Chiude alla grande la saga tutta italiana “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia con “Ad Honorem”

Dopo il successo di “Smetto quando voglio” e “Smetto quando voglio – Masterclass” si chiude il cerchio della trilogia con “Ad Honorem”, sempre scritto (con Francesca Manieri e Luigi Di Capua) e diretto da Sydney Sibilia, prodotto dai lungimiranti Domenico Procacci e Matteo Rovere con Rai Cinema. E squadra vincente non si cambia, anzi si rafforza. Presentato in anteprima mondiale al Torino Film Festival, “Smetto quando voglio – Ad Honorem”, è l’ultimo capitolo di una saga – la prima del genere in Italia – che è stata venduta in tanti paesi del mondo e più di uno ha preso i diritti di remake, non solo gli americani ma persino i giapponesi.

“Un progetto che per me – esordisce Sibilia -, anzi per noi, è durato sei anni, di cui quattro per la realizzazione dei film, quindi, racchiude un momento della mia vita, e certamente ora c’è un po’ di nostalgia. Ma è ormai chiuso, e giuro che farò un film con un altro titolo, che sarà in realtà il mio secondo, visto che questo lo considero un tutt’uno”.

Pietro Zinni (Edoardo Leo) è in carcere e con lui tutta la banda, addirittura in prigioni diverse. Ma i nostri eroi non possono rimanerci a lungo perché in giro c’è Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio, ‘apparso’ alla fine del secondo film) che è pronto a fare una strage di baroni, professori e studenti (col letale gas nervino) proprio all’Università di Roma La Sapienza. L’unico modo per fermarlo è che la banda delle migliori menti in circolazione riesca a fuggire dal carcere di Rebibbia e, con l’aiuto del nemico storico Claudio Felici, alias Murena (Neri Marcorè), anche lui in galera, riescano a fermarlo.

“L’ultimo giorno mi sono ricordato addirittura del primo giorno – afferma Leo -, quando ho letto la sceneggiatura dell’opera prima. Al di là del divertimento e del lavoro, aver collaborato con gli stessi compagni attori per tanto tempo, ora c’è una certa commozione di fronte al capitolo finale, anche se continueremo a vederci perché siamo diventati amici”.

“E’ durato quanto il liceo – ribatte Stefano Fresi che, nelle vesti del chimico Alberto Petrelli, stavolta si esibisce cantando un brano da “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini -, spero continueremo a fare delle cene e dei film insieme. Dal primo capitolo è cambiata la mia presenza al cinema, ho ricevuto tanto sia dal film che dai compagni di viaggio”.

“Il cinema mi affascina sempre – dichiara Peppe Barra, nel ruolo del direttore del carcere di Rebibbia, Angelo Seta, appassionato di teatro e musica lirica -. Sydney era venuto a vedermi a teatro ne ‘La pastora’ e poi mi ha chiamato a lavorare con questo cast stellare. Mi sono divertito perché io ho conosciuto proprio i territori del carcere a Procida, lì erano severi non come il direttore sognante, poeta e amante del teatro che interpreto io. Conosco le condizioni dei ricercatori in Italia – stando a contatto diretto con loro – posso dire che il momento storico è cambiato, ma la loro situazione no”.

E la commedia all’italiana rivive attraverso i generi e funziona anche nel ritmo e nei toni, e se il secondo episodio puntava all’action movie con accenni allo spaghetti western, stavolta il riferimento è il cinema carcerario americano non solo. Quindi, la saga chiude in bellezza.

La parte del super-cattivo tocca a Lo Cascio, anche se il suo personaggio ha delle ragioni non solo personali per ‘vendicarsi’ di una società dove non esiste la meritocrazia ma nemmeno la sicurezza nel lavoro.

“Ho amato fare il cattivo – dice l’attore – anche perché, in questo caso, si tratta di un cattivo diverso, quotidiano, credibile e realistico che ho costruito poco a poco. Io non sono vendicativo come lui, ma non so come reagirei davanti a un enorme torto come ha avuto lui. Ringrazio Sydney che mi ha offerto questo ruolo perché è stato un vero onore interpretarlo”.

Certo ci sono sempre tutti gli altri componenti della banda come Mattia Argeri (Valerio Aprea) e Giorgio Sironi (Lorenzo Lavia), geni della semiotica interpretativa e dell’epigrafia latina; l’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi), Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo), laureato in Macroeconomia dinamica; l’antropologo Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti); Lucio Napoli (Giampaolo Morelli), esperto di ingegneria meccatronica; Giulio Bolle (Marco Bonini), teorico di Anatomia umana; e il loro avvocato Vittorio, laureato in diritto canonico. Tornano in scena le presenze femminili, Valeria Solarino (Giulia, moglie di Pietro) e Greta Scarano (Paola Coletti, l’ambiguo ispettore loro alleato nel secondo episodio, ora declassata fra le scartoffie).

Tutti concordano che ormai fanno parte di una famiglia, e se non lavoreranno insieme continueranno a vedersi e sentirsi come prima.

Nelle sale italiane dal 30 novembre presentato da O1 Distribution in 350 copie