In “La mano invisible” di David Maciàn va in scena il Grande Fratello del mondo del lavoro

Presentato lo scorso 28 giugno, per l’evento “Women’s Struggle in the Labour Market, presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, al Toulouse Cinespaña Festival, dove ha ottenuto il premio Miglior Opera Prima e, dopo l’anteprima alle giornate del cinema d’essai FICE di Mantova, arriva nei cinema italiani “La mano invisible” (t.l. La mano invisibile) del giovane David Macián. Una sorta di Grande Fratello del lavoro, un reality show teatral-cinematografico di cui il protagonista è, appunto, ‘il lavoro’, quindi, fra precariato e disoccupazione, inganni e beffe, sfruttamento e ricatto.

La pellicola, con un ottimo e innovativo gioco narrativo, mostra, dimostra e denuncia la progressiva disumanità che ormai domina l’attuale mercato del lavoro in Europa (non solo). Infatti, il film affronta senza mezzi termini il precariato e quelle condizioni/dinamiche lavorative che tendono a sfruttare la disperazione e a umiliare la dignità delle persone. Non a caso uno dei personaggi afferma: “La dignità del lavoratore è una balla, non ho mai avuto un lavoro decente, quello che conta è lo stipendio”.

“La mano invisible” è, dunque, uno ‘spettacolo’ di scottante attualità, e mette a nudo il mondo del lavoro oggi attraverso i suoi protagonisti, ovvero i lavoratori di ogni settore, dato che ognuno ha un mestiere diverso (e/o sarà costretto a ‘riciclarsi’); lavoratori veri davanti a un pubblico, giorno dopo giorno più numeroso e partecipe (anch’esso invisibile allo spettatore, il quale però ascolta le sue reazioni).

Lo spettacolo è gratuito ma gli ‘attori’ devono lavorare sul serio, hanno uno stipendio, devono rispettare regole e orari: dal muratore (José Luis Torrijo) all’operaia (Marina Salas), dalla sarta (Esther Ortega) all’operatrice di call center (Bàrbara Santa Cruz) – che fa un’inchiesta sull’argomento -, dal meccanico (Eduardo Ferrés) all’informatico (Daniel Pérez Prada), dal barista (Bruto Pomeroy) alla donna delle pulizie (Elisabet Gelabert), dal macellaio (Josean Bengoetxea) al fattorino (extracomunitario, ovviamente). E poi entrano in campo (scena) una prostituta (Anahì Beholi), un cameriere (Christen Joulin), il vigilante (Alberto Velasco), una donna in tailleur (Marta Larralde).

Una denuncia sociale che costringe lo spettatore a non guardare dall’altra parte, un monito per tornare a parlare di diritto del lavoro coi diritti (umani di tutti). Un enorme palcoscenico/capannone in cui riaffiorano anche gelosie e rivalità, discrimazione e privilegi, conflitti e razzismo, proteste e rancori. Il tutto intervallato anche dai precedenti colloqui. Un film che prima coinvolge e poi conquista, in cui tutti (i lavoratori precari e non) si riconosceranno o ricorderanno condizioni e situazioni vissute o di cui sono stati testimoni, spesso impotenti, altre volte indifferenti. Gran finale con uno sciopero improvvisato e un’invasione della ‘fabbrica’ da parte di un gruppo di vandali del pubblico, scatenando la consueta ‘guerra fra poveri’.

La riuscita e l’interesse per il tema del film – tratto dal libro di Isaac Rosa, sceneggiato dal regista con Daniel Cortàzar – sono stati confermati dal successo avuto in patria: uscito la scorsa primavera in pochissime copie, è divenuto rapidamente un cult, segnalato dalla rivista ‘Fotogramas’ come uno dei 10 film da non perdere della stagione.

Nelle sale italiane dal 23 novembre distribuito da Exit Media in 10 copie (Roma, Milano, Perugia, Torino, Cagliari, Bologna, Bari, Padova, Reggio Calabria e successivamente in altri luoghi)