All’Opera di Roma “Fra Diavolo”

 

Fra Diavolo bandito gentiluomo

 

  Il Fra Diavolo che si rappresenta in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma (ultima replica il 21 ottobre) è un’opera di rarissima esecuzione nel nostro paese, eppure intere generazioni hanno canticchiato una sua aria, giunta loro da diverse provenienze, ma senza conoscerne l’origine e tanto meno l’autore, che era il francese Daniel Auber (Caen 1872- Parigi 1871). Allievo del severo Cherubini, ma dal gusto brillante alieno da complicazioni drammatiche, gradevolissimo all’ascolto, grande ammiratore di Rossini (di cui accolse l’influenza): un mix che lo faceva autore ideale dell’opéra-comique, dove la musica si alterna ai recitativi. Il sodalizio quarantennale con Scribe, il più famoso dei commediografi cosiddetti boulevardier, fece il resto.
Va da sé che Fra Diavolo si ispira al personaggio eponimo, feroce brigante, arcinemico dei francesi, e per questo benvoluto dal re di Napoli Ferdinando IV, che si serviva di lui per respingerli dai suoi territori: la Real Famiglia lo pianse quando il generale Hugo (padre dello scrittore) lo fece impiccare. Si chiamava Michele Pezza, ma già dall’infanzia lo chiamavano frate, per un voto della madre che lo obbligava a vestire, bambinello, il saio fratesco. E quando un maestro, arrabbiato per la sua indocilita, sbottò: “Ma tu sei il diavolo”, ecco formarsi il soprannome che gli rimase attaccato per sempre.
Il testo di Scribe ignora i riferimenti politici e glissa sulla ferocia del bandito: Fra Diavolo è sì un predatore di strada, ma dai modi signorili: non per niente si finge marchese di San Marco per raggiungere meglio i suoi scopi. Impossibile non trovarlo simpatico e tifare per lui. L’opera ha anche un sottotitolo: L’hotellerie de Terracina, perché in una locanda del luogo ha inizio la vicenda, dove Fra Diavolo è presente per derubare lord Rocburg dei gioielli di milady. Ci sono anche due innamorati in procinto di sposarsi, ma quando nella locanda entrano i carabinieri, Fra Diavolo si finge amante della ragazza, con conseguente sdegno del fidanzato. Naturalmente tutto s’aggiusta nel finale, per il quale esistono due versioni: in una Fra Diavolo viene ucciso dai carabinieri, nell’altra riesce a farla franca.
L’opera, complici la levità della vicenda e l’amabilità della musica e, forse, anche per quell’aria malandrina che descrive Fra Diavolo (“Quell’uom dal fiero aspetto”, dallo “stocco e il moschetto sempre vicin”), interessò il cinema fin dai tempi del muto: la prima versione risale al 1906, avvalendosi per quanto riguardava la sonorizzazione del sistema Biophone, uno dei più avanzati di quel tempo (non per niente il film è tedesco). Da quel momento e sino ai giorni nostri, vuoi che di Fra Diavolo se ne occupi la lirica, il cinema, la televisione, la documentaristica (Fra Diavolo come Michele Pezza, fuori dalla leggenda), quell’accattivante aria sarà sempre presente, ma quello che più di tutti l’ha resa popolare è la hollywoodiana versione filmata dell’opera di Auber del 1933, con l’aggiunta di Stanlio e Ollio nei panni di due onesti pensionati britannici che si recano nel nostro paese per trascorrervi una serena vecchiaia, ma hanno la sfortuna di imbattersi in Fra Diavolo.
La prima rappresentazione francese di Fra Diavolo risale al 1830, al Teatro dell’Opera arrivò nel 1884 e non fu mai più ripresa: quella di questi giorni copre la distanza di oltre cent’anni. Coproduzione con il Massimo di Palermo, si avvale di ottimi cantanti, tra cui John Osborn nei panni del protagonista, Sonia Ganassi e Roberto De Candia in quelli della coppia inglese derubata. Direttore Rory MacDonald, regia di Giorgio Barberio Corsetti, anche autore, insieme a Massimo Troncanetti, dell’impianto scenografico interamente realizzato in 3D, a proposito del quale il sovrintendente Fuortes si è detto sicuro che sarà la tecnica del futuro. Si vedrà.

Ivana Musiani

 

fra diavolo
John Osborn nei panni di Fra Diavolo