Olimpia

  Provavo un’attrazione morbosa per lei, più spirituale che carnale. Olimpia era una ragazza bellissima, ma triste. Prostrata sulla sedia a rotelle, usciva raramente di casa grazie alla buona volontà del fratello Eros. Avevo conosciuto entrambi qualche mese prima a una mostra di dipinti settecenteschi ed era nata subito una calda amicizia. Quella stessa sera ci eravamo fermati a prendere un caffè e, prima di salutarci, ci eravamo scambiati indirizzo e numero di telefono.

  La settimana successiva, di giovedì se non ricordo male, dovevo andare ad una proiezione e, pensando a quei grandi occhi scuri che mi avevano ipnotizzato, telefonai ad Olimpia per invitarla a venire con me al cinema. Non voleva accettare, alludendo al fatto che Eros era fuori e non sapeva a che ora sarebbe rientrato. Ma, alla fine, la convinsi promettendole di passare a prenderla in macchina, di riportarla poi fino a casa e farle compagnia se il fratello non fosse ancora tornato.

  Era un vecchio film francese in bianco e nero, “I diabolici” di Henri-Georges Clouzot, che io avevo già visto, ma Olimpia non lo conosceva nemmeno. Le piacque anche se rimasse un po’ impressionata da quel gioco diabolico, mortale, dei protagonisti. Tornammo a casa sua, ma Eros non era ancora rientrato. Parlammo del più e del meno: arte, cinema, letteratura, viaggi e, ovviamente, anche di noi due. Soprattutto sulla nostra infanzia non molto felice, o quantomeno, atipica, al di fuori dalla cosiddetta “normalità”.

  Forse era quella comune tristezza antica ad unirci, a farci sentire meno soli, o meglio ancora meno diversi. Raccontando un vecchio aneddoto riuscì a strappare il primo sorriso a quella ragazza dai grandi occhi neri, dalla pelle bianchissima, quasi fosse coperta da un irreale pallore, dalle labbra sottili e dai capelli nerissimi.

  Qualche minuto più tardi arrivò Eros che, un po’ sorpreso, mi salutò cordialmente e mi pregò di restare a cena da loro.

  Dopo quella serata ci vedemmo sempre più spesso, anche se la nostra amicizia non faceva il minimo passo verso l’amore, ma era pur sempre un’amicizia un po’ “diversa”, fatta di lunghi sguardi e fitte chiacchierate sul nostro comune gusto artistico.

  Ma una sera, al momento di lasciarci, lei anziché pormi la sua guancia mi offrì le sue labbra in un bacio appassionato che io, non troppo sorpreso, ricambiai.

  L’indomani mi recai da lei nel pomeriggio, ma stranamente nessuno venne alla porta. Scesi in strada alla ricerca di un telefono pubblico per provare a chiamare, ma non trovai risposta. Una fredda segreteria telefonica, in un messaggio registrato da Eros con voce attonale, annunciava che i fratelli si erano assentati per un paio di giorni.

  “Possibile?”, pensai, anche se si fosse trattato di un caso di urgenza avrebbero potuto telefonarmi prima di partire. Tornai a casa deluso e amareggiato e mi rifugiai nella lettura fino a notte fonda. Mi sentivo tradito, abbandonato, sfiduciato.

  La mattina seguente, verso le dieci, squillò il telefono. Eros si scusava per il loro silenzio. Olimpia aveva avuto una ricaduta, la sua non era una semplice paralisi, ma un male ancora peggiore, incurabile. Però si sarebbe ripresa ancora una volta come negli ultimi anni. Nonostante tutto ero felice, contavo per loro quanto loro contavano per me, e la fiducia dimostratami da Eros ne era la prova.

  Avevo pensato di andare a trovarla in clinica, ma Eros mi pregò di non farlo perché Olimpia voleva così. Rispettai la sua decisione e aspettai con ansia il giorno in cui sarebbe stata dimessa. Sembrava più bella, anche se era ancora più pallida di prima e, appena mi vide arrivare, mi sorrise. Presi le sue mani nelle mie e la baciai dolcemente sulle labbra.

  Ricominciammo a parlare come prima, come se niente fosse successo. Ero tanto felice, forse perché era più fragile, più bisognosa del mio calore, della mia protezione. Quella sera siamo rimasti insieme fino a tardi. Eros ogni tanto si inseriva nella nostra conversazione e per la prima volta sentì nella sua voce una certa gelosia, nonostante la sua solita gentilezza e il suo affetto.

  Continuammo questo rapporto di amore platonico per mesi. Passeggiavamo nel parco, andavamo al cinema, a teatro, nei musei. Eravamo felici così e io la coccolavo come a una bambina. Ma questa irreale felicità durò poco, tanto quanto la vulnerabile Olimpia.

  Gli ultimi giorni furono un inferno che io accettavo sempre con minor dolore, quasi avessi firmato un patto sado-masochista al quale non potevo ormai sfuggire. Passavo delle ore a osservare la bellezza sempre più evanescente di Olimpia che mi guardava soltanto – senza dir parola – con i suoi bei occhioni neri e umidi in un misto d’amore e di dolore.

  La fine fu terribile. Non avrei più visto i suoi occhi, la sua pallida pelle, la sua figura minuta e menomata. Eros era diventato più magro per la sofferenza degli ultimi giorni e i suoi occhi, anch’essi scuri, sembravano più grandi dopo il pianto, quasi come quelli di sua sorella. Ancora di più perché umidi dalle lacrime di dolore per la perdita di Olimpia.

  Mi fissava come chiedendomi: “Come faremo ora?” Allora capì che non ci saremmo più separati, reggendoci a vicenda per scongiurare la sofferenza. Per me sarebbe stato ancora più difficile: ero diventato schiavo di quegli occhi, così simili, così scuri, gli stessi occhi della perduta Olimpia.

José de Arcangelo