Storia di Simona e di suo cavallo Arteno detto Ciccio…

 Storia di Simona e di suo cavallo Artemo detto Ciccio che per fortuna di tutti non sapeva parlare

 

  Nella lontana città di Equinopoli, a tutti i bambini che avevano raggiunto l’età per tenersi in sella veniva regalato un cavallo. Quelli che vivevano nella città di Equinopoli e dintorni erano cavalli molto speciali: sapevano parlare con molta proprietà, competenza e in almeno quattro lingue su un gran numero d’argomenti. In più, sommavano, sottraevano, dividevano, moltiplicavano senza commettere errori e ogni mattina accompagnavano i bambini a scuola ripetendogli la lezione. I più compìti baciavano con molto garbo la mano alla maestra.

  I bambini non scendevano di sella neanche per andare a dormire, in quanto i cavalli erano così servizievoli che li deponevano direttamente sotto le coperte e li addormentavano raccontando favole. Dopo di che si ritiravano in una cameretta attigua, elegantemente attrezzata a stalla: i più fortunati avevano a disposizione, come mangiatoie, autentici sarcofagi romani. Se i bambini si svegliavano durante la notte accorrevano prontamente per rassicurarli se avevano avuto un incubo o con un bicchier d’acqua se avevano sete.

  Anche Simona aveva un cavallo, non troppo diverso da quelli che circolavano in città, ma con un difetto che a giudizio di tutti non poteva essere peggiore: non sapeva parlare. Sapeva soltanto nitrire, e alquanto scompostamente, mandando la testa da tutte le parti. Mentre gli altri cavalli, discorrendo, atteggiavano educatamente le labbra a cuoricino, quello di Simona le arricciava inesteticamente, scoprendo la robusta dentatura e tutte le gengive. La gente scuoteva la testa e commentava: “Che cavallo maleducato”.

  Un venditore disonesto, bravissimo ventriloquo, era riuscito a rifilarlo al babbo di Simona, ma l’inganno venne presto scoperto. La mamma voleva sporgere denuncia, il babbo più mitemente propendeva per adibire l’acquisto avariato a mansioni di fatica invece che intellettuali, ma Simona disse che a lei andava bene così. Gli cambiò soltanto il nome.
“Arteno è un nome molto aristocratico”, cercò di convincerla il babbo.
“E’ l’unica cosa buona che ha, il nome!”, rincarò la mamma.
“Ciccio mi piace di più”.

  Invano il babbo e la mamma le illustrarono gli inconvenienti cui andava incontro con quel cavallo senza l’uso della  parola: Simona si mostrò irremovibile.

  “Povera Simona, diceva la gente quando la vedeva andare a scuola in sella a Ciccio: il quale, invece di snocciolarle le tabelline, si limitava a prestare ascolto ai suoi ripassi ad alta voce, elevando sonori nitriti se la sua cavallerizza si azzardava a pronunciare: “Sette per sette quarantasette”.

  Di ritorno a casa, Simona conduceva Ciccio in una stalla che si trovava in fondo al giardino, dove la mangiatoia era modestamente in  legno: “Che crudeltà”, mormorava la gente.

  Finiti i compiti, Simona andava a riprendere Ciccio per una galoppata, con grande dispiacere della mamma: “Come sarei più felice e tranquilla se la mia bambina rimanesse in salotto a prendere il te, con Arteno che la mette al corrente delle ultime novità letterarie”. La mamma non si era mai rassegnata a chiamarlo Ciccio, e inoltre era indispettita per l’inutile spesa d’una poltrona equina che non veniva mai utilizzata.

  “Dimentichi che Ciccio non sa parlare”, le faceva osservare il babbo, mentre la mamma ne profittava per commentare: “Già, che cavallo inutile”.

  Finita la galoppata Simona aveva l’abitudine di strigliare a lungo Ciccio con una spazzola di robusti crini vegetali, e per questo fu denunciata per maltrattamenti da una ditta produttrice di sali da bagno equini e da un costruttore di piscine per cavalli. Al processo era presente tutta Equinopoli, e persino i cavalli furono ammessi in aula per portare la loro testimonianza sui benefici risultati delle immersioni in piscina e sui corroboranti effetti dei sali da bagno e degli altri prodotti di bellezza appositamente studiati per loro. Anche Ciccio fu chiamato al banco dei testimoni, ma da lui non ci fu verso di cavare risposte: si limitò a nitrire sonoramente ogni volta che veniva interrogato, ma poiché il suo aspetto era quello di un animale in ottime condizioni di salute, il giudice finì per mandare assolta Simona.

  Il costruttore di piscine per cavalli era furioso: “Impugnerò la sentenza”. La ditta produttrice di sali da bagno equini, temendo un calo delle vendite, promosse una petizione per mandare in esilio il cavallo Arteno detto Ciccio. Per dare maggior peso all’iniziativa l’incarico di recapitare le firme raccolte fu affidato a Dino perché, essendo il rampollo della famiglia più in vista della città, possedeva il cavallo più ciarliero di Equinopoli.

  Dino caracollò elegantemente dal giudice e gli porse la petizione dall’alto della sua cavalcatura, ma il giudice,  la cui statura era molto al di sotto della media, non riuscì ad afferrarla. Per di più, infastidito d’esser guardato dall’alto in basso, ordinò a Dino di scendere da cavallo. Lui si sforzò d’obbedire, ma scivolò maldestramente lungo il fianco del cavallo finendo per terra.

  Il giudice era stupefatto: “Cosa ti succede, bambino? Sembri un buon cavallerizzo, eppure non sai smontare di sella”. Purtroppo Dino non seppe fornire spiegazioni perché, a furia di ascoltare le continue chiacchiere del suo cavallo, aveva disimparato a parlare, e fu per questo motivo se i suoi genitori ci misero un bel po’ a scoprire che, a forza di star sempre in sella, aveva perduto l’uso delle gambe. Venne anche fuori che tutti i bambini di Equinopoli si trovavano nelle sue stesse condizioni, meno che Simona.

  In fretta e furia i cavalli parlanti vennero allontanati dalla città e i suoi piccoli abitanti furono sottoposti a corsi intensivi di rieducazione della voce e della deambulazione. Ora tutti avevano parole di ammirazione per Ciccio e i genitori di Simona gli erano così riconoscenti per aver conservato l’uso della parola e delle gambe alla loro bambina, che volevano regalargli una piscina a forma di Ribot e un letto col materasso ad acqua da collocare nella stanza degli ospiti.
“Che stupidaggini”, sbuffò Simona.
“Ben detto”, fu il commento di Ciccio.

Mamma Oca