Wislawa Szymborska: Il Mondo non merita/la fine del mondo

–Wislawa Szymborska –Tutaj / Here – ZNAK

Tomasz Stanko  tromba

–Anna Bikont, Joanna Szczesna – Cianfrusaglie del passato – la vita di Wislawa Szymborska

 

  La scorsa estate, a Varsavia, ho incontrato una bibliotecaria gentile amante dell’Italia e della poesia. E poiché da Varsavia ero diretta a Poznan e lei è originaria di Cracovia, il discorso non poteva non cadere su Wislawa Szymborska che nella zona di Poznan era nata e che a Cracovia è vissuta per la maggior parte della sua vita.

  Qualche tempo dopo mi è stato recapitato un prezioso pacchetto che racchiudeva due libri: uno che, nella versione italiana, è stato pubblicato anche da Adelphi, ma che, come era emerso dalle nostre conversazioni, io non avevo letto, l’altro, in doppia versione, nell’originale polacco e nella traduzione inglese.

  Perché vengo qui a parlare di questo secondo libro, se non è una pubblicazione italiana?  Il fatto è che il volumetto è accompagnato da un CD dove l’autrice legge le sue poesie, con intervalli musicali della tromba di Tomasz Stanko. Quella sua lingua, il polacco, tutta un concerto di sibilanti, Szymborska la sostiene con un tono pacato e fermo. Siamo nella sede del Teatro dell’Opera di Cracovia dove, il 27 gennaio 2009, si svolge una serata poetica in occasione dell’uscita di Tutaj (Qui).  Alcuni anni prima di quella data avevo ascoltato la lettura delle poesie dalla viva voce di lei in un Teatro Valle ancora aperto al pubblico, affollato da appassionati di poesia e da ammiratori della poetessa polacca.

  Perché infatti il fenomeno Szymborska  supera di gran lunga il naturale interesse e la curiosità che investe altri premi Nobel, per i quali le moltitudini accorrano quasi esclusivamente in occasioni che potremmo definire istituzionali. Il fenomeno Szymborska  lo sento stranamente affine  al fenomeno Alda Merini. Poesia che è diventata popolare, diffusa capillarmente, fruibile non solo da un pubblico di addetti.

  Sottolineo la stranezza di questa affinità perché, è vero, si tratta di due donne dedite alla poesia, ma non si potrebbero trovare due caratteri più dissimili e anche una poesia più diversa. Appassionata e quasi esageratamente lirica quella della Merini, contenuta e riservata quella di Szymborska.  Eppure, a ben guardare, un’affinità si riscontra ed è quel filo di sottile ironia e di autoironia che in entrambe riscatta il dolore. Dicevo della voce di Szymborska in perfetta consonanza con il suono perfetto della tromba, e intanto mi tornava in mente un filmato, credo di Silvano Agosti, dove la Merini, nella sua poverissima casa, si siede al piano per un’esecuzione non certo perfetta, ma che ben rendeva la sua nuda necessità di fare musica e di fare poesia.

cianfrusaglie

  Ma veniamo all’altro volume su Szymborska “Cianfrusaglie del passato”, che ha in copertina una foto di lei con in braccio un giovane scimpanzé. All’interno altre foto: dell’infanzia, poi dell’età adulta, in posa, istantanee.

  Si tratta di un libro di 450 pagine fittamente stampate, con rigoroso apparato di note, ma aggiunge una nota positiva alla conoscenza dell’autrice?

  La risposta, direi, è già nella prima pagina del libro: “Wislawa Szymborska non amava l’invadenza, neppure postuma… Riteneva, e lo ha ribadito in più occasioni, che parlare di sé comporti un impoverimento interiore”. È persino banale affermare che quanto un poeta vuole dire è tutto nelle sue poesie.  Questo libro, mi sento di dire, è un prezzo che Szymborska ha pagato, nel suo paese, alla gloria del Nobel, alla curiosità quasi morbosa per ogni particolare della sua vita, ormai, dopo quell’evento, diventata patrimonio polacco. Torno a ripetere che mi sembra si tratti anzitutto di un tributo pagato al suo paese, perché infatti molti nomi che ci troviamo a leggere non dicono molto a un lettore non-polacco, anche appassionato della poesia dell’autrice. I rapporti della poetessa con il Partito comunista (al quale fu iscritta fino al 1966) e con rappresentanti, allora centrali, della vita politico-culturale della seconda metà del Novecento polacco, ci sono difficili da comprendere a fondo.

  Ci appare invece di particolare interesse il capitolo dedicato ai traduttori della  Szymborska, compito e privilegio che in Italia spettò integralmente, fino alla morte di lei, a Pietro Marchesani. Che diventa così la popolare e applaudita voce italiana di Szymborska.

  Scriveva Marchesani :” In Italia lei non ha lettori: ha fan, adoratori… La leggono perfino le persone che non leggono poesia”. 

  In Italia la citano politici, la echeggiano cantautori e le vendite dei suoi libri per lunghi periodi sono proprio in vetta alle classifiche.  L’amore tra lei e l’Italia doveva essere un amore felice, scambievole, se la poetessa, nonostante l’avversione più volte dichiarata per i viaggi, ne fece in Italia ben cinque nei suoi ultimi dieci anni di vita.  E l’Italia aveva forse bisogno in quegli anni (il Nobel è del 1996) di una voce come quella che Luigi Marinelli, uno dei maggiori esperti di letteratura polacca contemporanea, ha voluto definire moderatamente ottimista, una voce “che non fosse la manifestazione di un qualche moralismo o, peggio, pessimismo integrale.”

  Ma non dirò nulla che non si possa facilmente condividere se sottolineo che una buona parte di questo straordinario successo italiano di Szymborska sia per me certamente da attribuire anche alle capacità e alla sensibilità di un traduttore d’eccezione.

Piera Mattei