Per due giorni il bello ed emozionante film di Pappi Corsicato “L’Arte viva di Julian Schnabel”

Reduce del successo di pubblico e critica al Tribeca Film Festival approda in uscita evento – solo per due giorni – il bellissimo documentario scritto e diretto da Pappi Corsicato “L’Arte viva di Julian Schnabel che racconta la vita personale e la carriera pubblica del celebre artista e regista che, attraverso la sua opera, è diventato una superstar nel mondo dell’arte internazionale. Un ritratto dell’artista e dell’uomo, diverso e coinvolgente, emozionante e commovente – lui stesso piange dopo una riuscita scena di un suo film -, mostrando Schnabel al lavoro o con la sua famiglia, con i figli di diverse madri e con gli amici.

Per l’occasione abbiamo incontrato l’autore ci ha raccontato la genesi del suo docu-film.

“L’avevo conosciuto negli anni Ottanta quando ero a New York – confessa Corsicato – ma come artista, poi quasi quindici dopo l’ho conosciuto di persona – quando già aveva fatto ‘Basquiat’ e ‘Prima che sia notte’, film meravigliosi – da Francesco Clemente, artista napoletano che vive a New York. Anche già negli anni Novanta avevo realizzato di documentari sull’arte, però mi considero più fruitore che esperto”.

“Sembra che Julian ami tutto quello che tocca… – afferma l’autore – e lo fa diventare grande arte! E’ affascinante. Ama i suoi film, i suoi dipinti e la sua arte. Mi fa pensare al giovane che diventa un magnate, regna sugli affari e poi costruisce un palazzo enorme – un po’ come Orson Welles in ‘Citizen Kane’ (Quarto potere ndr.). Un po’ cialtrone ma superenergetico, una forza della natura, costruisce sempre ed è sempre in movimento, ha tante mogli e figli, spinge gli amici a fare delle cose, non scinde la vita privata da quella pubblica. Nel caso di Julian, lui diventa grande artista e grande regista ottenendo successo in entrambi i campi. E giunge al culmine costruendo un enorme palazzo nel centro di Manhattan! Nel campo dell’arte è un esempio – una metafora – del Sogno Americano. Se credi in te stesso, la tua energia e la tua concentrazione ti porteranno ovunque tu voglia andare”.

“Per il documentario su di lui pensavo a qualcosa come ‘Rapporto confidenziale’, sempre di Welles, ma era impossibile bloccare Julian, i suoi amici o la sua famiglia allargata. Infatti, mi ha trascinato nel suo mondo, da New York alle isole Li Galli, dove gli ho fatto la proposta sul documentario, ma mi disse che non amava queste cose, che aveva persino bloccato un documentario della BBC perché non gli era piaciuto, dato che lui è attentissimo alla sua immagine. Alla fine mi disse ‘vediamo cosa possiamo fare’. Affitto due telecamere e faccio venire il mio assistente ma non la troupe, visto che sarebbe stato impossibile averne una per tutto il tempo che abbiamo girato. A quel punto c’è stato lo shock per la morte del suo caro amico Lou Reed, e quindi abbiamo rimandato ancora, ma visto che ero al Memorial, Laurie Anderson e altre persone che conoscevo mi hanno permesso di riprendere. Poi, passato un anno, l’ho seguito a San Paolo, Parigi e in altre occasioni, ormai sembrava deciso a farlo, tanto che abbiamo cominciato a fare una mappa delle persone da intervistare, probabilmente era meno teso, meno depresso e si fidava di più perché nel frattempo eravamo diventati amici. Comunque ho intervistato la metà della lista, poi in fase di montaggio tagliate altre, visto che da 80 ore di girato me ne servivano soltanto 80 minuti, altrimenti sarebbe venuta fuori una serie”.

“Durante il montaggio mi sono concentrato sulla linea emotiva – prosegue il regista -, una sorta di link sulle emozioni, mentre di solito si usa quella descrittiva. Sono intervenuto sul punto di vista personale e sui punti di vista in comune, i rapporti padre-figli, di fronte ad un’arte libera, sull’uso del colore. E’ stato come girare una ‘detection’ su Julian e ho scoperto che la sua arte l’ho capita più attraverso i suoi film che sulla pittura, è un prolungamento di quello che fa. Alla fine quello che doveva essere un lavoro divertente è diventato più emozionante anche per me, usare le cose e la mia idea su Julian. Io di solito lavoro sull’estetica e sulla finzione ma non in questo caso. Infatti, questo mi ha permesso di sperimentare e imparare altre cose, vivere altre emozioni. Per me non è un documentario ma un vero film”.

Infatti, lo speciale punto di vista nato dall’amicizia decennale e il suo sguardo autoriale hanno permesso a Corsicato di realizzare una descrizione intima ed emozionante dell’approccio estroverso e anticonvenzionale di Schnabel nei confronti del lavoro e della vita: l’amato pigiama di seta – che in realtà una sorta di pareo -, la dimora di Montauk a Long Island e quella nel palazzo in stile veneziano nel West Village di Manhattan, progettato e costruito da lui stesso.

“Julian molte volte è controverso, ingombrante, aggressivo – conclude Corsicato -, tante altre volte molto sensibile, soprattutto se gli chiedi sulle sue cose, per tanti aspetti mi ricorda Lucio Dalla, persone talmente aperte che danno anima e corpo, ma devi entrare nel loro mondo. In natura Julian lo trovi molto rozzo, duro, ma alla fine ti ritrovi un’amicizia molto presente. Viene visto come artista strano, personaggio creato, odiato per il suo carattere, ma si è molto esposto col cinema. Gli piace avere a che fare col mondo del cinema che lo ama e lui adora la cultura europea. Il mio è uno sguardo sull’artista, per metterlo a fuoco, per capire e far capire che per essere artisti creativi bisogna essere concentrati su quello che si fa. Nella sua famiglia si adorano tutti, non esiste il rapporto padre-figli ‘normale’, e Julian è molto dedito a questo e quando ci sta, ci sta molto. In tutti loro non c’è l’idea della famiglia convenzionale, ma sono molto legati. In lui c’è un lato superaffettuoso, magari a tratti”.

Il tutto viene raccontato nel film attraverso materiale di repertorio, un lavoro di ricerca negli archivi personali di Schnabel, le testimonianze di amici, familiari, attori e artisti, tra i quali Al Pacino, Mary Boone, Jeff Koons, Bono, Willem Dafoe, Héctor Babenco – il rimpianto regista di “Pixote” -, Jean Claude Carrière e Laurie Anderson, a cui si aggiungono le nuove riprese – durate circa due anni -, da New York a San Paolo del Brasile e Parigi, dove si sono tenute delle mostre monografiche.

Un documentario che l’artista ha permesso di fare ad un amico, di cui si fida e che lo ha seguito nei suoi spostamenti quotidiani, al lavoro, con i figli, in vacanza. E non mancano gli approfondimenti sulla sua passione cinematografica che l’ha portato anche a realizzare film come “Basquiat” (1995), oltre al pluripremiato “Prima che sia notte” (2000, Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia), con Javier Bardem, e “Lo Scafandro e la Farfalla” (2007, Miglior Regia al Festival di Cannes, due Golden Globe e la nomination come Miglior regista agli Oscar).

Attraverso questo documentario ‘originale’, ritratto ammirato e affettuoso di Julian Schnabel, Corsicato afferma anche la propria idea dell’Artista, identificando in lui la perfetta incarnazione di chi dedica la propria energia e la propria vita all’Arte della Creatività.

“Dopo nove mesi di montaggio – chiude Corsicato sulla reazione di Schnabel al film – gli abbiamo mandato un premontato e ricordandoci del rifiuto alla BBC eravamo terrorizzati. Ma la sua telefonata non arrivava mai! La causa era il fuso orario, finalmente ci chiama ed era super emozionato, felice, quella è stata la più bella reazione al documentario”.

“L’arte viva di Julian Schnabel” è già stato visto in diversi festival, e in sala a Lisbona e Barcellona.

Nelle sale italiane il 12 e 13 dicembre distribuito da Nexo Digital