Una storia che ha il sapore di una saga

  C’è una bel pensiero di Petrassi in apertura: “Il Conservatorio non è una scuola, è una scelta di elezione. Si va al Conservatorio per scelta, per chiamata, chiamata misteriosa anche se poi risulta essere soltanto un’illusione. Pure le illusioni, comunque, mi pare che possano essere feconde per la vita di un individuo”, e il marmoreo  portale neoclassico in copertina è senz’altro quello del Conservatorio, di cui Domenico Carboni ha compilato, come nel titolo,  una monumentale – sono 847 pagine! – storia, dal titolo, appunto: “Storia del Conservatorio di musica ‘Santa Cecilia’ di Roma” (Zecchini editore, 39 euro su ordinazione). L’autore ha da poco lasciato l’incarico di bibliotecario del Conservatorio, che ricopriva sin dal 1980. E chi più di tutti  d’un bibliotecario, verrebbe da dire, si trova in possesso dei migliori requisiti e occasioni per ripercorrere le vicende di una istituzione di cui è così tanto addentro? Invece le cose non sono andate esattamente così.

  Fu l’allora direttore, nel 2003, a proporre a  Carboni la stesura “di un libro che illustrasse la storia dell’Istituto (…) per farne omaggio alle personalità importanti in visita”. Soltanto che, dopo i primi cinque capitoli e il piano dell’opera, informa l’autore, “cominciò un lungo periodo molto intenso della mia attività teatrale, sia come autore che come regista, che occupò tutto il mio tempo libero dal Conservatorio”. Va da sé che il lavoro venne successivamente ripreso, ma in quella parentesi di teatro si trova la spiegazione di come la storia sviluppata da Carboni abbia più il sapore della saga che non di una storia, con personaggi che nel tempo si passano il testimone, e in mezzo ci sono due guerre, la faticosa ricerca della “casa”, eventi politici, leggi inique che si beffano di qualità artistiche anche altissime nel nome della mancata appartenenza alla razza ariana (è straziante la biografia di Maria Curcio): non solo di musica è fatta la storia del Conservatorio, che vagò parecchio prima di trovare stabile dimora là dove un tempo pregavano le Orsoline, mentre la guerra sottrasse tanti giovani e insegnanti allo studio e all’insegnamento, tanto da non poter più istituire, tra le altre cose, classi di coro per mancanza di numeri.

  Ci sono poi le biografie, tantissime, veri e propri ritratti, non schedature. E poi alcune storie personali che, altrimenti presentate, potrebbero passare per aneddoti, come quando Beniamino Gigli, presentatosi per l’ammissione, fu tenuto sui carboni ardenti perché non sapeva suonare il pianoforte, mentre era chiaro per tutti che le sue eccezionali doti potevano passare sopra anche a qualcosa di più d’un pianoforte. O come quando una vedova risoluta andò da Mussolini per restituirgli la medaglia d’oro conferita alla memoria del marito, mentre lei si trovava senza mezzi con un bambino. “Cosa sa fare?”, le chiese lui in vista di darle un’occupazione. “So suonare il pianoforte”, e fu così che Iolanda Inardi venne inviata al Conservatorio, dove in seguito divenne maestra dello stesso Carboni. Mentre l’uscita di scena della direttrice Irma Ravinale ha il sapore d’una dissolvenza cinematografica. Convinta di poter ricoprire il ruolo ancora per quattro anni, di diverso avviso il Ministero, dovette andarsene giurando di non rimetterci mai più piede: sembra quasi di vederla lasciare per sempre quei luoghi, con il mento ostinatamente incollato al petto per non cadere nella tentazione di voltarsi indietro, e farsi via via sempre più piccola sino a svanire.

  La Storia del Conservatorio (e qui subentra il bibliotecario), è divisa in XXXI capitoli, ne citiamo alcuni: “La Congregazione di Santa Cecilia e il sogno del Liceo“, (lo contrastava il Vaticano perché dietro quel nome ci vedeva i liberali), “L’autonomia del Liceo”, “La guerra mondiale”, “La regificazione”, “Fra modernisti e antimodernisti”, “Credere, obbedire e… suonare”, “Guerra e dopoguerra”, “Ritorno alla normalità”, ecc. In ogni capitolo sono inseriti i programmi dei concerti e i saggi finali di tutte le classi, anche questi oggetto di attenzione per la ricerca  dei nomi destinati alla celebrità. Insomma, non c’è pagina che non si sottragga all’interesse del lettore.

Ivana Musiani