“Gramigna” di Sebastiano Rizzo, la storia vera di un giovane che ha detto ‘no’ alla malavita

“Gramigna – Volevo una vita normale” di Sebastiano Rizzo, racconta una storia vera di mafia, anzi di camorra, ma dal punto di vista di un figlio che non vuole seguire le orme del padre e ha ‘detto no’. Un fatto eccezionale, positivo, che si discosta dalle ormai popolari “Gomorra”, “Suburra” e via dicendo. Perché ormai l’obiettivo si è spostato dentro (casa) anziché fuori. Infatti, tutto cominciò già oltre quarant’anni fa, prima con “Il Padrino”, poi sul piccolo schermo con “La piovra”, dove il punto di vista però era quello del poliziotto, il commissario Corrado Cattani.

Ispirato al romanzo omonimo del vero Luigi Di Cicco (scritto con la collaborazione di Michele Cucuzza), è un film teso e realistico che diventa un racconto di speranza, dimostra che è possibile cambiare strada anche quando sembra impossibile, essere se stessi conquistando le nostre indipendenza e libertà, che è comunque a caro prezzo

“Abbiamo fatto conoscenza proprio durante la presentazione del libro – esordisce il regista – , dove c’è speranza per tutti perché Luigi, nonostante amasse la propria famiglia, è riuscito a dire no. Il messaggio è rivolto ai giovani  perché si dice spesso che in Campania non c’è speranza. Tutto quello che si vede nel film è vero, anche se abbiamo dovuto togliere tantissimo. Nella vita Luigi ha cinque fratelli e una sorella, diretta e indirettamente ha sempre subito in casa e fuori. Poi l’amicizia col produttore (Alfonso Santoro) che l’ha visto crescere, e ha scoperto che è riuscito ad avere una vita diversa nonostante un padre così. Ed è nata l’idea del film”.

“Gramigna” narra la storia di un ragazzino, Luigi (da adulto, un intenso e credibile Gianluca Di Gennaro) appunto, figlio di Diego, uno dei più potenti boss campani, che ancora oggi sta scontando l’ergastolo e che Luigi ha visto sempre in carcere. Il ragazzo è costretto a fare i conti costantemente con una realtà che si divide tra bene e male, conteso tra ‘tentatori’ (ricchi e persuasivi malavitosi) e ‘angeli custodi’ (la madre Anna (una sempre intensa Teresa Saponangelo) e Vittorio (Enrico Lo Verso), l’allenatore di calcio della scuola.

Sono loro a metterlo in guardia dai rischi del malaffare, dalla pericolosità di cedere alle provocazioni e lo spronano anche a studiare e a lavorare, facendogli capire il valore della famiglia, della serenità e, soprattutto, della libertà. Il senso d’impotenza che Luigi prova ogni volta che assiste all’umiliazione dei commercianti della sua terra da parte della malavita, fa crescere in lui un desiderio di riscatto per quella gente e quella terra. Così, crescendo e lottando dolorosamente contro se stesso, vivendo costantemente in uno stato di profonda solitudine e rabbia, riuscirà a risorgere e ad estirpare dalla sua mente, come una ‘gramigna’ appunto, ogni forma di tentazione che potrebbe costargli quella libertà che conquisterà a sue spese, sperimentando il dolore e l’umiliazione del carcere: nulla può essere barattato se non con la stessa libertà. Non a caso il film si chiude con un urlo di dolore “Non sono come mio padre, non sono come mio padre!”.

“La sua vicenda è unica – dichiara Cucuzza –, se non avesse fatto quelle scelte probabilmente non saremo diventati amici 17 anni fa. Ci siamo frequentati per anni finché un giorno mi ha raccontato la storia di suo padre, un miracolo nella vita di un uomo dalla forza straordinaria. Tutto quello che viene sottratto alla malavita, alla mafia, fa bene alla comunità e al Paese. Rizzo ha saputo rendere attraente e commovente una storia positiva, coinvolgente e appassionante perché dà l’esempio e il Paese ha bisogno di questi esempi. Il cambiamento è possibile, e la base sono le scelte dell’uomo”.

La sua vita nella pellicola viene raccontata andando avanti e indietro nel tempo, e ricostruendo – tramite gli episodi più salienti – l’infanzia e l’adolescenza negate di Luigi.

 

Grazie, quindi, alla sua grande voglia di riscatto, Luigi nella vita diventerà un commerciante e si dedicherà con grande entusiasmo al civile, in particolare verso quei commercianti che, più volte, aveva visto umiliati e feriti non solo nel corpo, ma anche nella dignità, dalla sua stessa famiglia. Finalmente potrà fare qualcosa per loro e lottare insieme a loro, contro la criminalità. Ma non solo: lottare per il riscatto dei ragazzi del Sud, difendere quella bella terra ‘sfregiata’ che resiste al potere della malavita, sperando che la sua storia possa essere da esempio ai tanti giovani, che sognano di estirpare, come lui, la gramigna dal loro “status”, per diventare uomini migliori.

“Le stesse sofferenze che ho subito io – precisa Di Cicco – le hanno passate tutti quelli che hanno fatto le stesse scelte. Perciò il Progetto Gramigna deve andare avanti e, forse, ci permetteranno di farne anche una serie televisiva perché al cinema devi essere kolossal per uscire in sala, il produttore ha fatto dei sacrifici enormi per distribuire il film”.

“Gramigna – riprende il regista – è un film di grande valore socio-culturale, nato con l’obiettivo di portarlo in tutte le scuole a scopo educativo. Un film che prende i giovani per mano e li guida, senza ipocrisia, senza filtri o menzogne, nelle tenebre del male – un male che rende l’esistenza stessa una galera – indispensabile per farli poi riemergere nella luce di un riscatto possibile per tutti. Un riscatto che genera libertà e regala così possibilità di: osare, ribellarsi, cambiare, fare, sognare, in una terra dove spesso i sogni restano intrappolati nell’adolescenza e si tramutano poi in rabbia, disillusione e rassegnazione. Una frase storica e molto significativa di un film diretto dal maestro Francesco Rosi diceva: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, autentica è, invece, la realtà sociale e ambientale che li produce». Il film era ‘Le mani sulla Città’, pellicola d’impegno civile che, ancora oggi, è un capolavoro sociale, uno strumento atto a migliorare il nostro approccio alla vita e alla nostra terra. ‘Gramigna’, invece, è la testimonianza di una realtà tangibile, perché si può osare per cambiare e vincere il male”.

“A me ha dato un forte senso di responsabilità – dice Di Gennaro – perché è un ruolo vero e mi sono avvantaggiato prima delle riprese. Non conoscevo Luigi, ma durante le scene nelle location del carcere – dato che abbiamo cominciato da lì – mi ha aiutato moltissimo. Il bello di questo lavoro è che ti permette di conoscere persone belle e imparare da loro. Voglio ricordare che è l’ultimo film di Lucia Ragni (la nonna ndr.), che ha nascosto il suo male a tutti fino alla fine”.

Un’opera che coinvolge e commuove, grazie ad un stile asciutto ed efficace, e ad una narrazione realistica che racconta la violenza, senza metterla in primo piano, e contenuta (il film dura soltanto 93’) e senza tempi morti, grazie anche al montaggio di Letizia Caudulo. La pellicola è sostenuta da Unicef Italia e verrà proposta nelle scuole di tutta Italia (dal 27 novembre) – finora sono 200 -, per far capire che i ragazzi vanno protetti dalla violenza, che hanno un’opportunità di scelta e di poter vivere un’infanzia degna di questo nome. In cambio verrà chiesta una piccola offerta (1 euro) proprio per Unicef da destinare ai bambini vittime di guerre e violenza.

Nel cast Gianni Ferreri (Gennaro), Mario Porfito, Nicola Graziano, Antonio Tallura, Titti Cerrone, Anna Capasso, Ciro Petrone e la partecipazione di Ernesto Maieux. La fotografia, volutamente fredda, è di Timoty Aliprandi e le musiche originali sono firmate Franco Eco.

Nelle sale italiane dal 23 novembre distribuito da KlanMovie