“Suburbicon – Dove tutto è come sembra”

George Clooney affronta stavolta da regista una commedia nera – anzi nerissima – sull’America degli anni Cinquanta (non solo) da una sceneggiatura dei colleghi e amici fratelli Coen (‘rielaborata’ dal regista con Grant Heslov), che rivela il vero cuore del Grande Paese, nascosto sotto una pattina di perbenismo e ipocrisia, una storia vera che però sembra inventata. Naturalmente, in “Suburbicon – Dove tutto è come sembra” – in concorso alla 74.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – il riferimento diretto è “Fargo”, visto che i protagonisti  sono degli antieroi in cui l’apparente ingenuità si rivela poco a poco estrema stupidità. Infatti, anche loro vengono travolti da un turbine di violenza e ferocia di cui finiranno vittime senza accorgersene. Un fatto di cronaca accaduto in quelli anni che si trasforma in metafora della società americana dell’era Trump.

Una società bigotta in cui regna il lato oscuro del Sogno americano della middle class, un quartiere residenziale dove tutto deve essere perfetto – almeno superficialmente – una bella casa con giardino, mariti con un lavoro rispettabile, magari con qualche chilo in più, mogli casalinghe perfette, ovviamente, sempre che si tratti di bianchi e non oltrepassino i limiti dell’uomo comune, ‘normale’. Infatti, quando arriva una famiglia media però afroamericana si scoperchia si scoperchia come una pentola ed esplode con tutta la sua rabbia e il suo razzismo.

 

Tutti si convincono che prima del loro arrivo non era mai successo niente di male, “tutti guardano nella direzione sbagliata” – afferma Clooney – e giù con proteste, accerchiamenti e manifestazioni. Proprio mentre nella ‘famiglia perfetta’ di Gardner (Matt Damon) e Rose/Margaret (Julianne Moore), moglie e cognata gemelle, si consuma la più assurda catena di omicidi non troppo premeditati. E alla fine saranno i bambini gli unici a capire qual è la vera società ‘normale’, quella priva di pregiudizi e d’intolleranza. In sintesi, l’uomo è sempre l’uomo, non è il colore della pelle (né il posto da dove proviene) a renderlo diverso.

Una dark comedy graffiante e divertente, magari con un po’ meno vetriolo di quelle dei Coen, ma comunque coinvolgente e sconvolgente, magari senza impennate geniali come nei film dei due fratelli registi, Ethan e Joel, ma molto vicina. Forse perché il loro stile non è imitabile, ma comunque già (ri)conosciuto da tutti.

Al Festival di Venezia, due premi collaterali: il Franca Sozzani Award a Julianne Moore e il Fondazione Mimmo Rotella Award al regista George Clooney. Nel cast anche la rivelazione Noah Jupe (Nicky, il figlio) Oscar Isaac (Bud Cooper, l’agente delle assicurazioni), da “A proposito di Davis” dei Coen a “Star Wars – Gli ultimi Jedi”; il grande (in tutti i sensi) Gary Basaraba (Mitch, lo zio e cognato), Mark Leslie Ward (Bill Tackery) e Jack Conley (Hightower).

Nelle sale italiane dal 6 dicembre presentato da O1 Distribution