Il tragico novembre del 1301

La vendetta dei guelfi neri fiorentini 

Quarta parte

Sangue e distruzione

  In un clima ogni volta più incandescente, con la città occupata da duecento cavalieri, ai quali si sommavano uomini del contado fedeli ai Neri che arrivavano alla spicciolata, la Signoria decise di contravvenire agli Ordinamenti di Giustizia e accontentare quelli che chiedevano di eleggere nuovi Priori con membri di entrambe le parti. Si convocò un’assemblea straordinaria nella cappella di san Bernardo, la cappella dei Priori, Dino fu delegato a presidiarla a nome della Signoria. Erano presenti le Capitudini delle Arti, senza le quali nulla si poteva fare, i Savi e i rappresentanti delle due fazioni: Cione Malagotti, Segna Angiolini e Noffo Guidi per Parte Nera e per Parte Bianca Lapo Falconieri, Cece Canigiani e il Corazza Ubaldini. Dino informò che i Signori avevano deciso di accomunare le cariche del Comune e nominare nuovi Priori. Se la discordia nasceva da una questione di potere, dividendolo tra le parti si sarebbe raggiunta la pace. Ci fu accordo generale e si procedette all’elezione di sei cittadini, tre per ogni fazione. Per la settima carica, quella del Gonfaloniere di Giustizia, che ovviamente non si poteva dividere, si scelse un personaggio di poca levatura per fugare ogni sospetto di parzialità e si procedette a collocare sull’altare l’elenco con i nomi degli eletti. La parte Nera aveva due Priori segreti -una sorta di governo ombra come si chiamerebbe oggi- in carica per sei mesi. Noffo Guidi, che era uno di questi Priori, quando l’intesa sembrava raggiunta esordì dicendo: “Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino” e Dino gli disse di tacere ma lui continuò a parlare e gli chiese che nel nuovo Priorato facesse la parte Nera maggiore dell’altra, era come dire di estromettere i Bianchi e passare l’intero potere ai Neri. La giusta indignazione del Compagni si riflette tutta in queste parole “E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, dare’ i miei figliuoli a mangiare a’ cani.”[1] L’assemblea fu tolta e l’accordo saltò. Ai Neri non interessava più dividere il potere, volevano averlo tutto intero e non solo, volevano annientare completamente i Bianchi in modo tale che non rappresentassero più una minaccia per loro.

  Uccidere durante un banchetto era un’antica pratica ancora usuale negli ambienti che gravitavano intorno al potere nel Medioevo. Era un modo efficace e senza rischi di sbarazzarsi di personaggi scomodi o di avversari, sfruttando l’atmosfera distesa e conviviale e la fiducia della vittima nel suo ospite. I Signori che governavano Firenze in quei giorni incerti, tenendo a mente quella pratica, si guardarono bene dall’accettare i cortesi e lusinghieri inviti a cena del paciere, con la scusa che la loro carica lo vietava, il che in realtà era vero. Più che uccisi, i Priori temevano di essere imprigionati e, forse, l’intenzione del principe era semplicemente di adularli e rassicurarli per confonderli e indebolirli ancora.

  I Priori si sentivano accerchiati e temevano per la loro libertà e incolumità fisica. Nel loro ufficio c’era un costante via vai di gente preoccupata o insidiosa. I Bianchi più lucidi, premevano perché prendessero provvedimenti in vista di una rivolta dei Neri sempre più imminente, i baroni del Principe s’intrattenevano in lunghe conversazioni con i Signori allo scopo di farli perdere tempo, distrarli e impedirli di concentrarsi sull’unica cosa urgente in quel momento: la difesa del Comune, degli Ordinamenti e della città. Riferendosi ai Priori Dino scrive: “E così viveano con affanno.”[2] Per consiglio di un frate si fece una grande processione per la salvezza della terra, a causa dell’iniziativa i Priori furono scherniti perché molti pensavano che fosse meglio arrotare i ferri.

  Il Comune inasprì le leggi che reprimevano risse e tumulti, si promulgarono pene personali per i contravventori e il lugubre ceppo con la mannaia ricomparve sulla piazza. A messer Schiatta Cancellieri dei Bianchi di Pistoia, Capitano in quel momento, si diedero poteri straordinari che a nulla valsero perché fu tradito da famigli e berrovieri, corrotti dai Neri e anche perché era l’uomo più inadatto alla carica che occupava. Si cercò di arginare la minaccia incombente con le sole armi consentite dalla legge, evidenziando la debolezza politica dei Bianchi che li impedì di essere all’altezza della situazione, come non lo erano stati prima, quando ancora con la legalità si poteva fermare il nemico. Di fronte a una congiuntura straordinaria, tale da mettere in pericolo la vita e la libertà dei cittadini, oltre la stessa città, era doveroso impiegare la forza con celerità e risolutezza, colpire l’avversario quando non se lo aspettava e non era ancora pronto a sostenere lo scontro. Nulla di questo fecero i Bianchi che tentarono di affrontare il pericolo con la diplomazia e la mediazione. Lo stesso Dino è costretto ad ammetterlo, con rabbia e amarezza “Niente vale l’umiltà contro alla grande malizia.” A Pistoia, tuttavia, i podestà inviati dai Bianchi fiorentini avevano represso i Cancellieri Neri e i loro alleati con violenza e crudeltà inaudite persino per il periodo. A frenare la loro baldanza nella propria città e a spiegare il comportamento rinunciatario e vile, fu la soverchiante potenza dei nemici sostenuti dal Papa e dal fratello del Re di Francia.

  I Neri si facevano forti della debolezza degli avversari e la ponevano al centro degli argomenti con cui tentavano di convincere gli indecisi a passare dalla loro parte; intanto si preparavano alla guerra. Nel sesto d’Oltrarno avevano predisposto il necessario per alloggiare e sostentare gli alleati arrivati da Siena, Perugia, Lucca, Volterra, San Miniato e quelli del contado. Le due sponde del ponte Santa Trinità erano presidiate dai palazzi dei Frescobaldi e degli Spini armati di balestre e di catapulte. Per iniziare le ostilità si attendeva il rientro degli sbanditi e, soprattutto, l’arrivo di Corso Donati.

  I Priori avevano sancito dure pene per chi radunasse armati in casa e i Bianchi obbedivano, nonostante sapessero che il Comune, retto da loro stessi, non avrebbe mai preso provvedimenti contro i propri sostenitori se si fossero organizzati per la difesa; tuttavia, non lo fecero. Dino sostiene che si astennero non soltanto per timore della legge, che non li avrebbe puniti, ma per avarizia “perché a messer Torrigiano de’ Cerchi fu detto: <<Fornitevi e ditelo agli amici vostri>>”[3]   Un chiaro invito a violare la legge in nome della salvezza della parte Bianca, arrivato dalle stesse stanze del Comune.

  Tre giorni dopo l’arrivo di Carlo a Firenze, precisamente sabato 4 novembre, iniziò la rivolta dei Neri, a dare il via furono i Medici. Dopo il vespro, i futuri signori di Firenze e allora potenti popolani, ferirono Orlanduccio Orlandi, un Ufficiale dell’Abbondanza e lo lasciarono per morto sulla strada. Si sparse la voce dell’accaduto e la gente del popolo si armò e si radunò davanti al palazzo dei Priori. Se un popolano era ucciso da un Grande, secondo quanto statuivano gli Ordinamenti, il Gonfaloniere di Giustizia doveva recarsi con i suoi famigli a casa del colpevole per abbatterla insieme con quelle dei consorti. Nulla si fece perché, trattandosi di ferimento, il Podestà aveva dieci giorni di tempo per dar corso alla giustizia che, se il ferito guariva, puniva il colpevole soltanto con un’ammenda in denaro. La gente continuava a radunarsi davanti al palazzo dei Priori, ma il Podestà non chiamò i suoi fanti e neanche il Capitano si mosse per contrastare i molti Grandi Neri che nel frattempo erano usciti a cavallo in assetto di guerra. Calava il buio e la gente si disperdeva, il lanaiolo Catellina Raffacani consigliò di chiamare le vicherie e di prepararsi per attaccare i nemici all’alba. La gente barricò le strade con legname e si rinchiuse nelle case. Ai pochi uomini delle Arti che restarono sulla via si confidò la guardia degli edifici pubblici.

  Domenica 5 novembre fu un giorno di passione per i Priori. Le vicherie convocate di urgenza la sera precedente, non si presentarono; poi si scoprì che erano passate dalla Parte Nera. Il gonfalone era esposto alle finestre del palazzo del Comune, segnale di adunata, ma non erano accorsi in massa come i Signore si aspettavano. Il Podestà non si decideva a convocare i mille fanti a sua disposizione e, a rassicurare i disorientati cittadini, erano arrivati soltanto gli ausiliari borgognoni al soldo del Comune. I priori, incapaci di fronteggiare una guerra civile, non riuscivano a tenere consiglio per discutere le misure da prendersi, prigionieri come erano dai tanti che chiedevano udienza per fare proposte, per dare consigli e così lasciavano passare ore preziose inutilmente. Intanto i Neri, ormai apertamente insorti, cercavano di attirare dalla loro parte i Grandi Bianchi ripetendo che tutto si faceva per abolire gli Ordinamenti di Giustizia che penalizzavano i Grandi, Bianchi o Neri che fossero, e per ripristinare l’unità della Parte Guelfa.  Le loro parole aprivano non pochi varchi nelle, ormai traballanti, convinzioni dei Grandi Bianchi, indebolendo ulteriormente la loro Parte.

  A potenziare le incertezze e apprensioni dei Priori, arrivò la convocazione del Principe a una riunione presso Santa Maria Novella, allora fuori le mura, per parlamentare sul bene dei cittadini.   I Priori consapevoli del rischio che correvano recandosi alla riunione e, al tempo stesso, dell’impossibilità di rifiutare, decisero che andassero tre di loro e gli altri restassero nel palazzo. Carlo aveva messo gente armata a guardia delle porte, come gli era stato consigliato, per evitare che, una volta uscito dalla città, le chiudessero per impedirgli di rientrare. Secondo Dino, i Priori sospettavano che se fossero andati tutti sarebbero stati uccisi, dopo di che, i Neri sarebbero rientrati e preso d’assalto la città. “E ciò non venne loro fatto perché non ve ne andarono più che tre; a’ quali niente disse, come colui che non volea parlare, ma sì uccidere”.[4] Il Compagni lascia intendere che non ci fu alcuna riunione e i tre Priori, tra cui Dino, rientrarono illesi con sollievo dei molti cittadini che li credevano votati al martirio. La versione del Villani è diversa: la riunione ebbe luogo e furono presenti tutti i Priori, il Podestà, il Capitano, i Consiglieri e il Vescovo, oltre ai maggiori cittadini di Firenze; parlò Musciatto Franzesi e chiese che fosse data al Principe la Signoria e la guardia della città, la richiesta fu esaudita e Carlo giurò di conservare la città in buono e pacifico stato.Delle due versione è più attendibile quella del Compagni riguardo alla decisione di inviare solo tre Priori a Santa Maria Novella, riguardo alla riunione, invece, probabilmente si effettuò, come sostiene il Villani, e fu durante quell’incontro, che Musciatto Franzesi, parlando a nome del Principe, chiese la custodia della terra e delle porte, specialmente del sesto di Oltrarno, dove il Principe alloggiava e per questo, secondo Musciatto, gli spettava di diritto. Le porte d’Oltrarno furono affidate a Carlo, come chiedeva il Franzesi, ma non gli furono consegnate le chiavi. I fiorentini si ritirarono immediatamente e i francesi occuparono il loro posto a guardia delle porte. Non è facile comprendere un tale cedimento da parte della Signoria in una situazione tanto critica. Con la città in pratica occupata da truppe straniere e con i Neri sul piede di guerra. Il giuramento che a nome del loro signore fecero Guglielmo di Perche e il maniscalco del Principe di guardare la città e di mantenerla a richiesta della Signoria, non aveva alcun valore e Dino giustifica l’incauta decisione dicendo: “E mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale di Francia, rompesse la sua fede.”[5] Ingenuità imperdonabile in un politico di lunga esperienza come il Compagni.

  Aglione di Giova Aglioni ottenne dai Priori il permesso di far fortificare la porta di San Pancrazio, ma i muratori ingaggiati per il lavoro, mentre andavano verso la porta recando le bandiere della loro Arte, furono assaliti, feriti e dispersi dai masnadieri dei Tornaquinci, potente famiglia dei Neri. I soldati che custodivano le torri, lasciarono la postazione e scapparono.

  Un altro episodio inquietante di quella lunga giornata si produsse verso sera quando fu fermato un uomo che, travestito da speziale ambulante, andava di casa in casa passando l’ordine ai Neri di armarsi e tenersi pronti per quella notte. A quanto pare, la notizia del fermo dell’uomo arrivò ai   Priori insieme con quella della messa in rotta dei muratori e della fuga dei soldati. “Laonde i Priori per una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano.”[6] E’ l’accorata frase con cui Dino dichiara l’impotenza degli uomini che reggevano il Comune, sempre più isolati e più smarriti, di fronte a un succedersi di eventi che avrebbero dovuto governare e di cui erano diventati spettatori. Senza capacitarsi di come attuare, decisero di attendere l’arrivo delle vicherie per organizzare la difesa. I villani erano già arrivati ma per rinforzare le file dei Neri. Anche i soldati pagati dal Comune passavano l’Arno per andare a unirsi agli avversari. Messer Tebaldo di Montelupone, allora Podestà, non solo aveva omesso di chiamare i mille fanti in soccorso del Comune ma faceva il doppio gioco puntando, nel caso la rivolta avesse avuto successo, a non perdere il posto. Quella notte per le porte che erano state affidate al di Valois entrava Gherarduccio Buondelmonte e altri sbanditi Neri. Pazzino dei Pazzi era già rientrato e si nascondeva in casa di messer Lapo Saltarelli che in passato era stato uno dei più decisi oppositori di Bonifacio. Ma il fatto più importante di quella giornata fu l’arrivo di Corso Donati.

  Corso sicuramente aveva lasciato Siena insieme al di Valois ed era rimasto a Ugnano nell’attesa del momento favorevole per entrare in città. Da Ugnano era partito con dodici uomini la notte tra il 4 e il 5, qualche ora prima a Firenze Orlanduccio Orlandi era stato ferito dai Medici e i Neri erano usciti per strada in assetto di guerra, azioni che preludevano all’assalto finale che doveva avvenire sotto il suo comando.

  Una volta uscito da Ugnano, Corso risalì l’Arno lungo la riva sinistra e lo attraversò presso il prato di Ognissanti, costeggiò le mura della seconda cerchia fino a San Pier Maggiore dove lo attendevano i suoi seguaci, tra questi Pazzino dei Pazzi. Con i suoi uomini cercò di forzare la postierla de’ Pinti aiutato dall’interno dagli amici che avevano messo in fuga la guardia. La porta finalmente cedette e tra i “Viva il Barone” giubilanti, Corso Donati entrò a Firenze; da lì a poco avrebbe scatenato l’inferno contro di quelli che lo avevano condannato a morte e distrutto le sue proprietà. Avvisati del suo arrivo, gli andarono contro alcuni Grandi Bianchi a cavallo seguiti a piedi dal popolo minuto. Arrivati presso il palazzo della famiglia Bianca dei Corbizzi, fortificato e con torri che avrebbero potuto aiutarli nell’assalto con le catapulte e le balestre, si trovarono di fronte Corso che li aspettava con i suoi uomini e, alla vista del terribile Barone, si persero d’animo, non osarono attaccarlo e arretrarono. Corso prese il palazzo senza lottare e ne piantò le sue insegne.

  Prima che Corso riuscisse a entrare in città, Schiatta Cancelliere, nonostante il suo scarso valore militare, con trecento uomini era pronto a impedirgli l’ingresso, ma Vieri dei Cerchi si oppose dicendo “lasciatelo venire”, nella convinzione che a fermarlo sarebbe stato il popolo. Convinzione che nei migliori dei casi si potrebbe chiamare ingenua, perché il popolo senza una guida difficilmente avrebbe potuto fronteggiare un uomo del calibro del Donati. Vieri rinunciando a giocare il suo ruolo, tradì quelli che lo avevano seguito e li consegnò senza opporre resistenza alla violenta riscossa dei Neri.

  Gli uomini del Principe, intanto, convinsero i Priori che il loro signore si sentiva tradito dai Neri e chiedeva che gli uomini più potenti di entrambe le fazioni fossero inviati da lui in custodia, per poi fare gran vendetta. Il Podestà, ormai passato dalla parte dell’avversario, assicurò che Carlo aveva giurato davanti a lui di far impiccare Corso Donati. Era usanza che in un conflitto, le parti contrapposte lasciassero degli ostaggi in custodia al paciere, rimettendosi alla sua imparzialità, come garanzia della sospensione delle ostilità. I Priori, una volta ancora, si fidarono del di Valois e nominarono, insieme con Lapo Saltarelli, anche lui traditore, gli uomini che dovevano recarsi dal Principe. Riluttanti, i Bianchi eletti ubbidirono e, una volta arrivati al palazzo dei Frescobaldi, furono trattenuti come prigionieri, mentre si lasciava andar via i Neri. Privato in questo modo di alcuni dei suoi uomini più potenti e con i Cerchi che, pensando solo alla propria sicurezza, si rinchiudevano nel loro palazzo, negando l’appoggio al Comune, il popolo si smarrì e quando, finalmente, i Priori ordinarono di suonare la campana grossa, segnale di adunata per una grave emergenza, accorsero soltanto gli Adimari a cavallo ma, arrivando alla piazza e scoprendola vuota, rientrarono nelle loro case. Dino fa notare come “Di casa i Cerchi non uscì uomo a cavallo né a piè, armato.”[7] Da quel momento la città restò senza governo, in balia alla feroce vendetta dei Guelfi Neri.

  Corso aprì le porte delle carceri del Comune che erano nelle case de’ Bastari, poi fece altrettanto con quelle del Bargello e con i prigionieri liberati ingrossò il suo già nutrito seguito. Allora Firenze sprofondò in un inferno di sangue e distruzione. Sui Bianchi sconfitti si usò ogni tipo di violenza. Case, botteghe, fondachi e palazzi furono saccheggiati e incendiati, gli uomini uccisi o torturati perché confessassero dove nascondevano il denaro, nei palazzi dei Bostichi a Mercato Nuovo si   sottoponeva impunemente gli avversari al tormento della corda e persino in pieno giorno si sentivano le urla dei torturati. Si violentarono donne, si sposarono fanciulle per forza e molte antiche casate rovinarono sotto la furia dei nemici. Grandi famiglie come i Medici, i Tornaquinci, i Della Tosa e molte altre, si comportavano a guisa di un esercito vittorioso in una città nemica appena spugnata e si presentavano a saccheggiare le dimore dei Bianchi con i loro masnadieri e le insegne del casato. Firenze diventò una città occupata, inerme in mano a un esercito spietato, messa a ferro e fuoco, non da invasori stranieri, ma dai propri cittadini. Il flagello si stesse al contado è durò ininterrottamente e indiscriminatamente per otto giorni. Con la nomina del nuovo Podestà le violenze diminuirono senza tuttavia cessare.

  Carlo di Valois, tolta la maschera, si mostrò come l’uomo avido e senza scrupoli che era, esigendo denaro in cambio della libertà a uomini che lo avevano ospitato e omaggiato. Il giorno 7 novembre i Priori lasciarono il palazzo e si ritirarono nelle loro case. Il giorno seguente si riunì il Consiglio dei Cento che nominò i nuovi Priori, tutti potenti popolani Neri, che dovevano restare in carica fino al 14 dicembre, naturale scadenza della Signoria di ottobre. Si vietò ai Priori uscenti di riunirsi sotto pena di morte e il Principe li accusò di aver tentato di impedirgli l’ingresso a Firenze fortificando Poggibonsi, offendendo così il Re di Francia e lui stesso e di aver offeso inoltre la Parte Guelfa e pretese da loro denaro minacciandoli di portarli prigionieri in Puglia;[8] ma fu tale il biasimo popolare che si vide costretto a lasciar stare. Il giorno 9 Cante Gabrielli da Gubbio s’insediò come nuovo Podestà e, secondo Dino, “…riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì.” Fu proprio Cante Gabrielli a condannare Dante al rogo e le sue case alla distruzione.

  Carlo di Valois si recò a Roma “e domandato denari al Papa, gli rispose che lo aveva messo nella fonte dell’oro” E Carlo seppe far fruttare il suo ruolo in quella “fonte dell’oro” che era Firenze all’epoca, non soltanto storcendo denaro con minacce ai facoltosi Bianchi, ma condannando per contumacia e tradimento molti Bianchi riusciti a fuggire dalla città, alcuni aiutati dai Neri stessi, facendo bruciare le loro case e confiscando i loro beni “per uficio del paciaro.” Da quanto apprendiamo dalla “Cronica” del Compagni,  Carlo ricevete dal Comune per il ruolo di paciere 24.000 fiorini. Il del Lungo calcola in 65.971 i fiorini versati al di Valois complessivamente dal Comune, basandosi sulle ricevuta tuttora esistenti. Se a questi fiorini si aggiungono quelli ricevuti dalla Parte Nera, prima ancora di arrivare a Firenze, più tutto l’oro che sotto diverse forme dagli stessi Neri gli fu versato in seguito, più il denaro storto a tanti cittadini, si può affermare che la rovina di Firenze fu assai redditizia per il fratello del Re di Francia.

  Carlo soggiornò presso la Corte di Roma nel mese di marzo del 1302 e poco dopo il suo rientro a Firenze nel mese di aprile, Cante de’ Gabrielli condannò all’esilio numerose famiglie tra le più importanti di Parte Bianca, prima di tutte quella dei Cerchi di Porta San Piero, parte della casata degli Adimari, i Tosinghi del Baschiera, Vanni de’ Mozzi, Manetto e Vieri Scali, Orlanduccio Orlandi il cambiatori ferito dai Medici che diede il via alla rivolta, ser Petrarca di ser Parenzo dall’Ancisa, padre del Petrarca, che si stabilì ad Arezzo dove nacque il poeta e tanti altri, in tutto seicento uomini; aggiungendo le famiglie e la servitù, numerose entrambi, si ottiene un numero di esiliati che ben si può paragonare agli abitanti di un borgo.

  Vieri dei Cerchi fuggì ad Arezzo, portando con sé più di 600.000 fiorini. Partecipò e finanziò alcuni fallimentari tentativi di riorganizzare la Parte Bianca fiorentina alleandosi persino con i ghibellini. Morì ad Arezzo nel 1313.

  Cacciati i Bianchi da Firenze, con il Comune interamente in mano ai Neri seguì un breve periodo di relativa calma, finché scoppiò un nuovo conflitto, questa volta tra Rosso della Tosa e Corso Donati. Ci furono altre violenze, altri lutti, altri incendi che devastarono la città e che culminarono con la morte di Corso Donati, per mano di uno degli scherigli[9] catalani, domenica 6 ottobre 1308 presso il convento di San Salvi mentre, malato di gotta, fuggiva da Firenze.

  I Donati e i Cerchi, le due famiglie principali protagoniste di questi luttuosi fatti, si avviarono verso un inarrestabile declino, mentre altre famiglie muovevano i primi passi sulla scena della storia.

Gladis Alicia Pereyra

[1] Dino Compagni  “Cronica”
[2] Idem
[3] Idem
[4] Idem
[5] Idem
[6] Idem
[7] Idem
[8] Le grotte dei castelli normanni dove i re Svevi avevano rinchiuso i Guelfi fiorentini sconfitti a Montaperti e dove,  più tardi, gli Angioini inviarono i Ghibellini dopo la discesa di Carlo di Angiò.
[9] Sgherigli: milizie inviate a Firenze all’inizio del ‘300 dal re di Napoli, composte da mercenari catalani.