Agadah

Ispirato liberamente al classico della letteratura mondiale “Manoscritto trovato a Saragozza” del Conte polacco Jan Potocki (1761-1815) – senatore dell’impero russo e scrittore, ma anche etnologo, egittologo, linguista, viaggiatore… -, e sulla scia de “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone, “Agadah” di Alberto Rondalli, è un suggestivo viaggio-sogno, sorta di percorso di iniziazione di un giovane alla ricerca di se stesso (e del ‘mondo’).

Quello di Potocki è un romanzo difficile da classificare (attraversa tutti i generi e forse non ne sposa nessuno), ma anche da trasporre in film, non a caso esiste una sola versione cinematografica omonima firmata nel 1964 da Wojciech Has, con Zbigniew Cybulski, ma è stato citato da scrittori come Camilleri e Pennac, Barbero e Maurensig.

Un romanzo dalla complessa struttura narrativa che intreccia storie come se fossero in una matrioska, ovvero una dentro l’altra, e Rondalli (“Il Derviscio”) le fa precedere da un prologo e da un epilogo di cui è protagonista lo stesso Potocki.

Maggio 1734, Alfonso di van Worden (l’argentino Nahuel Pérez Biscayart), giovane ufficiale Vallone al servizio di Re Carlo, ha ricevuto l’ordine di raggiungere il suo reggimento a Napoli nel più breve tempo possibile (l’ambientazione è spostata dalla Spagna all’Italia, mentre il personaggio resta spagnolo). Nonostante il suo fedele servitore, cerchi di dissuaderlo dall’attraversare l’altopiano delle Murgie, perché infestato da spettri e demoni inquietanti, si mette ugualmente in cammino.

In un intreccio tra sogno e realtà, picaresco e horror, avventura e fantastico, che riporta in mente il “Decamerone” e le “Mille e una Notte” (in un certo senso anche “I racconti di Canterbury”), Alfonso compirà un percorso iniziatico, durante dieci lunghe giornate, tra visioni e magia in caverne misteriose, locande malfamate, amori scabrosi e inquietanti presenze.

Ambientato all’indomani della Battaglia di Bitonto, che portò il Regno di Napoli sotto il dominio di Carlo di Borbone, il film, in un crescendo epico, intreccia, tra sogno e realtà, il destino di due uomini uniti in modo indissolubile attraverso storie tra loro concatenate in una realtà popolata da briganti e gitani, forche e castelli infestati, fratelli cabalisti e fantasmi vendicativi. E, alla fine, Alfonso non avrà mai certezza se la sua esperienza sia stata reale o solo frutto dell’immaginazione… ma sconfiggerà ogni paura senza rinunciare ai suoi principi.

Affascinante dal punto visivo e narrativo, e da un’ambientazione ricca di particolari, “Agadah” coinvolge e seduce lo spettatore anche grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Claudio Collepiccolo, dello scenografo Francesco Bronzi e della costumista Nicoletta Taranta, e di un azzeccato cast internazionale, dove gli attori recitano (anche in italiano) con le loro voci. Le musiche originali di Alessandro Sironi rivisitano sia quelle settecentesche che quelle mediterranee.

E come affermava Potocki – citato all’inizio e poi ancora verso la fine – nel suo romanzo, il narratore è uno solo, unico, e muove le fila di tutti i personaggi, e proprio il titolo “agadah” nel linguaggio cabalistico significa ‘narrare’. Il regista (che firma anche sceneggiatura e montaggio) riesce appunto a trovare il modo giusto per andare avanti e indietro, da una storia all’altra, dalla fantasia alla realtà.

“Due sono stati i principali problemi – dice il regista – che ho dovuto affrontare nel trarre un film da un capolavoro di straordinaria complessità e bellezza quale il ‘Manoscritto’. Il primo di ordine drammaturgico: tra le infinite variazioni che il romanzo propone, era necessario fare una scelta per ridurre la storia ad un impianto cinematografico che da un lato rispettasse la complessità del romanzo e dall’altro permettesse la realizzazione di un film. La soluzione più naturale è stata quella di utilizzare come struttura narrativa portante quella del viaggio di uno dei protagonisti, Alfonso van Worden (“l’onesto, ingenuo e ridicolo Alfonso Van Worden…”), che diventa protagonista unico. Da questo tema principale, attraverso l’entrata in scena dei vari narratori, per gemmazione, partono le altre storie che rimangono quindi incastonate sul tema principale. In questa operazione drammaturgica ho cercato quindi di mettere in rilievo il conflitto tra i contenuti fantastici ed esoterici dei vari racconti e il tentativo di interpretare, da parte di Alfonso, gli eventi attraverso ‘i lumi della ragione’.”

Il secondo era quello di regia cinematografica vera e propria, quello più riuscito, visto che amalgama le diverse storie, usando un mix di effetti speciali digitali e artigianali nel modo migliore.

Assecondano il protagonista: Jordi Mollà (Potocki / Diego Herbas), Pilar Lòpez de Ayala (Rebecca Di Oria), Caterina Murino (Principessa di Montesalerno), Alessandro Haber  (Cornandez), Umberto Orsini (Belial), Alessio Boni (Pietro Di Oria), Valentina Cervi (Ines), Ivan Franek (Thibaud), Marco Foschi (Blas Herbas), Flavio Bucci (Vecchio Moreno), Marta Manduca (Emina), Antonio Buil Puejo (Trivulzio), Giulia Bertinelli (Zibbidè), Riccardo Bocci (Velasquez), Federica Rosellini (Dariolette).

Nelle sale italiane dal 16 novembre distribuito da Ra.Mo