Storia semiseria di un giovane brillante

 

  Era un giovane brillante che faceva di tutto per apparire opaco e questo, a volte, gli creava un’inquietudine che sfociava in malumori improvvisi che scomparivano con la fugacità di un baleno. Era un maestro in mandare indietro stati d’animo che avrebbero potuto fornire qualche indicazione sul suo vero io.

  Tenere a bada se stesso gli costava uno sforzo che lo stancava e non di rado gli provocava delle subitanee assenze, allora la sua mente se ne andava chissà dove, forse a contemplare quello che manteneva nascosto; i suoi occhi si smarrivano, lo sguardo diventava vago, perso dietro immagini che solo lui vedeva. Si riprendeva non appena sentiva che gli altri se ne erano accorti e tornava con il sorriso alquanto imbarazzato di chi è stato colto in fallo. Chi lo conosceva non faceva caso di queste fughe, erano in lui una normale anomalia che veniva accettata allo stesso modo delle poche parole, dei rari interventi nelle conversazioni, delle improvvise battute devastanti che irrompevano dopo lunghi silenzi in cui gli altri dimenticavano la sua presenza. Nessuno si meravigliava delle sue sortite inaspettate, perché per molti sforzi che facesse, la sua brillante intelligenza, il suo ironico e a volte lapidario umorismo, uscivano all’improvviso come il fiotto di vapore da una pentola a pressione.

  Aveva conosciuto una ragazza che amava mettersi in mostra, non se ne era innamorato, tuttavia, aveva iniziato una relazione con lei perché pensava che fosse la donna giusta dietro la quale   nascondersi. Nelle serate con gli amici, lei si sarebbe presa tutta la scena e lui avrebbe goduto di un rilassante anonimato che gli avrebbe permesso di dedicarsi, in tutta tranquillità, a qualcosa che lo interessava vivamente: osservare la gente.

  Non si limitava a osservare le persone che lo circondavano, gli amici, i conoscenti e tutti quelli con cui per qualche ragione era in contatto. Il suo campo di osservazione si estendeva agli sconosciuti,   agli occupanti del tavolo accanto nei ristoranti, ai passanti che incrociava per strada, agli occasionali compagni di viaggio sui treni e persino sugli aerei. Lo appassionava studiare gli atteggiamenti altrui, indovinare quel che facevano nella vita, ciò che dicevano quando li vedeva in gruppo, desumere i loro pensieri, le loro emozioni, le loro intenzioni, dai gesti, dalla postura del corpo, dagli sguardi; se era possibile osservarli, gli sguardi parlavano. Tutti parliamo con gli occhi basta trovare chi capisca quel che diciamo. Riferita a lui questa possibilità era il suo incubo: se un giorno avesse trovato la persona capace di capire ciò che dicevano i suoi occhi, non avrebbe potuto più nascondersi e quella parte di se stesso che serbava gelosamente occulta sarebbe venuta in superficie, complicandogli non poco la vita.

  Dalla prima elementare al terzo anno del liceo era stato un allievo eccezionale, sempre il primo della classe. Aveva scelto di frequentare il liceo scientifico fondamentalmente perché le astrazioni della matematica lo appassionavano ed erano stati proprio i pessimi voti in matematica che lo avevano indotto ad abbandonare gli studi dopo il quarto anno. Aveva inspiegabilmente perso interesse nello studio, alla fine dell’anno scolastico la maggior parte dei libri erano nuovi come se non fossero stati neppure sfogliati. Durante le lezioni non ascoltava i professori, la mente se ne andava altrove; con meraviglia d’insegnanti e compagni e disperazione della madre, era diventato il peggiore della classe. I suoi voti erano appena sufficienti in molte materie, ma in matematica dire che erano insufficienti sembrava un eufemismo, non aveva mai risolto un esercizio nelle prove scritte, né risposto a una sola domanda quando veniva interrogato dall’insegnante. La madre era stata chiamata a colloquio con la preside e i professori e si era parlato di farlo visitare da uno psicologo. Per fortuna aveva prevalso l’idea che si trattasse soltanto di un momentaneo disorientamento, normale negli adolescenti, o una forma di ribellione, normale anche in quell’età e che pressarlo sarebbe stato controproducente: era necessario sostenerlo senza esigergli troppo.

  Passato un anno sabbatico in cui si dedicò a viaggiare con pochi soldi e tanta voglia di esplorare posti nuovi fuori e dentro di sé, tornò a scuola e superò la maturità con il massimo dei voti.

  Si iscrisse a ingegneria e iniziò a frequentare la facoltà, conobbe un gruppo di ragazzi spensierati, la cui occupazione principale era divertirsi. Bravi ragazzi che desideravano far carriera con il minimo sforzo e molti di loro ci sarebbero riusciti grazie alla fortuna di avere genitori influenti. Si trovava bene con i nuovi amici perché erano superficiali e allegri, scivolavano olimpicamente sulle cose serie e per essere accettato bastava comportarsi allo stesso modo. I guai iniziarono al momento degli esami. Si era ripromesso di non impegnarsi troppo nello studio, di passare l’esame con un  modesto 25, 26 al massimo e andare così fino alla laurea. Lesse tutti i libri richiesti senza approfondirli, secondo lui bastava ricordare le cose più importante per non essere bocciato e si comportò di conseguenza. Il fatidico giorno del primo esame, quando si trovò davanti ai professori successe qualcosa di inaspettato: la sua natura occulta si fece avanti con decisione e non solo espose brillantemente tutto ciò che aveva appreso con una semplice lettura sui libri per l’esame ma, siccome era un accanito lettore, ampliò il suo intervento parlando anche di altri autori che si occupavano degli stessi argomenti. Gli diedero trenta senza lode perché la commissione esaminatrice giudicò che poteva essere controproducente, per un ragazzo così dotato, arrivare al primo colpo al gradino più alto, era meglio lasciargli intatta l’ambizione di raggiungerlo e mantenerlo, di maniera che non allentasse lo sforzo e si superasse.

  Non appena seppe del voto ottenuto, fuggì letteralmente dalla facoltà e non si fermò finché non raggiunse un viale del parco che frequentava quando voleva che nessuno lo trovasse. Il cellulare restò spento per tutto il giorno. Si vergognava profondamente del suo comportamento, non riusciva a perdonarsi. Rivedeva i volti dei professori che lentamente abbandonavano l’espressione preventivamente scettica e si illuminavano di sincero interesse. Una professoressa con un elegante taglio dei capelli argentati e un viso senza età, celava a malapena l’entusiasmo e quando gli strinse la mano credette che lo avrebbe baciato. Tutti i suoi buoni propositi erano svaniti per colpa sua, perché non era stato capace di tenere a bada quella parte di sé sempre in agguato per complicargli la vita. Ora il gruppo di ragazzi che lo aveva accolto come uno di loro avrebbe cominciato a guardarlo con sospetto e ad aspettarsi da lui chissà che. Era desolato.

  Alla madre disse che aveva preso ventisette e la delusione che vide sul suo viso gli procurò la prima soddisfazione di quella giornata da dimenticare.

  E ciò che temeva si avverò prima di quanto pensava: gli amici del gruppo cominciarono a guardarlo con sospetto. -Avevi detto che non ti eri impegnato e che ti saresti accontentato di qualsiasi voto e guarda caso ti sei preso un trenta, come mai?- E la questione andò avanti con domande del genere per un bel po’. Lui si sentiva in colpa e si difendeva come poteva. -Giuro che ho studiato pochissimo e solo i temi più importanti, non capisco, forse mi hanno chiesto solo ciò che avevo letto-. E così peggiorava la situazione, perché alcuni ragazzi avevano preso ventisei dopo aver studiato tanto, quindi, lui o era raccomandato o mentiva o, nei peggiore dei casi, era un secchione di quelli che ricordano tutto dopo una sola lettura. In ogni caso non era come loro credevano che fosse. Per sua fortuna gli amici erano superficiali quel che bastava per non aver voglia d’indagare e dopo qualche giorno dimenticarono il suo trenta e lo lasciarono in pace.

  Il secondo trenta, e questa volta con lode, anche se non gli fece rischiare di essere escluso dal gruppo, determinò una certa presa di distanza degli altri ragazzi perché avevano capito che non era come loro, era superiore. Cominciarono ad ammirarlo, a invidiarlo, a tempestarlo di domande su passaggi che ritenevano oscuri nelle lezioni dei professori e persino a pretendere che li aiutasse nella preparazione degli esame. Lui allora capì che non c’erano scappatoie, che la sua vita era stata messa sottosopra dalla sua incapacità di trattenersi in certi momenti cruciali. Gli amici lo stavano costringendo a essere sempre più se stesso e a prendersi tutte le responsabilità che questo comportava.

  Non sapendo come mettere freno a quel che stava succedendo iniziò a non frequentare più il gruppo al di fuori della facoltà. Trovava sempre un pretesto per non andare in discoteca o alle feste che organizzavano, dava buca agli appuntamenti senza avvisare e senza dopo dare spiegazioni. In compenso era sempre più disponibile ad aiutare gli altri negli studi. All’inizio gli amici erano perplessi e anche offesi dal suo nuovo atteggiamento. Le più sconcertate erano le ragazze che da sempre gareggiavano inutilmente per conquistarlo, quando c’era lui il resto dell’universo maschile per loro scompariva perché, non solo era il più intelligente e brillante, era anche il più bello.

  La  bellezza era un altro fardello che la natura crudele si era divertita a mettergli sulle spalle appena nato e per molto che facesse per nasconderla, o almeno dissimularla, al contrario della sua intelligenza, era sempre lì in bella mostra a disturbare la sua quiete.

  Passato il primo momento di sconcerto, il gruppo accettò il suo inspiegabile atteggiamento e dandosi le più diverse spiegazioni, si accontentò di ricevere il suo sostegno nello studio. In fondo, in fondo, i maschi non furono oltremodo dispiaciuti perché la sua uscita di scena ridestò l’interesse delle ragazze per loro.

  Fu una soluzione vantaggiosa per tutti, per lui significò vivere apertamente la sua vera natura nell’ambito universitario e così essere in grado di coprirla gelosamente nella vita privata.

  Conobbe la ragazza bella e brillante che amava mettere in mostra ciò che madre natura le aveva  concesso e capì subito che era la donna per lui. Non si prese il disturbo di cercar di conquistarla e lasciò a lei l’iniziativa; nel giro di un paio di settimana facevano coppia fissa.

  Lei era una brillante studentessa di Lettere, sempre attorniata da ammiratori di entrambi i sessi che costituivano il suo gruppo o piuttosto la sua corte. Lui fu accettato con qualche riserva, troppo bello e troppo introverso, sicuramente se la tirava, ma con il passare del tempo impararono a considerarlo uno di loro, a rispettare i suoi silenzi, le sue momentanee assenze e le sue sortite improvvise che denotavano un’acuta intelligenza che chissà per quale motivo nascondeva.

  Con la ragazza andava tutto bene; lei parlava e lui ascoltava, facendo ogni tanto qualche commento per farle notare che stava attento. Per fortuna lei era intelligente e preparata e la sua conversazione o piuttosto i suoi monologhi non erano mai banali. L’intesa a letto era perfetta, le loro intelligenze erano tenute lontane dal materasso dove regnava l’istinto e, forse, anche il sentimento ma nessuno dei due lo avrebbe mai ammesso.

  All’università le cose cominciarono a complicarsi perché, senza proporselo e tanto meno desiderarlo, lui stava diventando un personaggio. La sua abitudine di prendere trenta e lode unita al suo riservo, al suo starsi sempre in disparte o attorniato dal gruppo che innalzava una gelosa barriera tra lui e il mondo esterno, stuzzicavano l’interesse di studenti e professori. Le ragazze lo corteggiavano sfacciatamente, lui sorrideva e fuggiva. Sarà gay? Si chiedevano, ma i gay che si avvicinavano ricevevano lo stesso trattamento. Allora la domanda era: sarà asessuato? E il suo intrigante fascino aumentava. Più difficile era liberarsi dai politicizzati. Destra e sinistra se lo disputavano e sgusciar via come faceva con gli innamorati era più complicato. I professori lo tenevano d’occhio, tutti lo avrebbero voluto come aiutante, tuttavia, nessuno si decideva a fare il primo passo per paura dell’ombra che avrebbe potuto gettare sulla loro autorità quell’intelligenza troppo brillante.

  Suo malgrado, i riflettori erano puntati su di lui; mille occhi lo vigilavano, non poteva e non doveva permettersi la più piccola sbavatura; lui era il migliore e doveva restare al gradino più alto o inventarsi altri gradini per salire ancora.

  Lo stratagemma di sorridere e fuggire non diede i risultati auspicati, perché sembrava un invito a dargli la caccia, allora cambiò tattica e diventò antipatico e persino maleducato, questo costrinse gli altri ad ammirarlo da lontano e poco a poco si fece il vuoto attorno a lui. Non per questo venne a meno il suo obbligo di essere il migliore anzi, l’isolamento lo rese più visibile e tenerlo d’occhio era più facile.

  Per fortuna c’era sempre la sua ragazza che lo trovava adorabile e quando lui le confessava con aria mesta di aver superato l’esame con un modesto ventisei, lei sorrideva incoraggiante e gli diceva: dai non fare quella faccia!  Non è un cattivo voto. E lui sorrideva riconoscente perché a lei non doveva dimostrare nulla. In realtà doveva dimostrare di essere come non era e questo diventava anche un obbligo che s’imponeva da solo. Spesso si sentiva in colpa e aveva la tentazione di dirle la verità, ma poi desisteva per timore della reazione di lei e lo coglieva la stanchezza e tornavano i malumori e le assenze repentine.

  L’unica persona a cui non doveva dimostrare niente era il padre. Con lui era sempre rilassato, si sapeva accettato e ben voluto per il semplice fatto di essere suo figlio; nella vittoria o nella sconfitta sarebbe sempre rimasto suo figlio e basta, e questo era di grande conforto. Era l’unica persona, al di fuori dei compagni di facoltà e dei professori, che sapeva la verità sull’andamento degli studi e sui voti che prendeva agli esami. I genitori si erano separati quando aveva dieci anni ed era stato per lui, ancora bambino, un’esperienza difficile da superare; tuttavia, passato il primo sconcerto, si era accorto che il rapporto con il padre, un giornalista di successo, diventava più stretto e più profondo di quanto non lo fosse stato prima della separazione e che il mutato rapporto gli consentiva di fuggire dall’amore esclusivista e non poco soffocante della madre che per anni aveva offuscato, fino a quasi cancellarla, la figura paterna. Era stato il padre che alla fine del fallimentare quarto anno del liceo gli aveva detto: cercando di punire tua madre in realtà stai punendo te stesso. Lui era diventato rosso dalla vergogna di essere stato scoperto ma, al tempo stesso, si era sentito sollevato e felice che suo padre avesse capito ciò che lui non osava confessarsi. Sì, si era ribellato alla pretesa della madre di avere un figlio perfetto, immune da qualsiasi errore o debolezza, dimostrandole che, se gli saltava in mente, lui era capace di essere peggiore di quanto potesse immaginare. L’aveva delusa, addolorata e, con adolescenziale cattiveria, ne aveva gioito. Il padre non aveva avuto bisogno di lunghi discorsi, gli aveva detto semplicemente: -vai a fare un viaggio per rinfrescarti le idee- e aveva provveduto alle spese. Così aveva capito che era ora di smetterla con la farsa del peggiore della classe e si era deciso a finire il liceo.

  L’aula dove discusse la tesi di laurea era gremita, mezza facoltà era venuta a presenziare all’evento. C’erano i genitori, i parenti e gli amici degli altri laureandi che, raggiunti dalla sua fama, volevano ascoltare la dissertazione di quel fenomeno di cui tutti parlavano, mentre attendevano il turno del loro congiunto e lui non deluse le aspettative. Dopo il centodieci e lode e bacio accademico, uscì dall’aula tra gli applausi e gli abbracci degli amici del gruppo. Con la corona di alloro che qualcuno gli aveva messo in testa, sorridente e sereno, sembrava appena sceso dall’Olimpo per la gioia dei mortali. Nessun parente, nessun amico, era presente perché a nessuno aveva detto che si laureava quel giorno anzi, nessuno sapeva che avesse finito di dare gli esami. Un attraente signore sulla cinquantina e la sua incantevole accompagnatrice, forse sua figlia da come si comportava, lasciarono l’aula sorridenti e frettolosi prima che scoppiassero gli applausi.

  L’unico che fu informato della discussione della tesi e del risultato fu il padre. Glielo disse al telefono non appena riuscì a fuggire dalla facoltà. Alla fidanzata raccontò una versione bugiarda una settimana dopo e si sentì in colpa e soprattutto era addolorato di dover reprimere la sua gioia e di non poter festeggiare con lei come avrebbe voluto; festeggiarono ugualmente, però senza coinvolgere gli amici e in tono minore.

  Il giovane si ritrovò con una laurea in ingegneria elettronica ottenuta con i più alti voti e si domandò a cosa poteva servirgli. Scartata la carriera universitaria, gli si aprivano molte strade, troppe, e lui non sapeva quale scegliere. Aveva dato un esame dopo l’altro e si era laureato in tempo record senza mai domandarsi che avrebbe fatto una volta laureato. Gli venne in aiuto un amico del padre, uomo influente che lo conosceva fin dalla nascita e che non ignorava le sue prodezze universitarie, proponendogli un posto in una fabbrica 4.0.  Trovò l’offerta stimolante e accettò. L’incaricata del personale rimase colpita non soltanto dalla sua preparazione, garantita dalla tesi di laurea e dai voti ottenuti, ma soprattutto dalla sua personalità e anche dalla sua bellezza. Fu assunto a tempo indeterminato ricoprendo subito un ruolo di una certa importanza e iniziò la salita saltando scalini della scala gerarchica. Immerso in un lavoro che lo appassionava, circondato da colleghi con un alto quoziente intellettivo si sentiva a suo agio, la sua intelligenza spiccava in modo più contenuto, era sempre il migliore, ma tra i migliori.

  Fuori dall’azienda continuò la commedia dell’uomo senza qualità. Sposò la fidanzata che nel frattempo si era laureata, anche lei con il massimo dei voti e lavorava come giornalista freelance.

  Passava il tempo e lui assumeva responsabilità sempre maggiori dentro l’azienda e guadagnava di più e per giustificare lo stipendio, sproporzionato alla carica che diceva di ricoprire, si era inventato un’eredità lasciatagli da una parente di suo padre. Il padre, condiscendente, copriva la sua bugia.

  In un viaggio che fece in Spagna con la moglie, successe qualcosa che avrebbe cambiato la sua vita. Durante una sosta a un semaforo a Madrid, una coppia di ragazzi si esibì come giocolieri davanti alle macchine ferme. C’era qualcosa in loro che lo colpì, forse la giovinezza o la voglia di mettersi in mostra, non avrebbe saputo trovare una spiegazione alle sensazioni che quei due, con i loro modesti giochi, gli procurarono; il fatto è che diede agli improvvisati giocolieri una grossa mancia e durante il resto della giornata non riuscì a togliersi la scena dalla testa. Nei giorni che seguirono, la vecchia abitudine di osservare la gente, da tempo dimenticata, ricomparve e si aggiunse alla fantasticheria che la sua mente costruiva intorno alle figure dei giocolieri. Diede loro dei caratteri, dei sentimenti, delle emozioni, una famiglia, una posizione sociale, costruì dei rapporti tra di loro e con il mondo. La sua mente lavorava per conto proprio, lui non capiva da dove scaturissero quelle fantasie, che prendevano forma persino contro la sua volontà, fermarle richiedeva un grosso sforzo e non sempre ci riusciva. Diventò via via più distratto, ricomparvero le assenze repentine e il resto del soggiorno in Spagna fu una vera delusione per la moglie, oltreché una fonte di preoccupazione.

  Rientrato in fabbrica, in apparenza nulla era cambiato in lui, il suo rendimento si manteneva al solito livello e proprio questo finì per preoccupare i suoi colleghi perché lui, raggiunto un certo grado, non si dava pace finché non lo superava; in quel momento, invece, si accontentava, viaggiava in pianura, non sembrava interessato a scalare nuove vette. Inoltre, se prima parlava poco, ora si esprimeva per monosillabi e non era sempre facile capirlo.

  Gli algoritmi stavano cedendo il passo a movimentate fantasticherie, colme di colori, profumi, sapori e soprattutto del calore emanato da certe creature che poco a poco si profilavano nella sua mente, trascinando un bagaglio di sentimenti, gioie, dolori, segreti, al punto tale di apparire quasi vere. E in lui l’interesse da sempre provato verso gli sconosciuti che osservava nella vita reale si stava trasferendo a quegli altri sconosciuti, ancora evanescenti, simili a fantasmi, che invadevano il suo pensiero e che erano una sfida alla sua innata curiosità. Quegli sconosciuti, a differenza degli altri che incrociava per la strada, erano a sua disposizione; lui poteva, seguendo il suo capriccio o il suo istinto, dare loro un volto e un corpo; poteva indagare nelle loro vite, scoprire le loro abitudine, sapere cosa pensavano, cosa desideravano, a chi amavano, a chi odiavano e che senso cercavano di dare alla propria esistenza. Questo territorio ignoto che si offriva alle sue capacità di esploratore, gli sembrò talmente affascinante che, per scoprirlo, intraprese l’unica strada possibile: si mise a scrivere.

  Scriveva in ogni momento libero sul tablet, su foglietti, sull’agenda dove segnava gli appuntamenti di lavoro, sul cellulare. La sera tornava a casa sempre più presto, per approfittare del tempo prima che la moglie rientrasse e trascriveva sul portatile gli appunti della giornata. Aveva dato un nome tecnico al file dove svolgeva la sua segreta attività in prevenzione di una, seppur  remota, violazione del suo computer da parte della moglie.

  Con il trascorrere del tempo gli appunti, lentamente, si organizzavano a formare una storia. I fantasmi avevano un nome, una fisionomia e un carattere ben definiti, ormai erano dotati di una propria personalità che determinava le loro azioni e il loro rapportarsi con l’ambiente e con gli altri e soffrivano, godevano e lottavano ognuno a modo suo.

  Lui passava le serate incollato al computer, si giustificava dicendo che lavorava, all’insaputa dell’azienda,  alla costruzione di un’applicazione che gli avrebbe fruttato tantissimi soldi. Intanto il rapporto con la moglie ne soffriva e nel lavoro il livello del suo rendimento ormai non viaggiava in pianura, scendeva. A questo allarmante fenomeno si trovò una spiegazione convincente: stress per eccesso d’impegni. Lui poteva essere un genio ma era dopotutto un essere umano e nell’azienda considerarono che un periodo di riposo gli fosse indispensabile per riprendersi.

  Plasmare quelle creature con parole come fosse argilla e instillare in loro l’alito vitale, alla stregua di un dio, gli procurava una felicità e un senso di appagamento sconosciuti. Era consapevole di aver trovato un luogo tutto suo dove poteva agire senza che nessuno lo giudicasse o esigesse da lui risultati straordinari. La storia che gli avevano ispirato gli improvvisati giocolieri spagnoli stava diventando un romanzo, bellissimo per lui che era il suo creatore e sarebbe stato il suo unico lettore. Quella sorta di camera sigillata dove gli altri non potevano penetrare e ne ignoravano persino l’esistenza, gli donava una sensazione di libertà e di sicurezza che stava cambiando il suo rapporto con il mondo.

  Fu molto riconoscente ai dirigenti della fabbrica che gli regalavano quei giorni preziosi di libertà da godere nella stanza segreta, nonostante fosse ben consapevole che tale generosità non era disinteressata, e utilizzò il suo ipotetico affaticamento per troppo lavoro come scusa per trasferirsi in un paesino di montagna, dove neanche alla moglie era permesso di raggiungerlo.

  E arrivò il giorno in cui mise il punto finale al suo romanzo. Per festeggiare stappò una bottiglia di champagne e dopo due bicchieri che aumentarono la sua euforia, iniziò il lavoro di revisione del testo. Con grande meraviglia e soddisfazione, man mano che rileggeva si accorgeva che non c’erano correzioni da fare, il testo scorreva facilmente in uno stile impeccabile e il racconto era ben organizzato, coerente e facile da seguire nonostante la complessità. Con stupore scoprì di aver scritto un buon libro e di essere quello che mai aveva sognato né desiderato di essere: lui era uno scrittore e nessuno, nessuno, lo avrebbe mai saputo.

  Tornò in città dalla moglie e riprese il suo posto nell’azienda, ma ormai quel lavoro che fino all’incontro con i giocolieri lo aveva entusiasmato stava perdendo attrattive per lui. Il suo rendimento, tuttavia, non diminuì perché la sua intelligenza aveva vita propria e agiva al di fuori della sua volontà, costringendolo a mai restare fermo sul gradino raggiunto e a spingersi sempre più in alto. Era qualcosa di ineluttabile: lui doveva svettare come il K2 e assumersi tutte le responsabilità che ciò comportava. Ora, però, poteva rifugiarsi nella camera sigillata, la cui esistenza solo lui conosceva, che gli offriva l’anonimato agognato e mai avuto. Il suo segreto lo confortava e gli procurava una sensazione di libertà non provata prima.

  Una mattina, mentre andava al lavoro, ricevette una chiamata inaspettata. Qualcuno, che si presentò con un nome mai sentito, disse che dopo aver letto il manoscritto voleva a ogni costo averlo nella sua collana. Lui rispose che forse aveva sbagliato numero. Ma no, non aveva sbagliato numero, cercava proprio lui e gli chiese di fissare un appuntamento il prima possibile per  parlare del contratto e, davanti al suo stupore, esclamò, meravigliato a sua volta: ma come? Sua moglie non le ha anticipato niente?

   La sera stessa costrinse la moglie a scoprire le carte e così apprese che lei sapeva tutto di lui. Non si era bevuta la farsa del bel ragazzo senza speciali qualità e si era informata, poi era stata al gioco per accontentarlo. Sapeva dei voti agli esami ed era stata presente, insieme al padre, alla discussione della sua tesi di laurea. Gli aveva fatto credere di essere una free lance che ogni tanto collaborava con qualche testata, quando in realtà lavorava come editor nell’importante casa editrice che lo aveva contattato. Gli confessò di aver fatto l’editing del manoscritto man mano che lui lo scriveva, per questo, una volta finito, lui non aveva dovuto far correzioni. Dalla lettura delle prime cartelle, si era resa conto che quel romanzo non era solo un capolavoro, ma un sicuro best seller mondiale e così aveva deciso di proporlo, a sua insaputa, alla redazione della sua casa editrice. Come hai capito che non ero come volevo far credere? Era riuscito a balbettare. Guardandoti negli occhi, fu la risposta e allora si rilassò e scoprì che la aveva sempre amata.

  Non poté sottrarsi e acconsentì a che il suo romanzo fosse pubblicato e, come la moglie e l’editore prevedevano, fu un best seller planetario. Ancora una volta era il migliore e ora a dargli la caccia non erano i compagni di facoltà ma i giornalisti, i fotografi, i conduttori televisivi, i milioni di fan. Era il suo destino: lui era il numero uno, qualsiasi cosa facesse, e dovette farsi carico.

Gladis Alicia Pereyra

Foto copyright Gladis Alicia Pereyra