con un po’ d’amaro in bocca, ma che importanza aveva, dal momento che avevo raggiunto il mio scopo? E tuttavia, ero lontanissimo dall’immaginare la sorpresa che mi attendeva non appena fui introdotto nella casa di Nuccia. Al mio apparire, dal suo studio si alzò un fitto bisbigliare, che diveniva sempre più alto, sino a esplodere in strilli festosi: “Nonno, nonno, nonnino caro!”. Erano i noccioli delle mie ciliegie che, divenuti a loro volta adulti, erano stati utilizzati nell’industria del legno: ora avevano l’aspetto di un’imponente libreria che faceva onore al loro capostipite.

     E’ meraviglioso vivere circondati dall’affetto dei nipoti, in una bella e confortevole casa, con la ritrovata amica d’un tempo, che continua a far onore ai vecchi diplomi di igiene, pulizia e condotta: sempre di buon umore e sempre con la pezza di lana in mano per tenermi lucido. Dite la verità, conoscete un tavolo più felice di me?

Mamma Oca