Il regista premio Oscar Michel Hazanavicius e Louis Garrel presentano “Il mio Godard”

Dopo la presentazione, in concorso, al Festival di Cannes e la recente anteprima italiana a France Odeon, arriva nelle sale (dal 31 ottobre) “Il mio Godard” (Le Redoutable), il film del regista premio Oscar Michel Hazanavicius (“The Artist”) dedicato a uno dei leggendari maestri della Nouvelle Vague e ispirato al libro della moglie Anne Wiazemsky (interpretata dalla somigliante Stacy Martin, con il look di Anna Karina (prima moglie e musa) e, quindi, ambientato in pieno ’68 parigino.

Non un biopic ma un ritratto, prima dell’uomo poi dell’artista, rivoluzionario, provocatorio, anzi geniale, sui toni della commedia e sul filo dell’ironia.

A Roma abbiamo incontrato il regista e il protagonista, un inedito Louis Garrel, che – in tour in Italia – ci hanno un po’ raccontato la nascita e l’evoluzione del progetto.

“E’ difficile dire qual è stato il risultato – esordisce il regista – perché ‘Il mio Godard’ è soprattutto una catena di punti di vista e alla base ci sono i libri di Anne Wiazemsky (morta proprio il 5 ottobre scorso ndr.) cinquant’anni dopo, è il primo filtro, poi c’è l’incarnazione di Garrel. In verità è un personaggio sfaccettato e paradossale in cui trovano posto tragedia e commedia. Sono stato colpito da un lato dall’uomo che ha lottato per le cose in cui ha creduto, dall’altra sono stato attratto dalla loro storia d’amore. Godard è libero e complesso”.

“Inizialmente avevo intitolato il film ‘Le Grand Homme’, ma l’espressione aveva una nota caustica che non mi piaceva. Si prestava al malinteso. Invece, mi piaceva l’aspetto ‘alla Belmondo’ di ‘Le Redoutable’ che rievoca i film che ha interpretato (non per Godard di cui è stato protagonista da ‘Fino all’ultimo respiro’ a ‘Pierrot le fou’, da noi ‘Il bandito delle 11’ ndr.). Mi piace anche l’ambiguità dell’accezione del termine al tempo stesso positiva e negativa: dire di una persona che è ‘temibile’, può essere sia un complimento che un rimprovero. E infine mi piaceva l’idea di utilizzare la trovata della frase ‘così scorre la vita a bordo del Redoutable’ (il primo sottomarino nucleare francese lanciato proprio nel ’67 ndr.) e persino concludere il film con essa. Dà un piccolo tocco ironico che amo particolarmente”.

Comunque, trova giusto il titolo italiano perché è sempre il ‘suo’ punto di vista attraverso Wiazemsky, e poi quello americano sarà “Godard Mon Amour”, dato che autori e cinefili americani lo amano veramente, tanto che nel 1983 Jim McBride firmò il remake “All’ultimo respiro” (Breathless), con Richard Gere e Valerie Kaprisky, ispirato alla sua opera prima capolavoro.

“Un uomo innamorato che non ama nemmeno se stesso – aggiunge Hazanavicius -, quando ho letto ‘Un an après’ ho immediatamente visto un film. Anne Wiazemsky ha dedicato due libri alla loro storia d’amore. ‘Une année studieuse’ racconta gli inizi della loro relazione, dal modo in cui quell’uomo affascinante e un po’ maldestro mosse i primi passi all’interno della grande famiglia gaullista di lei, dal momento che Anne è la nipote di François Mauriac, fino all’accoglienza che ebbe ‘La Cinese’ al Festival di Avignone nel 1967. E l’altro (a cui s’ispira maggiormente il film ndr.) racconta il Maggio ’68, la crisi che attraversò Godard, la sua radicalizzazione e la disintegrazione del loro matrimonio, fino al momento della rottura. Sono rimasto molto colpito dalla loro storia e l’ho subito trovata originale, commovente, sexy e semplicemente molto bella”.

“E’ un Godard di finzione, c’è ancora ma non è lui – afferma Garrel -, è cambiato, il ‘mio’ è una mia riflessione, ho provato a immaginare il ’68, anche se ho già fatto due film su un’epoca che non ho conosciuto, ma da figlio del ’68; mentre Michel immagina l’epoca dei suoi genitori, però senza nostalgia, sui toni della commedia, con un tocco di giovinezza e vigore. Allora era tutto in fermento, anche in Italia, era un periodo di crisi ma positiva. Comunque il film non è realistico, io non ho conosciuto Marco Ferreri, e Bernardo (Bertolucci, nella scena ‘romana’, con cui lui ha girato ‘The Dreamers’ ndr.) non è quello vero, sono entrambi visti come personaggi da commedia non da documentario.  Abbiamo fatto in modo da creare una distanza tramite l’umorismo, ma non vuol dire che sia tutto falso, il ‘68 viene trattato seriamente.”

“Il Maggio ’68 – precisa l’autore – l’ho raccontato non in modo comico ma ne ho rappresentato l’energia, la gioia e la vivacità, soprattutto il lato vivo e sensuale, e l’ironia che ha caratterizzato l’epoca.”

“Non sono contro i social network – confessa – ma la politicizzazione e la contestazione all’epoca erano radicate, forse, da una comune ispirazione sociale. Oggi la vedo grigia e triste, allora lo spirito della rivoluzione era spodestare la destra al potere.  Ora la rivoluzione non è più contro una classe dirigente vecchia perché c’è stato un ringiovanimento. Non è più possibile essere repubblicani, perciò ci vuole una radicalizzazione per mantenere uno spirito repubblicano rivoluzionario”.

“Oggi se uno che lavora e parla di rivendicazioni – ribatte Garrel –  viene chiamata ideologia, quando parlano i ‘padroni’ si dice economia. Ci sono 6 milioni di persone senza lavoro, tutto il mondo è preoccupato per la situazione attuale, ma bisogna trovare nuove forme di discussione, un nuovo modo di parlare”.

“I rivoluzionari francesi – conclude il regista – sono tristi e catastrofici, nel ’68 invece si voleva cambiare il mondo in maniera gioiosa, oggi in modo deprimente, ma non tutto è da buttar via. Alcuni slogan dell’epoca funzionano ancora, perciò mi sono rifatto a Godard stesso riproponendo il suo fraseggio e le sue invenzioni.”

Infatti, Hazanavicius usa i cartelli, manifesti, cartelli e ‘dazebao’, ma anche citazioni e slogan tanto amati dall’ormai mitico regista (è al lavoro per il suo nuovo film  “Le livre d’Image”), anche negli anni precedenti.

“Da giovane, ho adorato ‘Fino all’ultimo respiro – chiude sul cinema del maestro -, la sua energia straordinaria, le sue frasi mitiche, l’apparizione geniale di Belmondo… E poi sulla scia ho adorato il film del periodo di Anna Karina. Un fascino esagerato! D’altro canto, in Godard, non ha importanza un film piuttosto che un altro. Nessuno di essi è perfetto a differenza di quello che possiamo dire di registi come Billy Wilder, Ernst Lubitsch o Stanley Kubrick. E’ un autore di cui è necessario più che altro osservare il percorso e si tratta di un percorso unico che non smette mai di evolvere, di ridefinirsi.”

“Al suo esordio Godard ha conosciuto un decennio magico: gli anni ’60. Ovviamente ho visto o rivisto tutti i film di quel periodo, pellicole che respirano la libertà e che restano di un’audacia e di una modernità assolutamente meravigliose. Peraltro rivedendoli sono rimasto colpito da un fatto: benché rifiutasse il realismo che possiamo trovare in Truffaut, Chabrol o negli altri, oggi i suoi film lasciano una sensazione di realtà come nessun altro. Per quanto riguarda gli anni ’70, per quanto capisca l’approccio intellettuale, devo confessare che trovo quei film difficili da guardare. Li considero più che altro come delle pietre disposte lungo una strada, come le tappe successive di una lunga riflessione che dura ancora ancora oggi.”

Questione di punti di vista, ovvio. Per chi invece è cresciuto con Godard, sa che quella è stata una tappa del suo lungo percorso artistico-politico che non si è ancora concluso. Comunque nel film lo spirito dell’epoca è giusto, e non esprime giudizi sull’autore, ma lo mostra con tutti i suoi vizi e virtù. E poi la Wiazemsky ha ceduto i diritti del libro al regista perché l’ha trovato divertente. Mentre Godard stesso non ha voluto leggere la sceneggiatura né vedere il film.