David Lynch, Premio alla Carriera, chiude alla grande la 12.a Festa del Cinema di Roma

Chiusa alla grande la Festa del Cinema grazie alla presenza di David Lynch – da “Eraserhead” e “The Elephant Man” a “Velluto blu”, da “Twin Peaks” a “Mulholland Drive” – a Roma per il Premio alla Carriera, consegnatogli da Paolo Sorrentino, che ha anche avuto un incontro con il pubblico e, nelle ore precedenti ha incontrato anche la stampa internazionale, all’Auditorium Parco della Musica. Una conferenza stampa breve, sobria e naturalmente interessantissima perché il geniale regista ha risposto in modo secco e sintetico – soprattutto nella prima parte – e al tempo stesso illuminante.

Visto che viene considerato ‘il regista dell’inconscio’, ha detto: “Se è dell’inconscio non si sa”.

E sull’uomo e i suoi protagonisti che devono superare ostacoli e problemi: “Io mi tiro fuori dalla ‘merda’ con la meditazione trascendentale”.

Ricordategli alcuni aneddoti che girano intorno a lui: “Non so perché l’abbia detto”, su Sherilyn Fenn a proposito della dichiarazione “Entrare su un suo set è come salire sul ring”.

Nanni Moretti che (nel suo incontro alla Festa del Cinema) ha ricordato che al Festival di Cannes Lynch gli aveva detto ti vorrei uccidere, “Io lo volevo uccidere da subito e subito – scherza -, io amo Nanni, chissà perché ho avuto questo impulso”.

Su una sua vecchia sceneggiatura da “La metamorfosi” di Kafka: “L’ho scritta molto tempo fa, ma poi mi sono convinto che è meglio che rimanga un libro, espresso con le parole, sarebbe meglio lasciarlo così, non farne un film. Mi piace Kafka, come mi piace Jacques Tatì e tanti altri registi diversi. La mia ispirazione sono le idee perché sono come dei doni di Natale che riceviamo ogni giorno”.

“Non vedo i film di supereroi. Mi sono divertito con ogni film che ho realizzato, fatta eccezione per ‘Dune’, ma forse anche con quello, però non ho mai voluto tornare indietro”.

“Perché ho rifiutato ‘Star Wars’? Ho detto a Georges Lucas che sarebbe stato meglio se l’avesse fatto lui, è una cosa sua non mia. Ora non ho nessun progetto, niente di pronto”.

Sugli attori: “Si controllano le persone di cui si ha fiducia. Ma bisogna essere fedele all’idea perché è la cosa principale per  un sognatore”.

“Harry Dean (Stanton, ‘ereditato’ soprattutto dalla Nuova Hollywood, morto il 17 settembre scorso ndr.) lo amo – racconta -, a Cannes dopo la presentazione di ‘Una storia vera’, io, Angelo Badalamenti (il suo compositore feticcio ndr.) e Harry Dean siamo andati al bar dell’Hotel Carlton, e lui ha cominciato a raccontare che stava iniziando a fare sogni su coniglietti di cioccolato e abbiamo cominciato a ridere, poi ha raccontato un’altra cosa e abbiamo riso di nuovo, dopo una terza e le risate aumentavano finché alla quarta eravamo in lacrime. Nessuno sapeva far ridere come lui, peccato che non ho ripreso quella scena. Harry Dean era l’immagine dell’onestà e dell’innocenza, un puro. Una persona fantastica, tenera e innocente”.

“Come tutti amavo David Bowie – ricorda sul cantante-attore -, per me è stato un onore lavorare con lui in ‘Fuoco cammina con me’. Allora era imbarazzato, rimasto male, per l’accento della Louisiana che aveva messo su per la parte, tanto che mi disse di prendere stavolta un vero attore locale, io ho seguito il suo consiglio ma alla fine l’accento suonava esattamente come Bowie. Infatti, gli avevo chiesto se poteva partecipare alla nuova serie di ‘Twin Peaks’, ma solo ora capisco perché ha rifiutato”.

“Prima condivido la sceneggiatura con gli attori – precisa – e ognuno dà una certa interpretazione, poi si parla, si fanno le prove e si vede si è diversa da quella che ho avuto io, infine si parla ancora finché si è tutti in sintonia con ‘l’idea’ e a questo punto ce la fanno. In un mondo pieno di negatività e stress si schiacciano le idee, bisogna aprire una porta al mondo dell’amore e della creatività; dopo la rimozione del dolore e della sofferenza c’è la creatività, e le idee scorrono più liberamente”.

E all’obiezione che molti tormentati artisti del passato ci hanno dato dei capolavori, Lynch ribatte: “Molti pensano che con la meditazione si possa perdere la tensione e la spinta dei conflitti interiori che innescano la creatività, ma posso affermare che, dopo quarantaquattro anni di meditazione, questo a me non succede. L’idea dell’artista depresso e affamato è romantica e affascinante – mi sembra sia nata  in Francia -, ma credo che, se un artista spera che arrivi una donna con un piatto di zuppa calda e che magari si fermi pure la notte e poi questa donna non arriva, l’ultima cosa a cui pensa è mettersi a creare. Però è necessario capire la sofferenza non subirla. Basta che l’artista la sappia descrivere. L’idea che la sofferenza e la negatività possano promuovere la creatività è sbagliata, anzi bisogna essere felici e pieni di energia per godere del fare. Per me le persone dovrebbero semplicemente essere felici, avere buoni rapporti con gli altri, apprezzare le cose belle, soprattutto il cibo e il caffè italiani”.

Herzog? “Mi piace molto Werner Herzog – ammette – come persona e come regista. E’ ossessionato e io adoro le persone ossessionate”. Infatti, molti personaggi dei suoi film lo sono.

La musica? “E’ così astratta che con essa si riesce a ottenere delle idee. Per esempio per ‘Velluto Blu’, l’ispirazione viene da Sciostakovic e dalla canzone omonima, dopo anche dello stesso David Bowie e lavorare con Angelo (Badalamenti) mi fa venire in mente altre idee. E’ potentissima”.

“Mi piacciono mondi diversi – prosegue sulle storie -, la cosa principale è l’idea, possono essere anche banali, ma ci fanno andare avanti. Credo, comunque, che debba essere reale considerato che il cinema la sembrare realtà, è un mondo in cui si può entrare ed avere un’esperienza”.

“Si dice che spazio e tempo nascano da un campo unificato della relatività – conclude -, e lo stesso campo crea tutto quello che esiste; si chiama sé l’oceano della pura coscienza, la fonte dell’intelligenza illuminata della creatività, della serenità e della pace, meravigliosa per gli esseri umani. Sulla superficie della vita siamo tutti uguali, formiamo un tutt’uno. L’essere umano è meraviglioso. Vorrei arrivarci fino a oltre cent’anni”.

“Queste 18 ore di ‘Twin Peaks’ – chiude – le considero come un remake o reboot, ma è presto per parlare di una nuova stagione. Credo che molti di quelli che lavorano nel cinema si basino sui soldi; altri su quello che gli piace, secondo me sono i più felici”.