A Palazzo Braschi l’Opera di Roma incontra l’arte

 

  Quanti, tra il pubblico d’un teatro d’opera, non hanno provato almeno una volta il desiderio di trovarsi tra le quinte durante un intervallo e assistere al nervoso andirivieni degli attrezzisti per il cambio scena, spiare la tensione dei cantanti prima che si alzi il sipario, scoprire le diverse funzione dei tanti invisibili artefici d’uno spettacolo. Un desiderio d’impossibile realizzazione, eppure in questi giorni, chi voglia recarsi a Palazzo Braschi per visitare la mostra “Artisti d’Opera. Il Teatro dell’Opera di Roma sulla frontiera dell’Arte”, si ritroverà  tra le quinte del suo amato teatro ricostruito come  un set : non a caso il curatore della mostra è Gian Luca Farinelli, Direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, l’ente che tra gli altri ha collaborato alla realizzazione della mostra. Ma c’è di più: nel piano nobile dello storico palazzo romano si possono ammirare, oltre alle maquette (sono le rappresentazioni tridimensionali in scala di una scena), i  costumi che portano la firma di illustri pittori e scultori coinvolti negli allestimenti lirici, oltre ai bozzetti delle loro scenografie: tutti scelti dal vastissimo repertorio in possesso del teatro, al quale va ascritto il merito di non aver mai buttato via niente, però spesso non prendendo nota di dov’erano stati riposti.

  La difficile ricerca, il paziente assemblaggio è meritevole fatica di Francesco Reggiani, responsabile dell’archivio storico ed audiovisuale del Teatro dell’Opera di Roma. Per gli amanti dei numeri, la collezione iconografica comprende 11 mila bozzetti e figurini, una nastroteca con registrazioni a partire dal 1963, una videoteca (1984), un’emeroteca (1911) e una biblioteca. Negli ultimi anni, ne sono state allestite mostre che hanno trovato ospitalità in importanti musei di 35 nazioni, oltre a una tournée in Sudamerica.

  Tra i pittori  dell’attuale mostra, l’anzianità spetta a Picasso, che giunse  a Roma nelle vesti di scenografo a insieme alla tournée dei Balletts russes di Diaghilev: il geniale impresario fu il primo a coinvolgere i pittori negli allestimenti lirici. Un posto d’onore è riservato a De Chirico: in una sala dove sono raccolti i suoi lavori, campeggia il sipario lungo 15 metri creato per l’Otello di Rossini (1964), insieme alle scene dov’è volutamente assente la terza dimensione. Tra gli altri: Guttuso per una Carmen dal sapore vagamente siciliano, con la sigaraia in un’ampia minigonna (era da poco entrata nel costume femminile), Manzù del quale ricordiamo un Edipo re dov’era presente una gigantesca sedia impagliata  di cui  nessuno riuscì a comprendere il significato, le maschere di Basaldella, Picasso per Il cappello a tre punte di De Falla, Ceroli per La fanciulla del West e altri ancora. L’ultimo in ordine di tempo è il sudamericano Kentridge per la Lulu di Alban Berg della scorsa stagione.
La mostra rimarrà aperta sino all’11 marzo.

Ivana Musiani