Ruggero de Flor tra Sicilia e Bisanzio

Terza Parte

 La trappola

  A Malvasia Ruggero fu ben accolto e gli fu consegnata la moneta stipulata; in seguito con la sua Compagnia, chiamata Catalana, si diresse verso Costantinopoli dove fu ricevuto da Andronico e il figlio Michele con grandi onori in mezzo all’entusiasmo popolare. I bizantini, dal Basileus al popolino, dimentichi di ciò che in passato aveva significato l’arrivo di truppe occidentali, depositavano grandi speranze in questi guerrieri così gagliardi e disciplinati.

  I genovesi, al contrario, non videro di buon occhio la comparsa dei catalani; temevano che la compagnia fosse una punta di lancia di Federico III o di suo fratello Giacomo II d’Aragona per impadronirsi di Bisanzio.

  I rapporti tra genovesi e catalani, alleati per secoli nella guerra contro l’Islam in Spagna, si erano raffreddati dopo la Pace di Anagni, quando Giacomo II aveva disertato le file ghibelline per passare a quelle guelfe, mentre Genova continuava a essere ghibellina. Di là da queste differenze di bandiera, i timori dei genovesi di Bisanzio erano fondamentalmente di tipo economico. Dopo gli sposalizi del Megaduca con la principessa Maria, scoppiò la rivolta genovese. All’inizio si trattò di risse isolate che avrebbero potuto non aver seguito ma che deteriorarono a tal punto la situazione da decidere i genovesi a sfidare apertamente la Compagnia dirigendosi, con in testa il gonfalone, a protestare sotto il palazzo delle Blacherne.

  I catalani reagirono e marciarono contro i rivali portando un pennone reale. Ci fu una vera battaglia dove i genovesi ebbero la peggio, una trentina di scudieri a cavallo attaccò per prima e poi arrivarono i terribili almogavari. A quanto sembra fu una reazione spontanea dei ranghi minori della Compagnia che scapparono al controllo dei comandanti e dello stesso Ruggero. Il Basileus e il figlio assistettero neutrali alla battaglia, forse non dispiaciuti che qualcuno mettesse freno alla superbia genovese, ma quando la lotta si estese e gli almogavari si disposero ad attaccare Pera, Andronico si spaventò e chiese a Ruggero di fermare i suoi uomini e Pera fu salva. Negli anni a venire i fatti avrebbero dimostrato in parte la giustezza dei timori genovesi. E viene da chiedersi se la generosità di Federico fosse motivata soltanto dal desiderio di ricompensare chi lo aveva così lealmente servito o se sotto sotto ci fosse dell’altro.

  Quietati gli animi, la Compagnia si preparò a passare nella parte asiatica dell’impero e attaccare il nemico giacché per questo era stata ingaggiata. I turchi avevano conquistato gran parte dell’Asia Minore Sud-Occidentale e sembravano inarrestabili. Imponevano l’Islam nelle città sottomese e prendevano con la forza giovani cristiane come spose. I figli maschi nati da questi matrimoni misti dovevano aderire alla fede islamica, alle figlie, invece, lasciavano libertà di scelta. Sembra che in materia religiosa i Turchi fossero abbastanza aperti. L’avanzata si era spinta fino a minacciare la stessa Costantinopoli e l’Imperatore premeva perché il Megaduca marciasse a combatterli.

  Ruggero, tuttavia, non era soddisfatto, voleva concentrare nelle sue mani tutto il potere della campagna, così, prima di partire, chiese all’Imperatore di dare una sua parente in moglie a don Ferrante d’Aunes e lo nominò ammiraglio dell’Impero; in questo modo si assicurava la presenza di un suo uomo al comando della flotta, togliendo ogni possibilità ai genovesi di interferire nei suoi disegni. Ordinò che la flotta fosse sempre stanziata in luoghi sicuri e da dove potesse facilmente sostenere per mare le azioni sulla terra ferma e che fosse ben provvista di vettovaglie fresche.

  Il Megaduca si decise a partire solo quando tutto fu predisposto secondo la propria volontà, era sua abitudine non lasciare mai nulla in balia del caso. Passò con la sua Compagnia sulla sponda asiatica e andò ad Artaki; il luogo era protetto da una lunga muraglia che più volte i Turchi avevano assalito senza successo. Era stato informato che il nemico era accampato non lontano dalle mura con l’intenzione di tentare un nuovo assalto e, approfittando della sorpresa, piombò all’alba sull’accampamento dove nessuno si aspettava un attacco e forse neanche capivano da chi erano attaccati. La lotta fu breve e furiosa, i turchi opposero una difesa disperata ma furono sopraffatti dall’impeto di quei guerrieri sconosciuti che in nulla somigliavano a quelli con cui erano abituati a combattere. Nell’accampamento c’erano donne e bambini; la Compagnia, dopo aver vinto la resistenza degli uomini, entrò nel campo e passò a fil di spada ogni maschio di più di dieci anni. Viene da chiedersi, ricordando quel che dice il Muntaner di Ruggero, a proposito del suo principio di rispettare sempre la vita delle persone a bordo delle navi che derubava, se l’ordine della terribile strage fosse partito dal Megaduca o se nuovamente gli almogavari avessero preso il sopravento. Le donne, le ragazze e i bambini piccoli furono imbarcati e inviati come schiavi a Costantinopoli insieme all’ingente bottino conquistato che nella parte più cospicua apparteneva all’Imperatore. Uno smacco di quella portata, i turchi non avevano ancora sofferto e a Costantinopoli il Megaduca e la Compagnia furono ritenuti degli eroi.

  C’era, però, chi di quel successo militare non gioiva: i genovesi che si sentivano sempre più minacciati nei loro privilegi e il giovane erede al trono, memore del suo passaggio in Asia al comando di un esercito due volte più numeroso della Compagnia che era stato respinto dai turchi e costretto a tornare a Costantinopoli con la vergogna della disfatta. Il principe Michele sentì il trionfo di Ruggero come un’offesa personale e non gliela perdonò.

  Il rigido inverno in Anatolia costrinse Ruggero a interrompere la campagna e a svernare ad Artaki.  Ordinò agli abitanti di ospitare, dietro compenso, la Compagnia e nominò un’apposita commissione perché si occupasse della faccenda. Inviò la flotta a svernare a Schio, l’isola del mastice di cui Genova aveva il monopolio; come la presero i genovesi, il Muntaner non lo racconta. Infine fece venire da Costantinopoli la giovane moglie e  la suocera, sorella dell’Imperatore, e con loro e i suoi cavalieri passò l’inverno.

  Riprese la campagna i primi di aprile, dopo un fugace passaggio a Costantinopoli per lasciare moglie e suocera e accomiatarsi dall’Imperatore che lo ricevete con grandi onori. Il primo scontro con i turchi avvenne nei presi di Filadelphia e fu un’altra schiacciante vittoria per il Megaduca e la Compagnia. Ruggero lasciò riposare l’oste una settimana e poi entrò nella città dove fu accolto come un salvatore. La notizia della vittoria dei “franchi”[1] si diffuse rapidamente e tra i greci la speranza rinacque. Da Filadelphia passarono a Ninfeo e poi a Magnesia e a Thyrra, nelle vicinanze di questa città ci fu una nuova battaglia cui partecipò una parte della Compagnia agli ordini di don Corberano d’Aleto, ucciso mentre inseguiva il nemico in ritirata. Da Thyrra inviò messaggeri a Schio per ordinare a don Ferrante d’Aunes di portare la flotta alla città di Ania.

  Nel frattempo era arrivato a Costantinopoli, proveniente dalla Sicilia, don Berlinghieri di Rocaforte con due galee, duecento cavalieri, senza i cavalli e mille almogavari come rinforzo per la Compagnia. L’Imperatore fu lieto dell’arrivo e ordinò a don Berlinghieri di raggiungere subito il Megaduca. S’incontrarono a Efeso e Ruggero nominò il Rocaforte, cui era legato da vecchia amicizia, siniscalco dell’oste al posto di don Corberano. Don Berlinghieri non ereditò dal d’Aleto soltanto il ruolo di Siniscalco ma anche quello di promesso sposo di una figlia che il Megaduca aveva avuto da una nobildonna cipriota e che si trovava a Costantinopoli con la Megaduchesa, di cui probabilmente era coetanea. La giovane, ignoriamo il suo nome, presumibilmente nulla sapeva di questi fidanzamenti e, forse, neanche conosceva i futuri sposi.

  Da Efeso il Megaduca con la Compagnia si diresse ad Ania, dove lo attendeva la flotta e il resto dei rinforzi arrivati dalla Sicilia; a Thyrra era rimasto don Pedro d’Aros con trenta cavalieri e cento pedoni a presidiare la città. Alcuni giorni dopo il suo arrivo, la Compagnia entrò in contatto nuovamente con i turchi ottenendo un’altra vittoria. Ruggero decise d’inoltrarsi in Anatolia è arrivò fino al confine con l’Armenia, dove il 15 agosto 1205 affrontò in battaglia un grande oste turco in cui erano confluiti molti dei superstiti degli scontri predenti. E’ interessante notare che la Compagnia si lanciava all’attacco al grido di Aragona! Aragona! che, mentre lo stendardo imperiale e quello del Megaduca procedevano con la cavalleria, la fanteria portava quello del re aragonese e l’avanguardia l’arme di Federico III. Queste ultime insegne, oltre al grido di guerra, erano un palese segno che la Compagnia non sentiva di combattere per l’Impero e che rispondeva soltanto a Ruggero e ai propri capi; di questa situazione Andronico si sarebbe accorto troppo tardi.

   I due eserciti si scontrarono in un passo di montagna chiamato Porta di Ferro e per i turchi fu un’altra pesante sconfitta che fruttò al Megaduca, oltre a un ingente bottino, numerosi capi di bestiame. Non ci è dato sapere quanto decisive fossero state queste vittorie, il Muntaner, può darsi, ne esagera la portata, certo è che fino all’arrivo della Compagnia i turchi non avevano trovato una vera resistenza alla loro avanzata. Intanto Ruggero accumulava vittorie, il suo suocero moriva  e il trono che spettava ai figli veniva usurpato da un loro zio, fratello del defunto re. Andronico II rivendicò il diritto dei nipoti scatenando una guerra che gli arrecava gravi perdite.

  I messi dell’Imperatore, con la richiesta di rientrare a Costantinopoli con l’esercito, raggiunsero Ruggero mentre, dopo la vittoria di Porta di Ferro, ritornava ad Ania. Il Megaduca fu fortemente contrariato, era metà agosto e avrebbe voluto strappare ai turchi la maggior parte dei territori conquistati prima che il freddo fermasse la campagna, tuttavia, dopo aver ascoltato il parere del suo consiglio, favorevole ad andare in soccorso del Basileus, si rassegnò a lasciare l’Anatolia e inviò una galea alla capitale per sapere che avrebbe dovuto fare.

  L’Imperatore gli chiese di lasciare l’oste a Gallipoli e di recarsi a Costantinopoli. Ruggero acconsentì, lasciò la Compagnia a Gallipoli alloggiata nelle case degli abitanti, promettendo di pagare ogni spesa facessero i suoi uomini come aveva fatto ad Artaki e con cento cavalieri partì a incontrare l’Imperatore. Al suo arrivo alla capitale gli furono resi i soliti grandi onori e l’usurpatore fratello di re Azan, nel sapere il Megaduca a Costantinopoli venne rapidamente a più miti consigli, fermò la guerra e si sottomise al volere dell’Imperatore restituendo il regno ai legittimi eredi. Ruggero chiese allora la paga per la Compagnia e qui iniziarono i dissidi con il Basileus. Le casse dell’Impero erano semi vuote prima ancora che arrivasse frate Ruggero con i suoi uomini, mantenere un oste così costoso, nonostante i ricchi bottini e i territori riconquistati, aveva diminuito ulteriormente le risorse e la guerra con l’usurpatore bulgaro aveva finito di prosciugarle. Andronico, non più in grado di onorare gli impegni presi, architettò una vera truffa: ordinò di battere una moneta simile al ducato veneziano, il quale valeva otto denari barcellonesi, che chiamò ventilioni e di denari ne valeva solo tre e la mise in corso al cambio del ducato. Con questa moneta tentò di retribuire gli uomini di Ruggero e pretese che con la stessa si pagassero in futuro tutti gli acquisti della Compagnia; come era prevedibile, il Megaduca non accettò.

  A Gallipoli, intanto, arrivò don Berlinghieri d’Entenza conducendo trecento cavalieri e mille almogavari; Ruggero gli ordinò di raggiungerlo a Costantinopoli dove, secondo il Muntaner fu accolto dal Basileus con grandi feste, viene da pensare che Andronico fosse stato più preoccupato che lieto di vedere accresciuto il potenziale dell’oste straniero e il potere del suo condottiero e quale fosse la portata del potere di Ruggero fu presto dimostrato. Da quattrocento anni la carica di Cesare dell’Impero era rimasta vacante e Ruggero la rivendicò e l’ottenne per sé. In solenne cerimonia, il de Flor cedette il grado di Megaduca al suo grande amico don Berlinghieri d’Entenza per ricevere in seguito dal Basileus il cappello, il bastone, la bandiera e il suggello dell’Impero.

  L’autorità del Cesare nella sostanza non differiva da quella dell’Imperatore. Era in suo potere disporre del tesoro, imporre tributi, amministrare giustizia, fare donazioni permanenti; il suo trono si alzava accanto a quello del Basileus, solo mezzo palmo più in basso, la sua veste era azzurra orlata d’oro anziché purpurea come quella dell’Imperatore e firmava come “Cesare di nostro Impero” e l’Imperatore gli si rivolgeva come “Cesare del tuo Impero”. Il prossimo passo dell’ex templare avrebbe potuto essere il seggio imperiale, cosa che il primogenito di Andronico non poteva permettere.

  Insieme alla carica di Cesare, Ruggero ricevete l’Anatolia e le isole con il diritto di creare vassallaggi distribuendo città, ville e castelli tra i suoi uomini i quali sarebbero stati obbligati a rendergli, oltre ai tributi, una certa quantità di cavalli armati, risparmiando al Cesare i costi della cavalleria. L’Imperatore non avrebbe più pagato il soldo dell’esercito questo sarebbe stato obbligo di Ruggero. Il Cesare passò l’inverno a Gallipoli in compagnia della moglie incinta, dell’immancabile suocera, dei due cognati, uno dei quali era ormai re dei bulgari e di don Berlinghieri d’Entenza. In primavera Ruggero andò a Costantinopoli per congedarsi dall’Imperatore e riscuotere il soldo di sei mesi dovuto alla Compagnia e ancora in sospeso. Andronico gli offrì nuovamente i ventilioni e Ruggero fu costretto a scendere a patti e accettare la cattiva moneta, con un ragionamento che poco aveva a spartire con la sua vantata lealtà e generosità: giacché se ne andava in Anatolia, non doveva preoccuparsi della reazione dei greci quando si sarebbero accorti dell’effettivo valore della moneta con cui erano stati retribuiti per l’ospitalità offerta alla Compagnia. A Gallipoli, i suoi uomini furono pagati con la moneta cattiva e con la stessa a loro volta pagarono i greci.

  Prima di partire per prendere possesso dell’Anatolia, che doveva finir di conquistare, Ruggero decise di andare a Adrianopoli per accomiatarsi dal principe Michele. Che il primogenito dell’imperatore lo odiasse non era ormai mistero per nessuno e andando a trovarlo nella città in cui era forte della presenza degli alani, Ruggero si esponeva a un rischio troppo grande. A nulla valsero le preghiere di moglie e suocera, né di don Berlinghieri e gli uomini del consiglio, il Cesare convinto che era suo dovere salutare Michele prima di partire andò, ignaro, incontro al suo destino. Si recò a Adrianopoli con trecento cavalieri e mille pedoni, come racconta il Muntaner, lasciando don Berlinghieri d’Entenza al comando della Compagnia che restava a Gallipoli; la moglie incinta, la suocera e i cognati partirono verso Costantinopoli a bordo di una galea.

  A Adrianopoli, Michele ricevete il novello Cesare con grandi feste, banchetti e divertimenti che si prolungarono per sei giorni, il tempo necessario perché in città arrivasse il grosso degli alani al comando di Gircone, rinforzati dai turcopoli di Melic. Ruggero fu assassinato durante un banchetto in suo onore dallo stesso Gircone, insieme a tutti i suoi uomini che con lui si trovavano nella sala del palazzo. Gli alani attaccarono di sorpresa il resto delle forze che Ruggero aveva portato con sé, compiendo una strage.

  La Compagnia Catalana avrebbe fatto pagare caro all’Imperatore e all’intera Grecia quel tradimento, ma quello che accadde dopo non rientra nell’intenzione di questo racconto. Viene da domandarsi quale sarebbe stato, nei tempi a venire, il corso della storia se Ruggero de Flor non fosse stato assassinato, ma questa è una di quelle domande che non troveranno mai risposta.

Gladis Alicia Pereyra

[1]  Dopo le Crociate, i greci considerava franchi tutti i soldati degli eserciti occidentali.