Un grossolano falso l’incontro di Vittoria e Puccini

 

  Non so a quanti sia capitata l’occasione di ascoltare una vecchia signora – diciamo sugli ottanta – che gorgheggia con la freschezza vocale di una giovinetta, e tuttavia questo è quanto viene mostrato nel film Vittoria e Abdul, dove la regina, galvanizzata dall’esibizione canora del nostro Giacomo Puccini, intona un canto con la voce per niente arrochita dall’età. Per scrupolo abbiamo interpellato l’amica Paola Reali, maestra di canto, che senza esitazione ci ha confermato che chiunque eserciti continuativamente la voce, va da sé con una tecnica corretta, se la ritrova anche in tarda età bella e fresca come quando aveva vent’anni. E non ha mancato di precisare come questo stato di privilegio sia appannaggio specialmente degli  inglesi, abituati a cantare fin da bambini a cominciare dalla scuola, nonché alle funzioni religiose sino alla fine dei loro giorni. Tutte argomentazioni che promuovono a pieni voti la performance della regina Vittoria.

  Tutto da ridire, invece, sulla breve ma disastrosa apparizione del nostro Puccini. All’epoca in cui il film ritrae Vittoria, doveva aver appena passato i quaranta, oramai  famoso ovunque, mentre da poco il Teatro dell’Opera di Roma aveva rappresentato trionfalmente per la prima volta Tosca. Per onorare la visita della regina a Firenze, Puccini le canta una romanza dalla giovanile Manon Lescaut,  storcendo ridicolmente la bocca e con gli atteggiamenti del classico tenore italiano preso di mira dalla satira,  baffoni arricciati compresi, tanto da farlo apparire come un moderno cantautore che si fa accompagnare al pianoforte da altri. Chi l’ha detto che un compositore, per il fatto che scrive opere liriche, debba anche avere una bella voce? Al posto di Puccini, proviamo a immaginare per un momento un Verdi, un Rossini, un Donizetti e magari anche un Wagner che, non appena si trovano al cospetto di un sovrano, gli sciorinano le loro più belle arie con tanto di acuti e gorgheggi. Nel caso del Puccini cinematografico,  quel che stupisce di più è che sotto quella caricatura non ci sia un latino, ma un noto e bravo attore che più inglese non si può: è Simon Callow,  pesantemente “meridionalizzato” dal trucco sino ad apparire irriconoscibile (anche come Puccini), che ce la mette tutta per rendere il compositore simile alla caricatura del cantante lirico italiano.

  Solo che il peggio non è finito: Vittoria e Puccini non ebbero mai occasione di incontrarsi, né a Firenze e nemmeno a Londra, dove pure il compositore era bene introdotto, come si può evincere da qualsiasi biografia. Tutta la scena è pura invenzione, e non si capiscono i motivi che hanno guidato il regista a concepire quel grossolano falso. Tra l’altro, se solo avesse voluto introdurre un musicista italiano nel film, ne aveva uno a portata di mano, che già da tempo circolava nella reggia di Vittoria , e avrebbe continuato a abitarci anche dopo la scomparsa della regina. Era Francesco Paolo Tosti, autore di squisite romanze da salotto come Ideale, Malia, A’ Vucchella (su testo di D’Annunzio: abruzzesi entrambi, erano molto amici), A Marechiare, Sogno, L’ultima canzone e tantissime altre. Era stata la stessa Vittoria a eleggerlo come maestro di musica dei suoi figli.  Nel corso del suo lungo soggiorno londinese, Tosti compose molte liriche in inglese, che certamente Vittoria conosceva e avrà cantato. Rimase a palazzo anche dopo la sua scomparsa, nominato Sir da Edoardo VII e naturalizzato suo malgrado inglese, cosa che gli procurò durissime critiche da parte dei suoi connazionali.
Ivana Musiani