Una famiglia

Presentato, nel concorso ufficiale, alla 74.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva ora nelle sale cinematografiche “Una famiglia” di Sebastiano Riso, regista siciliano già apprezzato per la sua opera prima “Più buio di mezzanotte”, passata nella Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2014.

La sua opera seconda, sceneggiata con Andrea Cedrola e Stefano Grasso, è un dramma che, ispirandosi alla realtà, ricostruisce in modo iperrealistico e angosciante il rapporto di una coppia alle prese con il crudele mercato nero dei bambini in Italia. Ma non solo.

Volutamente disturbante – se volete snervante, soprattutto nel ritmo -, “Una famiglia” indaga nei meandri della società e nella mente dei protagonisti tenendo addosso a loro l’obiettivo in modo ossessivo e spietato, e trasformando una vicenda privata in pubblica, una storia locale in universale.

Infatti, dice il regista: “E’ un film che nasce dall’unione di diverse suggestioni e necessità, prima tra tutte quella di affrontare un fenomeno che esiste da sempre, ma di cui non si parla quasi mai. Perché anche in Italia, come in molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo, c’è un mercato nero di neonati che si tiene in piedi grazie a una fortissima richiesta, proveniente dal Nord e dal Sud. Però nonostante siano emersi moltissimi casi, è difficile fornire un dato preciso, essendo difficile tenere sotto controllo questo tipo di fenomeno. Per farlo si dovrebbe chiedere, insieme ai documenti del figlio, il test del DNA a qualsiasi coppia ritenuta sospetta”.

E poi aggiunge: “Volevamo raccontare una Roma più astratta, se vogliamo più mentale. Roma, altrove così realistica e persino carnale, nel nostro film è un luogo quasi metafisico. Prendiamo ad esempio il ‘viaggio’ di Maria a Ostia: per me non era raccontare la vera Ostia, quella che anche recentemente è stata raccontata in modo così diretto e naturalistico, su tutti mi viene in mente Claudio Caligari con il suo ultimo film. Qui invece Ostia è riconoscibile ma rimane sullo sfondo, il mare dove Maria si perde con lo sguardo meditando forse una fuga impossibile, non è il mare di Ostia, ma è ‘il’ mare come uno se lo immagina quando lo configura mentalmente. Stesso discorso per Roma. Abbiamo operato una stilizzazione della realtà che nella dimensione spaziale (ma anche in quella temporale) è particolarmente evidente. Solo nelle dinamiche tra i personaggi, e ancora di più, nei dialoghi, ci siamo attenuti a un realismo stretto, e il risultato di questo incontro – messa in scena anti naturalistica e scrittura mimetica – è a mio avviso uno dei punti di forza del film”.

Quindi un (mélo) dramma che inizia quasi come il racconto di un mistero e si conclude sfiorando l’horror quotidiano, quello della cronaca nera che spesso vede al centro neonati voluti o rifiutati. Grande prova per una Micaela Ramazzotti mater dolorosa del XXI secolo, affiancata dal francese Patrick Bruel che offre il giusto ritratto del suo ambiguo compagno. Troppa carne sul fuoco? Forse, visto che volendo allargare il discorso sull’argomento, Riso introduce anche una coppia gay che però dimostra che i problemi e le polemiche non sono poi così diversi di quelli delle coppie eterosessuali.

Nelle sale italiane dal 28 settembre distribuito da Bim Film