Ruggero de Flor tra Sicilia e Bisanzio

 Seconda Parte

Debolezza e disfatte di Andronico II

  Andronico II aveva buone ragioni per ritenere un inaspettato colpo di fortuna la possibilità che gli si offriva di poter contare su un esercito, ben equipaggiato e addestrato, che aveva dato ampiamente prova del suo valore e per di più comandato da un condottiero di eccezione. Finora a fronteggiare la minaccia turca era stato un oste composto in gran parte da mercenari che, dopo la recente sconfitta a Bapheus in Bitinia, era stanco e demoralizzato.

  Il capitano che aveva guidato le truppe turche nella battaglia era un ghazì chiamato Osman il quale, dopo la vittoria, si era dedicato indisturbato a devastare le campagne circostanti, per poi mettere a ferro e fuoco alcune città.

  A Costantinopoli, questa disfatta ebbe un grande impatto sul sentimento popolare, creò una forte sfiducia nell’avvenire dell’impero, forse per la prima volta i bizantini presero coscienza del proprio declino come nazione e della possibilità che il loro mondo un giorno sarebbe scomparso. Il condottiero turco che aveva sconfitto il loro poco coeso esercito sarebbe stato considerato, più tardi, il capostipite degli Osmanli o Ottomani, ma allora nessuno poteva saperlo. Osman era uno dei tanti capitani ghazì impegnati in occupare porzioni di territorio per creare piccoli emirati che stavano poco a poco corrodendo l’Impero nell’Asia Minore e riversando migliaia di profughi su Costantinopoli e sulle isole, disperati che avevano perso tutto e andavano a ingrossare il popolo dei senzatetto.

  Il basileus, oltre a non avere un esercito in grado di fermare quella lenta corrosione territoriale, non possedeva più una flotta con cui difendere le coste e le isole dagli attacchi dei corsari turchi. Nel 1284, dando ascolto a pessimi consiglieri, aveva smantellato la flotta di ottanta navi nella convinzione che mantenerla era una spesa inutile perché a difendere l’Impero per mare ci avrebbero pensato veneziani e genovesi, con i quali aveva stretto trattati di amicizia. In realtà, l’importanza che le due grandi potenze davano alle sorti dell’Impero erano assai relative; in Bisanzio vedevano principalmente terreno fertile per i propri affari e non esitavano a trasformarlo in campo di battaglia dove dare violento sfogo alla loro rivalità, coinvolgendo negli scontri i bizantini e danneggiando le città.

  La presenza delle colonie italiche che avevano da sempre goduto di grandi privilegi, non senza periodi di accesso conflitto con l’imperatore di turno o addirittura, nel caso dei veneziani, di guerra dichiarata, costituiva un motivo di profondo scontento popolare -era passato un secolo dalla quarta crociata ma i bizantini non dimenticavano- sfociato in più di un’occasione in vere e proprie stragi d’italici.

  Il decennio precedente aveva visto Genova e Venezia impegnate in una guerra che aveva risparmiato i propri territori trasformando Bisanzio in uno dei principali scenari dei combattimenti. Nel 1296 una spedizione di settanta navi veneziane al comando di Ruggiero Morosini si era presentata davanti alla capitale bizantina con l’intenzione di attaccare Galata, dove risiedeva la colonia genovese insieme a numerose famiglie greche. L’Imperatore aveva concesso agli abitanti di Galata di rifugiarsi entro le mura di Costantinopoli e per prevenire disordini aveva fatto imprigionare tutti i veneziani presenti in città, compreso il bailo Marco Bembo, mettendosi così apertamente dalla parte dei genovesi.

  Dopo la schiacciante vittoria genovese nella battaglia della Cursola, le rivali sfiancate avevano cercato la pace e nel 1299 per mediazione di Matteo Visconti, signore di Milano e di Carlo II di Napoli, era stato firmato il trattato di Milano. Ma il conflitto tra Venezia e Bisanzio andò avanti, in gioco c’era la ratifica del trattato del 1285, scaduto da più di sei anni e mai revocato, ma palesemente violato da entrambe le parti, e una serie di risarcimenti per danni subiti reciprocamente rivendicati. Nello stesso luglio 1302 in cui l’esercito imperiale aveva subito la cocente sconfitta a Bapheus, una flotta veneziana, composta da tredici navi al comando da Belletto Giustiniani e affiancata da sette navi pirate, risalì il Corno d’Oro compiendo devastazioni davanti al palazzo delle Blacherne. Intanto i pirati, rimasti nel mar di Marmara, attaccavano l’isola dei Principi dove gran numero di fuggiaschi dall’avanzata turca si erano rifugiati; chi non poteva pagarsi il riscatto veniva ucciso o portato fin sotto al palazzo imperiale per essere torturato, davanti agli occhi impotenti del Basileus che tardi si accorgeva del madornale sbaglio commesso nello smantellare la flotta. Alla fine il Giustiniani partì dopo aver dichiarato di essere disposto a firmare una tregua a patto che si risolvesse la questione dei risarcimenti. Questa era la situazione in cui si trovava Andronico II all’arrivo dei messi di Ruggero de Flor.

  I messaggeri tornarono in Sicilia recando la crisobolla imperiale, debitamente siglata dal Basileus e suggellata con il suo sigillo d’oro, che conferiva a Ruggero e alla sua discendenza maschile, l’ufficio di Megaduca dell’Impero, il bastone, la bandiera, il cappello e il sigillo del Megaducato. Portavano anche, firmato, il contratto matrimoniale con la principessa Maria, la concessione di tutte le richieste economiche a beneficio delle truppe e dei marinai e l’impegno di fargli trovare al suo arrivo a Malvasia la moneta stipulata. Ruggero si trovava nel suo castello di Alicata e, dopo l’arrivo dei messi, si precipitò a Palermo per informare il re dell’esito dell’ambasceria.

  La notizia non poteva essere più gradita a Federico che gli mise a disposizione dieci galee dell’Arsenale più due navi; Ruggero possedeva otto galee e due legni che con quelle donate dal re arrivavano a diciotto galee più le navi e i legni. Noleggiò altre due grosse navi e alcune taride, oltre a uscieri per trasportare i cavalli. La flotta era composta da circa trentasei navi, secondo il Muntaner e, oltre agli equipaggi, s’imbarcarono 1500 uomini a cavallo, 1000 fanti e 4000 almogavari. Questi ultimi erano guerrieri di ventura, in maggioranza catalani e aragonesi, conducevano una vita semi selvaggia per monti e boschi, in perenne lotta con i saraceni che occupavano i territori iberici. Avevano affiancato Pietro III nella lotta contro gli arabi e con lui erano passati in Sicilia. Bernat Desclot, un altro cronista dell’epoca li descrive così: “Vestono soltanto un giubbone o una camicia, sia state, sia verno; alle gambe cingono calzari di cuoio strettissimi, uose di cuoio al piede; e hanno buona lama pendente, forte cintura stretta alla vita. E hanno tutti una lancia e due giavellotti e uno zaino di cuoio dove servano il cibo; sono poi fortissimi e assai spediti a correre e inquietare il nemico.” Erano famosi per abilità e ferocia, in battaglia attaccavano i cavalli per poi finire con la lancia il cavaliere atterrato. Turchi e greci avrebbero imparato a loro spese quanto valeva in battaglia un almogavaro. Il Re, grato a Ruggero per essere riuscito a togliergli di torno questa gente, fu assai generoso fornendo di moneta e viveri tutti gli arruolati, compresi moglie, figli e amiche che li accompagnavano.

Gladis Alicia Pereyra

https://associazioneclaramaffei.org/2017/11/22/ruggero-de-flor-tra-sicilia-e-bisanzio/