Ruggero de Flor tra Sicilia e Bisanzio

 Prima Parte

La lotta per il possesso del Meridione d’Italia

 

  Il 29 agosto a vent’anni dal Vespro Siciliano (30 marzo 1282), Federico III di Aragona, re di Sicilia e Carlo di Valois, fratello di Filippo IV il Bello re di Francia, a in rappresentanza di Carlo II D’Angiò, firmavano la pace di Caltabellotta, che sarebbe stata giurata due giorni dopo. Con il trattato si poneva fine al lungo conflitto tra la casa D’Angiò e quella di Aragona per il possesso del Meridione d’Italia. Tutto era cominciato quel lunedì dell’Angelo del 1282 sul sagrato della chiesa di Santo Spirito a Palermo, quando un soldato dell’esercito di occupazione francese aveva palpeggiato una giovane nobildonna palermitana con il pretesto di perquisirla, svegliando l’ira del marito che lo aveva ucciso. L’episodio aveva dato il via alla sanguinosa rivolta siciliana contro la politica dispotica di Carlo I D’Angiò e le angherie dei suoi soldati. Nel settembre dello stesso anno Carlo era stato sconfitto da Pietro III d’Aragona, chiamato in aiuto dalla nobiltà siciliana. Pietro III, per aver sposato Costanza, figlia di Manfredi e nipote dell’imperatore Federico II, era considerato dai siciliani il legittimo aspirante al trono dell’isola. Federico d’Aragona, terzogenito figlio maschio di Pietro e di Costanza, discendente diretto dell’imperatore Federico II che era stato anche re di Sicilia, ricevette in virtù del trattato il regno di Trinacria -antico nome greco della Sicilia- e le isole adiacenti.

    Federico era già stato incoronato re di Sicilia il 25 marzo del 1296 nella cattedrale di Palermo ma nel 1299, per il tradimento di alcuni nobili, Catania era stata consegnata agli Angioini, insieme a Noto, Palazzolo, Buscemi, Ferla e Cassaro nel Siracusano e Ragusa. Con il trattato Federico divenne sovrano assoluto e indipendente. La casa Angioina ottenne la parte continentale del Meridione italiano con il nome di Regno di Sicilia e la corona andò a Roberto d’Angiò, figlio di Carlo II e fino a quel momento duca di Catania, che consegnò a Federico insieme alle altre città occupate. Carlo de Valois tolse l’assedio a Sciacca che in ogni caso non era in grado di portare avanti e Federico liberò Filippo I di Taranto, figlio di Carlo II D’Angiò, catturato nella battaglia di Falconara e da allora prigioniero a Cefalù. La pace, come ogni accordo tra potenti, fu sigillata con un matrimonio ed Eleonora D’Angiò, figlia di Carlo II, andò sposa a Federico III di Sicilia. Tra i  membri del seguito di Federico c’era un ex templare, frate Ruggero de Flor che molto aveva contribuito con le sue navi alla causa aragonese ed era tenuto in grande considerazione dal re.

  Il trattato metteva momentaneamente fine alla guerra nel Meridione italiano, ma le sue conseguenze indirette si sarebbero fatte sentire in forma nefasta nel lontano Impero Bizantino, in un susseguirsi di causa effetto che avrebbe portato Ruggero alle soglie del trono di Bisanzio, prima di venire assassinato, risvegliato in Carlo di Valois vecchi e pericolosi sogni di restaurazione dell’Impero Latino di Costantinopoli e consegnato al non ancora nato Manfredi, secondogenito di Federico e di Eleonora, il ducato d’Atene.

  Nel 1291, San Giovanni d’Acri, ultimo grande baluardo dell’ormai perduto Regno Latino di Gerusalemme, cadeva nelle mani del Sultano di Egitto Al-Malik Al-Ashraf Khalil che riuscì a espugnarla dopo quaranta giorni di assedio. La città fu distrutta e incendiata, la popolazione trucidata senza pietà e senza far distinzione di età o di sesso. Tra le navi cristiane che sostavano nel porto e che si diedero alla vela cariche di profughi, c’era Il Falcone, una galea dei Templari comandata da frate Ruggero de Flor. A quanto sembra, Ruggero fece pagare profumatamente la salvezza, in moneta e in gioielli, a donne e a donzelle di nobili casate e ad altri altolocati personaggi d’Acri che aveva fatto salire a bordo e portato a Monte Pellegrino; più tardi fu accusato di aver tenuto per sé parte del tesoro così ottenuto.

  Secondo quanto racconta Raimondo Muntaner nella sua “Cronaca catalana” il giovane Ruggero, figlio di Richard Von Blum, un falconiere tedesco favorito dell’imperatore Federico II, e di una ricca nobildonna di Brindisi, era il più valente corsaro templare di quel periodo e le accuse che gli furono mosse erano frutto dell’invidia. Invidia o no il de Flor fu cacciato dall’Ordine e il Gran Maestro ordinò la confisca dei suoi beni e la sua cattura. Ruggero lasciò Il Falcone a Marsiglia, dopo averlo disarmato e si rifugiò a Genova dove, grazie ai buoni uffici di alcuni amici, tra cui Ticino Doria, ottenne un prestito con cui comprò una galea.

  Con la nuova galea, chiamata L’Olivetta, l’ex templare si dedicò, sicuramente, alla pirateria; il Muntaner non dice che fece Ruggero tra la cacciata dall’Ordine, avvenuta al più tardi agli inizi del 1292 e il 1299 anno in cui offrì, senza successo, i suoi servizi a Roberto D’Angiò, da poco diventato duca di Catania. Fallito questo primo tentativo di tornare alla guerra di corsa, si rivolse al giovane re Federico III di Sicilia che, in difesa del suo regno, combatteva contro Carlo II D’Angiò e il proprio fratello, Giacomo II di Aragona. Il re accolse con entusiasmo la richiesta di Ruggero e non ebbe di che pentirsi. Cominciava così l’inarrestabile ascesa di questo avventuriero italiano che, probabilmente, sentiva come propria la causa di Federico, pronipote di chi era stato il potente signore di suo padre, caduto a Tagliacozzo combattendo nelle schiere dello sventurato Corradino Hohenstaufen contro Carlo I D’Angiò di cui era figlio l’odierno comune nemico.

  Dal ritratto che emerge dalla Cronaca Catalana, fra Ruggero aveva la stoffa del condottiero; alla determinazione e all’audacia che lo portavano a osare l’impossibile, si univano ragguardevoli doti militari e una grande generosità verso i suoi uomini. Le sue imprese da corsaro al comando di una piccola flotta di galee, cui mano mano se ne aggiungevano altre requisite o comprate, apportarono un sostegno, a volte decisivo, alla guerra di Federico contro gli Angioini.

  Caro costò a Roberto D’Angiò l’aver rifiutato i suoi servizi e sicuramente in più di un’occasione se ne pentì. Ruggero approvvigionò Siracusa e altre città del regno di Sicilia depredando le navi con cui, da Napoli, re Carlo riforniva suo figlio a Catania e costrinse il duca a togliere l’assedio di Messina, pronta a capitolare per fame, entrando nel porto con dieci galee cariche di frumento; per riuscire nell’impresa si servì di un fortunale di scirocco che teneva al largo le navi Angioine e che solo lui, con la sua grande perizia navale e il suo amore per il rischio, era in grado di affrontare.  In poco tempo diventò uno degli uomini più in vista del regno, Federico lo nominò vice- ammiraglio di Sicilia e membro del suo consiglio e gli donò i castelli di Trip e di Alicata, oltre alle rendite di Malta.

  Dove arrivava il de Flor pagava, con la moneta ricavata dalla vendita degli innumerevoli bottini, sei mesi di stipendi ai soldati che presidiavano le fortezze e regalava cospicue somme ai cavalieri, guadagnandosi non poche amicizie importanti che gli tornavano utili, tra queste è da ricordare quella con don Berlinghieri d’Entenza che lo accompagnò nell’avventura bizantina. Anche re Federico riceveva la sua parte e il rimanente andava a rafforzare i forzieri già colmi di Ruggero.

La pace di Caltabellotta privò frate Ruggero del suo ruolo e prima che la sua stella si spegnesse mettendolo in una situazione assai difficile, pensò bene di offrire i suoi servizi a un altro sovrano in difficoltà: Andronico II di Bisanzio.

  Il Muntaner da cronista diventa romanziere nel raccontare le riflessioni di Ruggero, rinchiuso nelle sue stanze a meditare sull’avvenire, mentre l’intera Messina era in festa per le nozze di Federico III con Eleonora D’Angiò. Le molto assennate conclusioni cui l’ex templare arrivò possono essere sintetizzate così: la pace appena firmata toglieva a catalani e aragonesi, che avevano combattuto per la causa siciliana, ogni ragione per restare in un paese cui le loro armi non servivano più, accanto a un re che non era in grado di mantenerli e al quale avrebbero arrecato soltanto problemi Se un esercito di disoccupati avrebbe potuto creare seri grattacapi al re, non minori sarebbero stati quelli che la nuova situazione venuta a crearsi nei rapporti tra Federico III e il Papa, avrebbe potuto procurare a Ruggero stesso. La pace appena firmata, aveva indotto Bonifacio VIII -forse a denti stretti- a togliere l’interdizione che gravava sulla Sicilia a determinate condizioni, onerose e per certi versi umilianti, che Federico aveva accettato senza discutere, per in seguito regalmente ignorare. Sulla testa di fra Ruggero pendeva ancora l’ordine di cattura, emanato dieci anni prima da Thibaud Gaudin allora Gran Maestro dei Templari, il suo successore Jacques de Molay avrebbe potuto rivolgersi al Papa per chiedere di ordinare a Federico di consegnarlo all’Ordine per essere punito. In quel caso il re avrebbe avuto due opzioni: ubbidire al Papa abbandonando alla propria sorte un uomo che tanto aveva contribuito al successo della sua causa e che probabilmente stimava o disubbidire scatenando una nuova guerra. Prudenza diceva di non mettere alla prova il sovrano. Era arrivato il momento di lasciare la Sicilia e aveva la possibilità di farlo in forma assai proficua facendo convergere in un’unica soluzione il suo problema e quello dei soldati disoccupati.

  Con il consenso del re, Ruggero inviò due messi di sua fiducia al Basileus Andronico II Paleologo offrendogli i suoi servizi e quelli della Compagnia che avrebbe formato. I compensi richiesti da Ruggero non erano di poco conto: esigeva per sé il titolo di Megaduca dell’Impero e la mano della principessa Maria, figlia di re Azan di Bulgaria e nipote del Basileus. Per le sue truppe pretendeva quattro once al mese per ogni cavaliere e due per ogni fante, quattro once per i comiti, una per i nocchieri e venti tarì ai balestrieri. Questi compensi sarebbero dovuti essere pagati in anticipo ogni quattro mesi per tutto il tempo che l’esercito si fosse trattenuto a Bisanzio. La moneta per i primi quattro mesi sarebbe dovuta essere pronta a Malvasia al suo arrivo. Ruggero era sicuro di ottenere ciò che chiedeva perché Andronico aveva bisogno di aiuto per fermare l’avanzata dei turchi che avevano occupato buona parte dei suoi territori; perché, grazie alle sue imprese come corsaro al servizio di re Federico, godeva di grande prestigio militare e perché, al tempo che comandava IL Falcone, in più di un’occasione aveva soccorso navi bizantine in difficoltà, inoltre parlava perfettamente il greco. Andronico II giudicò la proposta di Ruggero un dono del cielo e si affrettò ad accettarla così come gli era stata presentata.

Gladis Alicia Pereyra