Si chiama Gabriele come l’arcangelo

  “Si chiama Gabriele, come l’arcangelo. Gabriele Contini e come l’arcangelo è bello”.  Quelle parole le ronzavano nel cervello come un insetto grasso e fangoso, pungevano ogni pensiero e lo facevano esplodere. La sua testa era un ammasso di pensieri frammentati. Aveva parcheggiato dalle parti di Villa Borghese, evitando il solito garage per paura che stesse lì ad aspettarla, come faceva a volte quando non passavano la notte insieme. Nulla al mondo la spaventava più dell’idea di rivederlo, nonostante il suo amore e il suo desiderio per lui fossero morbosamente aumentati dopo aver saputo. Percorreva a passo di marcia Via Veneto e ogni tanto si guardava attorno come se temesse di essere inseguita. A dispetto della notte insonne, i suoi processi vitali erano accelerati, ondate di adrenalina si riversavano sopra i suoi organi, era terrorizzata e pronta alla fuga come un animale braccato. Era quasi arrivata a Piazza Barberini quando gli effetti dell’ansia si accentuarono e si accorse di aver freddo, malgrado camminasse sotto il sole di fine giugno e di essere tutta sudata, ma ciò che la costrinse a moderare il passo e cercar di calmarsi fu la sensazione di svenire e un repentino annebbiarsi della vista. -Calmati, Angelina, calmati, non riuscirai a combinare niente se non ti dai una calmata e non hai molto tempo, lui torna tra tre giorni-. Si ammonì.

  Entrò in un caffè e andò a sedersi a un tavolo in fondo alla sala; ordinò una spremuta di arancia con ghiaccio e un caffè. Il liquido fresco e dolce sortì un effetto rasserenante che fece scomparire il senso di svenimento e dopo il caffè l’ondata di terrore si attenuò senza, tuttavia, scomparire. Era terrorizzata dall’idea di rivederlo perché era consapevole che se lo avesse visto si sarebbe gettata tra le sue braccia senza che niente le importasse delle conseguenze. Di che genere sarebbero state le conseguenze era troppo turbata per immaginarlo. Se la sera precedente non fosse andata a frugare tra le carte della madre, morta da più di un anno, oggi sarebbe andata al lavoro e nel pomeriggio a misurare il vestito da sposa. -Devo chiamare Sofia per avvertirla che ho rimandato, devo inventare un pretesto- Cercò nella borsa le sigarette, poi ricordò che per fumare doveva uscire e rinunciò. -E se facessi finta di niente e se dimenticassi ciò che ho letto e se mi fossi sbagliata e si trattasse di un caso di omonimia? No, sono troppe le coincidenze, anche le date corrispondono. Oh se potesse perdere la memoria! Non è giusto ma devo lasciarlo, devo devo andar via… e lui sarà infelice e disperato quanto me. No, non quanto me, lui non sa. Ma io potrei tacere, dimenticare, distruggere quel diario, è l’unica prova, ma poi sarei in grado di vivere con un tale segreto e i figli? Possiamo scegliere di non averli, la mia carriera anzitutto, lui capirà. Potrei farmi sterilizzare a sua insaputa. Oh Dio non siamo né il primo né l’ultimo caso! Né il primo né l’ultimo, soltanto un caso in più e non eravamo consapevoli.

  Si aggrappò a questo pensiero con tutte le energie cercando di contrastare la forza che la spingeva a fuggire. Fino al momento dell’incontro le loro vite erano trascorse separate, ognuno ignorando l’esistenza dell’altro. Non c’era nessun legame anteriore capace di far diventare il loro amore mostruoso, al contrario il loro amore era la cosa più bella che le era mai capitata. L’aveva tolta dal pozzo in cui era caduta dopo l’incidente della madre, le aveva dato la forza di affrontare quella separazione improvvisa, assurda, ingiusta, a cui non era minimamente preparata, Gabriele aveva riportato la luce, la gioia nella sua vita. Una dolcezza e una gratitudine infinite si estesero come un unguento lenitivo sul bruciore dell’ansia e pensò che il destino avesse voluto compensarla per la brutale privazione dell’amore materno, inviandole quell’uomo che per alcuni mesi l’aveva sommersa in uno stato di felicità finora sconosciuto. Se lo vide di nuovo davanti come la sera in cui lo aveva conosciuto, con i capelli brizzolati che gli cadevano sulla fronte e il sorriso tra seduttore e faceto, irresistibile, e il desiderio, il folle desiderio di far l’amore con lui che l’assaliva in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, si ripresentò con un’urgenza capace di farla sentir male.

  Si drizzò sulla sedia di scatto e chiamò il cameriere, quando l’uomo si avvicinò lo guardò smarrita: aiuto, aiuto avrebbe voluto dire, ma ordinò un caffèlatte e un cornetto. -Freddo o caldo?- il cameriere aspettava la risposta con un vago sorriso professionale e davanti allo sguardo stupito di lei, specificò -il caffèlatte lo vuole freddo o caldo?- -Caldo, grazie-. Niente più lontano da lei dell’idea di mangiare, ma il breve dialogo era servito, la tacita richiesta di aiuto aveva funzionato. Mentre sorseggiava svogliata il caffèlatte pensò alla proposta che lo zio Alfredo le faceva, puntualmente una volta al mese, da quando si era laureata. Alfredo era l’unico fratello di sua madre, architetto di successo, da anni aveva lo studio a New York. Non aveva figli e lei era la sua sola nipote; lui la aveva convinta a iscriversi alla facoltà di architettura. -Prima o poi mi ritirerò- le diceva -e lo studio sarà tuo-. La proposta era allettante ma lei temporeggiava, non le piaceva l’idea di separarsi dalla madre e intanto decideva se accettare o no, era entrata a far parte dello staff di un noto architetto romano e in una cena a casa sua aveva conosciuto Gabriele. Dopo la morte della madre aveva iniziato a considerare seriamente la proposta dello zio e sarebbe sicuramente partita se il destino non le avesse giocato il brutto tiro di mettere Gabriele sulla sua strada. Ora sapeva che doveva accettare e partire subito, il giorno dopo o al più tardi tra due giorni, prima comunque che lui rientrasse. Una fretta convulsa la costrinse ad alzarsi e, dopo aver messo una banconota sul piattino con il conto, si lanciò verso la porta e uscì come se la inseguissero mille diavoli. Il cameriere la seguì con lo sguardo e scosse il capo: e no, quella non ce l’ha tutti con sé-.

  Una volta sulla strada, attraversò senza guardare il semaforo che, fortunatamente, era verde per i pedoni e, sempre quasi correndo, si avviò in direzione di villa Borghese; voltò all’angolo con via Bissolati e proseguì per questa via sempre con la stessa furiosa andatura. Si fermò davanti a un’agenzia di viaggi e vi rimase per qualche minuto senza decidersi a entrare, poi tornò sui propri passi lentamente, attraversò e riprese a percorrere via Veneto verso Villa Borghese.

  Mezzogiorno la sorprese seduta su una panchina, sotto una grande quercia, di fronte al laghetto della villa. Era sfinita, ormai le mancavano le forze anche per pensare. Aveva cercato inutilmente di mettere un qualche ordine nel marasma dei suoi sentimenti, delle sue emozioni per riuscire a trovare una via di uscita, il meno cruenta possibile, per lei e per lui. L’idea di farlo soffrire la disperava, della propria sofferenza non le importava più perché, nonostante l’agitazione, era abbastanza lucida e intelligente per capire che la ferita apertasi dopo la lettura di quel diario non avrebbe mai trovato guarigione, qualsiasi fosse la determinazione presa.

  Il cellulare aveva suonato ripetute volte durante la mattinata, lei lo aveva ignorato e si era persino astenuta dal verificare la provenienza delle chiamate. Sapeva che lui le avrebbe telefonato prima delle dieci, perché a quell’ora iniziava il convegno, e durante la pausa pranzo, tra l’una e le due e trenta; consultò l’orologio: era mezzogiorno e mezzo. Alla prima chiamata aveva trovato la forza di non rispondere, ma non era sicura di poter resistere ancora. Cercò il cellulare nella borsa e, senza guardare il display, lo spense. Restò con l’apparecchio in mano lottando con il desiderio di buttarlo nel laghetto ed evitare così ogni tentazione di riaccenderlo e rispondere quando lui l’avrebbe chiamata, fra non più di mezz’ora. Si accorse che la paura  avrebbe avuto la meglio sul desiderio di sentirlo e buttò il cellulare nella borsa. Chiuse gli occhi e fu sul punto di addormentarsi, si scosse quasi subito, riaprì gli occhi e si guardò attorno con aria spaventata e di nuovo, ossessiva, le riapparve l’immagine di quel quaderno, vecchio di quasi ventisei anni, che aveva tramutato in disperazione la sua felicità. Si alzò e riprese il suo girovagare.

  Nella toilette di un bar di Piazza del Popolo, si rinfrescò il viso e si aggiustò i capelli, si mise gli occhiali da sole e si guardò allo specchio: l’immagine che vide non mostrava segni del suo travaglio e questo la rassicurò: poteva andare allo studio dell’architetto a prendere alcune cose, libri, disegni, qualche oggetto che teneva sulla scrivania. Ci ripensò: non era indispensabile avere quelle cose,  era più importante passare per l’agenzia di viaggi e assicurarsi un posto su un aereo per il giorno seguente, ma prima avrebbe dovuto sentire lo zio; per chiamarlo, però, era ancora presto, meglio tornare a casa a preparare le valige. Uscì dalla toilette e andò alla cassa, cambiò idea e si avviò verso l’uscita.

  Imboccò via di Ripetta, quella via l’allontanava dalle possibili mete che pensava di dover raggiungere, ma non sembrava accorgersene. Lui in quel momento era al convegno, alle cinque avrebbe dovuto fare la sua relazione e il non essere riuscito a comunicare con lei ne avrebbe compromesso il buon esito. L’assalirono i rimorsi e fu sul punto di chiamarlo, si trattenne e continuò ad andare avanti quasi per inerzia e di nuovo, pressante, l’invase il desiderio di lui e le gambe le diventarono fiacche, tutto il suo corpo tendeva ad abbandonarsi nel languore. In lenta successione comparvero i momenti di vera follia vissuti insieme. Quelle ore in cui perdeva ogni dominio su se stessa, quando la mente sembrava allontanarsi, rintanarsi chissà dove e lei era solo un corpo, con i sensi aperti come bocche affamate pronti a divorare ogni sensazione. E quell’insana brama di andare oltre, oltre i loro corpi, oltre la loro passione. Oltre dove? Cosa era quell’oltre misterioso, irraggiungibile, quali territori proibiti voleva esplorare nella sua follia? Cosa era quell’aspirazione demente che le creava un senso di frustrazione, di insoddisfazione e appannava gli istanti di più intensa felicità? Ora il perché emergeva chiaro: la sua passione era illegittima, mostruosa. Ma io non ero consapevole -gemette quasi. – E’ troppo, è troppo- mormorava a volte lui dopo l’amplesso, lasciandosi cadere sulla schiena, esausto -Ti amo troppo, ti desidero troppo, non mi era mai capitato di provare un sentimento così, così alienante- Sì, anche lui percepiva come anormale ciò che esperimentava.

  Ormai si trascinava per quella strada piena di luce, persa nel buio in cui stava sprofondando. -Anche lui, e come me non si ribellava e si lasciava andare senza farsi domande; a lui avrebbe potuto venirgli un sospetto. Perché quel sospetto non lo ha mai sfiorato? Non lo ha mai sfiorato o per amor mio ha messo tutto a tacere, non ha voluto indagare?- Le tornò alla memoria il viso di Gabriele chino sul suo, con quello sguardo pulito colmo di tenerezza e un lampo di ribellione le fece rizzare le spalle e camminare più spedita. Non c’era niente di malsano nel loro rapporto, niente, soltanto un amore sconfinato dal quale nasceva quel desiderio che ora, dopo aver saputo, le appariva mostruoso. Non c’era niente di mostruoso, c’era gioia, soltanto gioia pulita. C’era il progetto di fondare una famiglia, una famiglia come tante, una famiglia che avrebbe potuto essere felice. Si dovevano sposare tra venti giorni, in chiesa perché entrambi, anche se un po’ distrattamente, credevano in quel Dio che aveva permesso il loro incontro e volevano santificare il loro amore con la Sua benedizione. Pensando al matrimonio imminente, ricordò che doveva misurare l’abito da sposa. -Oh Dio! Ho dimenticato di avvertire Sofia –

  Frugò nella borsa finché trovò il cellulare e non appena lo riaccese l’apparecchio si mise a squillare: era Sofia.  -Pronto- -Ma dove sei? Io sono già arrivata, ti stiamo aspettando. Me lo hanno mostrato. Tesoro, è bellissimo. Raffinatissimo!  Muoio dalla voglia di vedertelo indossare! Ti starà benissimo! Sarai bellissima. Quando entrerai in chiesa farai sensazione, lui piangerà dall’emozione! Ma che è successo, dove sei?- Non sapeva come fermare quel fiume in piena dell’entusiasmo dell’amica, non sapeva come dirle che non sarebbe venuta a misurare quello splendido vestito che non avrebbe indossato mai. -Scusami- cominciò esitante -ho fatto tardi, non so se riuscirò ad arrivare- -Ma che ti prende, anche se tardi devi arrivare, io non mi muovo, ti aspetto. Ti è successo qualcosa?- – No, no, ora cerco un taxi, arrivo scusami…a dopo- e riattaccò.

  Entrò nell’atelier senza riuscire a capire ciò che provava. Sofia le venne incontro preoccupata: cara, che succede? Hai una faccia…-  – E’ che non mi sento molto bene sai…da stamattina mi sento strana…non ti preoccupare, passerà- -Hai per caso mangiato?-  -No, non ci riesco, forse  proprio qualcosa che ho mangiato mi ha fatto male, ma non ti preoccupare- dopo capirai, pensò, e andò verso la stilista che si avvicinava sorridente, tendendole la mano. Qualche minuto e si ritrovò sommersa nella seta e nei pizzi del vestito, avvolta nell’odore della stoffa nuova; si guardò allo specchio stupita: quella era la lei che sarebbe dovuta andare verso l’altare dove l’avrebbe atteso l’uomo della sua vita. Sì, perché dopo Gabriele non ci sarebbe stato spazio per nessun altro nella sua vita. -Bisogna riprenderlo un po’ sui fianchi, poco poco- la stilista indicava alla sarta i punti dove si doveva ritoccare -ecco così, ora è perfetto. Che ne dice la sposina? Adesso mettiamo il velo, così potrà farsi un’idea completa-  -Bisogna raccogliere i capelli, ci penso io- Sofia le prendeva i lunghi capelli castani e li attorcigliava in un’improvvisata acconciatura -te li raccolgo alla meglio, solo per provare il velo, poi il parrucchiere ti pettinerà come si deve-. La sarta le sistemò il velo e la lunga cascata di tulle cadde all’indietro fino a   lambire lo strascico. Angelina continuava a guardarsi allo specchio stupita, tutto quell’affaccendarsi attorno a lei la stordiva, le faceva girare la testa. -Perfetto- la stilista contemplava la sua opera soddisfatta. -Sei magnifica, è il più bel vestito da sposa che ho mai visto- Sofia esultava, mancava soltanto che si mettesse ad applaudire. Gli apprezzamenti continuarono finché si fece un silenzio perplesso, tutti gli occhi erano puntati su di lei che restava muta e rigida, assorta nella contemplazione della sua immagine riflessa. Come era bella quella lei che la fissava dallo specchio, che splendido vestito, valeva tutte le svariate migliaia di euro che costava. S’immaginava entrando nella chiesa, colma di fiori e di gente,  camminando al ritmo della marcia nuziale di Mendelssohn che avevano scelto, senza curarsi del rischio di apparire banali, perché era la marcia nuziale delle nozze di una fiaba, la loro fiaba. Lui non l’avrebbe mai vista entrare in chiesa, non avrebbe mai saputo quanto fosse bella con l’abito da sposa. Le lacrime cominciarono a sgorgare, scivolarono sulle guance minacciando di versarsi sull’immacolato pizzo dell’abito, ma Sofia che la fissava preoccupata avvertì il pericolo e si precipitò ad asciugarle con le mani, perché non c’era tempo per cercare un fazzoletto. -Tesoro, stai piangendo, ti sei emozionata, cara, tontissima, se non mi accorgevo combinavi un disastro, tonta!- e rideva emozionata anche lei.

  Si erano avvicinate le altre donne e ridevano e la vezzeggiavano e in un lampo inaspettato, la sua decisione venne meno e la ribellione montò accendendole le guance: quell’abito Gabriele lo avrebbe visto. Si voltò sorridente verso l’amica   -è veramente stupendo…è un abito bellissimo, proprio come lo immaginavo- aveva gli occhi lucidi e il sorriso le riempiva di luce il volto, era di nuovo la sposina felice di due giorni prima.

  Sofia l’accompagnò in macchina fin dove era rimasta parcheggiata la sua. Parlarono vivacemente lungo tutto il tragitto. Sofia sarebbe stata la sua damigella, ma il suo vestito non era ancora pronto. Passarono in rivista tutte le cose che andavano fatte; all’improvviso Angelina urlò: il bouquet! Me ne ero completamente dimenticata!- -Vuoi che facciamo un salto?- -No, sono stanca, tutto sommato c’è ancora tempo. Ho bisogno di dormire, ieri notte non ho chiuso occhio- -Sei nervosa, ti capisco, manca così poco-. Sofia parlava facendo attenzione alla strada e non si accorse del cambiamento nello sguardo dell’amica.

  La prima cosa che fece al rientro fu spogliarsi e mettersi sotto la doccia. Riempì la spugna di bagno schiuma e si strofinò la pelle con forza sino a farla arrossire; si lavò con cura i capelli e rimase a lungo a sentire, con infinito piacere, l’acqua scivolare sul suo corpo. L’acqua doveva liberarle la pelle da quella sostanza buia e gelatinosa che le era piombata addosso la sera prima e che aveva minacciato di soffocarla nel corso di quella giornata da dimenticare. Tutte le ansie, tutti i dubbi, la disperazione, gli strampalati desideri di fuga dovevano dissolversi nello scroscio caldo e pulito che l’investiva, rigeneratore. Uscì dal bagno un po’ frastornata, l’acqua calda e il vapore avevano sciolto ogni tensione, l’intero organismo l’induceva al riposo e l’ampio e soffice divano era una tentazione a cui non seppe, né volle, resistere. Cadde in un sonno vuoto e profondo come sotto l’effetto di un anestetico che lo squillo prolungato del telefono fisso sfiorò appena, simile a un vago segnale inviato da una realtà lontana e incomprensibile.

  Si svegliò di soprassalto, scossa da un brusco riaccendersi della coscienza. La stanza era buia, attraverso le vetrate penetrava una flebile luminosità. Lentamente si andarono ricostruendo i fatti della giornata, venivano a gala alla rinfusa, ignorando qualsiasi ordine di precedenza e per alcuni istanti Angelina non riuscì ad afferrare, nei contraddittori spostamenti delle sue decisioni, quale fosse l’ultima, la definitiva. Ritornò l’ansia, ma ebbe breve durata, la giornata si ricompose seguendo il giusto ordine. Accese la luce e controllò l’ora: erano le ventidue e quaranta, aveva dormito più di tre ore. Ricordò di aver nebulosamente sentito squillare il telefono, era senza dubbio Gabriele che ormai sarebbe seriamente preoccupato a causa del suo silenzio; lei, però, non voleva ancora sentirlo. Era necessario lasciar passare quella giornata, lasciarsela dietro come un brutto sogno, cancellarla con una lunga notte di sonno, prima di parlare con lui. Accese il cellulare che subito si mise a inviare segnali di nuovo messaggio ricevuto; erano molti, lei semplicemente li ignorò. Scrisse un watsapp bugiardo e tenero, lui non avrebbe dovuto sapere mai, nessuno doveva sapere. Gli disse che non si sentiva bene, che aveva un forte mal di testa e voleva dormire, gli disse anche che lo amava più di prima, questo era vero, e che aveva misurato l’abito da sposa che era bellissimo, e anche questo era vero.  Spense il cellulare e andò in cucina, lo stomaco protestava: era da ventiquattro ore che non mangiava. In frigo trovò una bistecca e un pacco d’insalata pronta da condire. Mise la piastra sul fuoco e preparò l’insalata. Mangiò con appetito pensando a cose senza importanza; accompagnò la bistecca con un buon vino rosso di Velletri, corposo, ottimo per la carne ma un po’ meno per la stagione. Si godette la cena e, soprattutto, si godette la parentesi apertasi nel suo disagio; parentesi che lei non credeva tale, convinta che pace e armonia fossero definitivamente ritrovate.  Finì di bere il vino seduta al buio sul terrazzo, era il terzo bicchiere, stava cercando il coraggio per andare a distruggere il diario della madre.

  Il vino la stordì ma non le diede il coraggio che cercava e lungi dal distruggere il quaderno finì per aprirlo e rileggere la prima annotazione che indirettamente la riguardava e che aveva svegliato la sua curiosità, era del 5 novembre 1985; in quella data la madre aveva scritto che il risultato delle analisi confermava l’ipotesi del medico: Marco soffriva di azoospermia non ostruttiva. Angelina aveva dovuto ricorrere a internet per capire di che si trattasse: in parole semplici Marco era sterile, non poteva in alcun modo fecondare. Marco era il marito di sua madre, l’uomo che fino alla notte precedente lei aveva ritenuto suo padre. Dalle annotazione dei giorni seguenti traspariva una vera battaglia combattuta dalla madre per convincere il marito a lasciarla far ricorso alla gravidanza assistita, ovviamente utilizzando il seme di un altro uomo: inseminazione artificiale eterologa, non consentita dalla legge. La madre era biologa e tra le molte conoscenze avrebbe trovato il medico che discretamente l’avrebbe aiutata. Chiuse il quaderno e pensò che fosse sufficiente, invece, dopo pochi istanti lo riaprì e cominciò leggere nuovamente le pagine che più la tormentavano.

 “15 novembre 1985: sono finalmente riuscita a convincere Marco. Ho fissato un appuntamento per domani con Roberto. Sono talmente eccitata che credo che questa notte non dormirò.”

  “16 novembre 1985: Roberto ha già individuato il possibile donatore, è un suo allievo. Dopo averlo tempestato di domande sul conto del ragazzo ho saputo che è un ventenne molto intelligente e anche bello. Sono stata indiscreta, lo so; a un certo punto, davanti alla mia insistenza, Roberto mi ha interrotta spazientito  – Vale, ti prego- Ho capito che avevo esagerato e mi sono zittita. Marco non ha spiccato parola, sembrava molto infastidito dalle qualità dello “stallone” -così lo ha definito quando siamo usciti, davanti a Roberto non ha osato- Io invece esultavo. Roberto ci ha detto che se eravamo d’accordo, avrebbe parlato con il ragazzo e ci ha avvertiti, non era scontato che avrebbe accettato. Marco per tutta risposta ha alzato le spalle, e io ho detto di si per entrambi. Dio ti prego, fa che questo ragazzo sia d’accordo, mi sembra il padre ideale per il mio figlio o mia figlia”

  “20 novembre 1985: Il ragazzo ha acconsentito. Sono rimasta con Roberto di vederci la settimana prossima. Marco mi ha avvertita che non pensa di accompagnarmi: la mia presenza è assolutamente superflua  -così ha detto- ho dato il mio consenso, ormai ve la sbrigate voi. Inutile protestare che il padre vero sarebbe stato lui, che non avremo mai saputo chi fosse il donatore, che quando il bambino fosse nato ci saremo completamente dimenticati di come era stato generato e che per me e per nostro figlio il padre sarebbe stato soltanto lui. Non ha risposto. Sono felice da una parte e triste dall’altra. Marco si sente offeso, anche geloso, credo, lui voleva un figlio del suo sangue. Forse sarebbe stato meglio adottare un bambino, ma io volevo fare l’esperienza della gravidanza. Marco non riesce a capirlo, non è colpa mia se lui è sterile. Io al posto suo sarei stata più comprensiva”.

  “25 novembre 1985: si chiama Gabriele, come l’arcangelo. Gabriele Contini e come l’arcangelo è bello. Lui mi darà il figlio tanto desiderato. Con la complicità di Roberto sono riuscita a conoscerlo. Povero Roberto lo sto mettendo in difficoltà, credo che ormai si sarà pentito di avermi voluto aiutare. Era così grande il desiderio di conoscere l’uomo che sarà il padre del mio bambino che non ho esitato ha costringere Roberto con le preghiere -invocando persino la nostra amicizia- a fare in modo che potessi incontrarlo per caso, ovviamente, e senza destargli sospetti. Ci siamo messi d’accordo che lo avrebbe convocato per prescrivergli le analisi previe alla donazione del seme. Roberto sarebbe arrivato in ritardo lasciandolo ad aspettare in sala d’attesa, nel frattempo sarei giunta io e avrei avuto qualche minuto per guardarlo a piacimento. Sono arrivata con il cuore in gola; l’infermiera mi ha introdotta in sala d’attesa e io ho detto -non so come- “buona sera” al giovane che in piedi, con le mani in tasca ai jeans, guardava fuori della finestra; lui si è girato e ha risposto senza quasi guardarmi poi, rivolto all’infermiera: non è ancora arrivato il professore?-  – Non ancora, mi dispiace, ha avuto un guasto alla macchina e non riusciva a trovare un taxi, ma tra qualche minuto sarà qui, la prego di pazientare-  Lui ha fatto un gesto vago con una mano da pianista e ha detto: non si preoccupi, ha preso una rivista da un tavolino, si è seduto e ha cominciato a voltare le pagine distrattamente, era sicuramente contrariato. Mi ero seduta su una poltrona di fronte alla sua e lasciavo vagare gli occhi, con finta noncuranza, sui quadri appesi ai muri e ogni tanto il mio sguardo cadeva vorace sul suo volto, chino sulla rivista. A un certo punto non ho potuto resistere alla tentazione di parlargli: è da molto che attende? Ha alzato il viso e mi ha guardato, non ricordo la risposta, ricordo solo i suoi occhi. Sono due cristalli azzurri, trasparenti, raggiati da pagliuzze dorate. Sembra abbia il sole nell’iride. Non avevo mai visto occhi più belli. Dio fa che mio figlio erediti i suoi occhi. Più tardi ho strappato il suo nome a Roberto: Gabriele Contini”.

  La sera in cui aveva conosciuto Gabriele, non si era accorta del colore dei suoi occhi, forse a causa della scarsa luce, e neanche il sabato seguente nella festa cui aveva deciso di non andare e invece ci era andata, soltanto per rivederlo. La mattina dopo la festa, la luminosità della cucina, dove avevano preso la colazione, le aveva permesso di notare che gli occhi dell’uomo, con cui aveva fatto l’amore più volte quella notte, avevano lo stesso colore azzurro cristallino dei suoi. Non mancavano neppure quelle pagliuzze dorate che donavano all’iride un aspetto singolare.         -Forse siamo fratelli- aveva scherzato lui e lei aveva urlato: siamo gli amanti incestuosi. Bellissimo! -Che incoscienza- si disperò -Che stupida incoscienza, ma come avrei potuto sospettare? Invece sì, avrei dovuto sospettare perché era troppo, troppo…-

  Angelina lasciò cadere il quaderno e scoppiò a piangere. Era seduta sul tappeto che conservava la polvere di molti mesi, accanto al grande letto della madre. Con una cantilena ossessiva e dolente: è mio padre, mio padre, non posso, non posso- interrompeva a tratti i lunghi singhiozzi   che la spogliavano di ogni energia. La testa appoggiata al materasso, il corpo inerte, le braccia lungo i fianchi, si abbandonava al suo dolore senza alcuna resistenza.

  Erano quasi le due quando cominciò a organizzare febbrilmente la fuga. Uscì dalla sua prostrazione spinta da una specie di terrore, lo stesso che l’aveva colta la notte precedente dopo la scoperta. L’impellente ansia di fuggire la colpì con una sferzata di adrenalina. Si mise a cercare su internet un volo per la mattina e riuscì a ottenere un posto in business class su un aereo che partiva alle sei e quaranta. Chiamò subito lo zio per avvisarlo del suo arrivo. L’uomo rimasse interdetto, aveva già acquistato il biglietto dell’aereo per venire a Roma; avrebbe dovuto accompagnarla all’altare e non capiva. -Zio non posso sposare Gabriele, ti spiegherò tutto più avanti, non mi chiedere niente ora. Non mi avevi proposto di lavorare con te? Bene, accetto la tua proposta, se è ancora valida, mi trasferisco definitivamente a New York-. Lo zio Alfredo non fece domande, era un uomo accorto, le disse che era contento di finalmente averla al suo fianco nello studio e non disse che le dispiaceva per il matrimonio andato a monte, Angelina gli fu grata.

  In poco più di mezz’ora preparò la valigia; vi mise dentro alla rinfusa tutto ciò che poteva esserle utile nell’emergenza; a New York si sarebbe rifatto il guardaroba e questo pensiero, paradossalmente, le diede una scossa di gioia, come se la sua voglia di vivere fosse in agguato, nascosta da qualche parte nel suo organismo, pronta a cogliere l’occasione di farsi sentire. Nella fretta questa sensazione fuori luogo passò inosservata. Quando tutto fu pronto: biglietto stampato e documenti nella borsa, sedette a scrivere la lettera a Gabriele. Si proibì di essere patetica ed era sicura di correre il rischio. Gli disse semplicemente che non poteva sposarlo perché glielo impediva qualcosa che aveva ignorato fino alla notte precedente e che lui non doveva sapere. Gli disse che lo amava più di prima, che lo amava più di quanto aveva amato la madre e che mai avrebbe potuto amare un altro in nessun modo. “Porto con me i tuoi regali, le tue fotografie, mi faranno sentire meno sola e meno disperata. L’anello di fidanzamento lo terrò sempre al dito perché ormai sono tua sposa e lo sarò fino alla morte. Non indagare, è meglio che tu non sappia, non aggiungere dolore al dolore. Addio amore mio, adorato mio” Mise la lettera sul letto dove ignari avevano fatto l’amore in un remoto passato felice. Lui aveva le chiave e di fronte al suo silenzio sarebbe venuto a cercarla. Al pensiero dell’ansia, del dolore che gli avrebbe provocato, fu sul punto di rimettersi a piangere ma il tempo stringeva, non era il momento di lasciarsi andare.

  Alle quattro salì sul taxi che l’avrebbe portata al aeroporto. La macchina scivolava veloce e silenziosa come un fantasma lungo le strade deserte, l’alba non s’insinuava ancora, dalla città addormentata si levava uno splendore rossastro che cancellava le stelle, Roma taceva immersa nell’ultimo sonno prima del risveglio. Angelina non sembrava accorgersi di starsi allontanando, forse per sempre, dalla città dove era nata e trascorsa la sua breve esistenza e lasciava liberi i muscoli di rilassarsi nel semibuio accogliente dell’abitacolo. Ora che la tensione dei concitati preparativi cedeva, cominciava a percepire un sordo martellare che prima non aveva notato: era il suo cuore.

  Non aveva avuto la forza di distruggere il quaderno, unico testimone della verità sulla sua nascita. All’ultimo momento lo aveva infilato nel bagaglio a mano insieme al tablet e al disco esterno in cui aveva salvato i suoi disegni, le sue planimetrie, i suoi folli progetti di case che un giorno, nei suoi sogni, sarebbero state costruite. Mentre si allacciava la cintura di sicurezza, ormai seduta sull’aereo in punto di partenza, quei sogni non le apparivano così irrealizzabili e una sensazione che non credeva possibile le sfarfallò per un secondo nell’animo. La sensazione la riportò allo studio di New York e ricordò di non aver architettato ancora una spiegazione credibile da offrire allo zio. Era tentata di raccontargli la verità. Lo zio Alfredo, nonostante lo vedesse di tanto in tanto, aveva preso, come figura paterna, il posto di Marco, a questo punto nel pensiero non lo chiamava più babbo; Marco l’aveva abbandonata prima del suo quarto compleanno e raramente veniva a trovarla; ora le era chiaro il perché. Da anni viveva in Australia e non le mancava. Sì, forse avrebbe detto la verità allo zio.

  L’aereo iniziava la corsa sulla pista e, a dispetto della pena e della stanchezza, fu invasa dall’infantile entusiasmo che il decollo le provocava da sempre e nell’attimo inebriante in cui l’aereo si staccava da terra per inoltrarsi ingravido tra le nuvole, producendole la fantastica sensazione di essere lei con le proprie ali a volare, pensò che se Gabriele avesse voluto, l’avrebbe trovata.

Gladis Alicia Pereyra