Inferno, Purgatorio e Paradiso di una pupara

                

Se i pupi siciliani sono stati dichiarati dall’Onu “patrimonio dell’umanità, lo si deve soprattutto a Mimmo Cuticchio, puparo e cuntatore (com’è chiamato chi spiega e commenta la recita), nato sulle tavole del teatrino dove il padre e i fratelli maggiori portavano in giro per i piccoli paesi della Sicilia le eroiche gesta del Paladini di Francia. E agli ottant’anni della straordinaria figura della madre, Pina Patti Cuticchio, è stato dedicato un volume curato da Roberto Giambrone, giornalista e critico di teatro, Guido Di Palma docente di storia della regia e storia dello spettacolo, Anna Maria Ruta studiosa di letteratura e arte siciliana e con i testi di Mimmo Cuticchio: “La vita di mia madre – scrive nella prefazione – soprattutto in gioventù, è stata assai difficile. A questo proposito lei, di tanto in tanto, ama dire che nella sua vita ha visto l’inferno, il purgatorio e il paradiso. La sua è stata un’esistenza di girovaga in un periodo dove nei paesini dell’entroterra o lungo la costa siciliana non c’erano alberghi, trattorie o ristoranti, dove di giorno il teatro diventava la nostra casa  e la casa, di sera, diventava teatro, mentre i figli, aiutati da una mammana, nascevano in un letto organizzato con tavole, trespoli e materassi di lana, situato dietro la struttura dei teatrini, dove i pupi – cristiani e saraceni, giganti e nani, donne, bambini, vecchi, mercanti, pescatori, banditori, pupi di farsa, assieme a cavalli, draghi, sirene, serpenti, arpie, ippogrifi – appesi sui listoni murati tra le quinte, con i loro sguardi espressivi, erano testimoni di ogni nascita”.

  Pina aveva soltanto quindici anni – le foto dell’epoca la ritraggono bellissima, capelli corvini, occhi espressivi, nerissimi – quando, attratta dal mondo magico dei pupi, si infila in un androne del quartiere Brancaccio di Palermo dove Giacomo Cuticchio, anche lui giovanissimo, aveva improvvisato un teatrino di pupi: “Io l’andavo a vedere e mi sono innamorata, di lui e dei pupi. Ci siamo sposati, ma poco dopo mio marito è partito militare e ha lasciato l’attività, che abbiamo ripreso quando è tornato”.

  La casa dove vive Pina, rimasta sola, diciassettenne e in attesa del primo figlio, è distrutta da un bombardamento. Sotto le macerie finiscono anche i pupi. Il giovane marito la viene a riprendere e la conduce ad Augusta, sul monte Cipollazza, dove si trova la sua caserma.

  Nel frattempo, in Sicilia sono sbarcati gli americani, anche Augusta viene bombardata: “Ci riparammo in una grotta, così bassa che non ci stavo in piedi, era come una tana, ma era un riparo dalle schegge delle bombe. Da lì vedevamo tutto il porto: gli aerei buttavano le bombe e affondavano le navi, il mare diventava un fuoco, si sentivano le urla dei soldati che morivano… Mio marito, che era ancora in servizio, ogni tanto scappava per tornare da me con la gavetta piena di roba da mangiare”.

  La situazione si fa pericolosa, tra “cannoni, bombe, cani poliziotto, nazisti, fascisti, soldati italiani… e tutti facevano la spia vendendosi per niente”. Così Pina e Giacomo decidono di scappare, dovendo percorrere lunghi tratti senza case né anima viva. Ogni tanto incrociano jeep alleate, e da una di queste facendosi intendere a gesti, riescono a raggiungere Palermo, appena in tempo perché Pina metta al mondo la sua prima figlia. L’attività teatrale viene ripresa, con gli stessi pupi che, dopo il bombardamento, erano stati estratti dalle macerie e affidati alla madre di Pina. Gli spettatori però erano pochi, perché la gente ancora non era rientrata in città, e lei si mette a vendere il pane. Quanto agli spettacoli, non erano i giornali, ma il passaparola a darne l’annuncio e il luogo della rappresentazione era un locale affittato temporaneamente; per insegna, una lampadina che quando s’accendeva voleva dire che la recita andava a cominciare.

  Per trovare nuovo pubblico, o meglio, quegli anziani ancora affezionati alla tradizione dei pupi (a Palermo i giovani preferiscono il cinema) Giacomo e Pina si spostano di paese in paese, dove nel frattempo nascono altri sei figli. Lei si prende cura sia della famiglia che dei pupi: “Ho sempre aiutato mio marito a preparare i vestitini, a cucirli, a ripararli. I pupi, nei combattimenti, si rovinano un po’ e ogni tanto anche i vestitini si devono risistemare e quando sono vecchi si devono cambiare. Dei pupi ci si prende cura come se fossero figli”.

  Per ragioni pratiche, a Pina toccava anche il compito di vendere i biglietti, e questa fu la prima involontaria rivoluzione da lei introdotta nel mondo del teatro dei pupi, fino a quel momento frequentato da un pubblico esclusivamente maschile. Il fatto di vedere   alla cassa una madre di famiglia circondata dai suoi figlioli, incoraggiò gli uomini a portare le loro donne ad assistere ai combattimenti dei Paladini di Francia contro i Saraceni. L’altra rivoluzione, invece, fu più consapevole: anche al suo interno il teatro dei pupi era un universo maschile, e lei fu la prima donna a mettere mano alle scenografie, sia pure ancora una volta per necessità.

  Il teatro dei pupi non può fare a meno dei cartelloni: quelli che servono da fondale, e quelli che vengono appesi con un cordino sulle piazze dove si svolgerà lo spettacolo per anticiparne il tema. Ne occorrono sempre molti, e per questo c’erano gli specialisti, tutti residenti a Palermo. Quando Giacomo Cuticchio operava nei paesi, doveva prendere la corriera per andare nel capoluogo, ma era una gran perdita di tempo e fatica. Allora la moglie gli propose di dipingerli lei, i cartelloni, ma lui le rispose che “la pittura era cosa da maestri e non da analfabeti”. Pina non insisté, ma alla prima occasione andò alla Vucciria, dove c’era un colorificio che vendeva colori a terra, e comprò l’occorrente, avendo avuto modo di osservare i “maestri” all’opera.  Dopo molti tentativi, riuscì a confezionare il suo primo cartellone. Al marito lo presentò come creazione d’un tale che l’aveva lasciato in visione per un eventuale acquisto. Lui approvò il cartellone, ma trovò strano che in un paese dove tutti sapevano di tutti ci fosse qualcuno che confezionava cartelloni in incognito. Allora Pina fu costretta a confessare il suo segreto e  “da  quel momento – sono parole di Mimmo Cotugno –  mia madre non si sarebbe fermata più, i suoi lavori venivano apprezzati da tutti, soprattutto dai forestieri, che chiedevano a mio padre un pezzo autentico”.  

  Finiti i tempi duri, quando tutta la famiglia Cuticchio spesso era costretta a dormire sul palco dove i pupi avevano appena smesso di duellare, ora che l’ONU ha riconosciuto l’opera dei pupi patrimonio dell’umanità e l’Associazione Figli d’Arte Cuticchio è richiesta in tutti i continenti, Pina ha continuato a dipingere fino alla sua scomparsa, traducendo in immagini di poetica fantasia le nuove storie che    il figlio Mimmo aveva in progetto di mettere in scena. Una Madonna dipinta da Pina è persino finita su un altare e davanti a lei i fedeli si inginocchiano a pregare.

Ivana Musiati