Il tragico novembre del 1301

La vendetta dei guelfi neri fiorentini

 

Terza parte

Carlo di Valois arriva a Firenze

 

  La campagna in Sicilia era stata rimandata alla primavera seguente e Carlo era stato investito, in nome dell’Impero, della carica di paciere nella provincia Toscana. Dalla morte di Federico II il seggio imperiale era vacante e Bonifacio, al pari dei pontefici che lo avevano preceduto, si attribuiva l’amministrazione dell’Impero. Quel titolo imperiale dava al mandato concesso al Principe ulteriore autorità.

  Il 13 settembre era stato convocato, presso il palazzo del Podestà, un Consiglio straordinario che riuniva tutti gli Uffici e Consigli del Comune oltre a un gruppo di cittadini tra i più rappresentativi della città. La discussione versava sui provvedimenti da prendere a difesa degli Ordinamenti di Giustizia e degli Statuti del Popolo. Una tale iniziativa parlava da sé dell’apprensione che suscitava, nei Bianchi che reggevano il Comune, la presenza alla Corte di Roma del Principe francese. Il Consiglio aveva dato ai Signori la libertà di prendere le misure che giudicassero più opportune per difendere la legge.

  La delegazione dei Bianchi che aveva raggiunto Carlo a Bologna era stata un insuccesso. I Neri li avevano preceduti e convinto il di Valois della pericolosità degli avversari accusati di intendersi con i Ghibellini. In quel momento il Principe era a Roma e il Papa lo aveva già nominato paciere in Toscana. Era indispensabile, quindi, avere un colloquio con lui prima della sua partenza. Alla luce di queste considerazioni, i Signori avevano deciso di inviare un’altra ambasciata, organizzata con più oculatezza, per tentare di cancellare dall’animo del Principe la diffidenza verso i Bianchi, creata dalle false accuse dei Neri. Erano stati nominati ambasciatori tre uomini considerati autorevoli per aver ricoperto le più alte cariche del Comune ed era stato consegnato loro un mandato ufficiale con ampie possibilità di negoziazione; erano Guido Ubaldini degli Aldobrandinelli da Signa detto il Corazza, di riconosciuta e inamovibile fede guelfa, era stato Gonfaloniere di Giustizia nel priorato di aprile – giugno dello stesso anno, Maso di Ruggerino Minerbetti che era stato Priore, Console dell’Arte del Cambio e, l’anno prima, coordinatore per il Comune presso l’inquisitore fra Grimaldo da Prato dei Frati Minori, in più era conosciuto nella Corte Pontificia per essere stato in diverse occasioni a Roma, il terzo ambasciatore era Dante che, oltre a essere riconosciuto e apprezzato filosofo e poeta, apparteneva al ceto degli antichi cittadini e aveva ricoperto la carica di Priore al tempo dell’assalto ai Signori da parte dei Grandi, la vigilia di San Giovanni del 1300.

  Per dare maggior forza alla rappresentanza fiorentina si era chiesto al Comune amico di Bologna di affiancarvi una sua delegazione. La richiesta teneva anche conto della buona accoglienza ricevuta da Carlo durante la sosta in quel Comune, che rendeva i bolognesi una presenza senz’altro gradita al Principe. E proprio la delegazione bolognese era stata causa del ritardo che aveva impedito agli ambasciatori fiorentini di portare a termine il loro scopo: quando finalmente erano giunti a Roma il di Valois era già partito. Neanche la presenza dei bolognesi aveva sortito l’effetto desiderato, le due delegazioni erano state ricevute con tutti gli onori che spettavano ai due grandi Comuni che le inviavano; Bonifacio, però, aveva disposto di ricevere in udienza privata soltanto i fiorentini. La mossa dei Priori così ponderatamente concepita e attuata era diventata un nuovo smacco; anzi, la solennità delle due ambasciate aveva sortito in Bonifacio l’effetto contrario di quello auspicato. Queste le parole con cui Dino racconta quell’udienza: “…il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi, e abbiano la mia benedizione, se procurano che sia ubbidita la mia volontà.”

  I due che dovevano partire erano il Minerbetti e il Corazza; Bonifacio aveva voluto trattenere accanto a sé Dante che sapeva non amico e difficile da piegare per carattere e cultura, anziché uno degli altri più malleabili e facili da convincere. Isidoro del Lungo interpreta così la scelta del Papa: “…Bonifacio dovè, ben pensato ogni cosa, volere soprattutto che Dante non fosse quello che riferisse l’ambasciata a’ suoi Fiorentini; e che piuttosto dal guelfissimo Corazza o dal cambiatore Minerbetti fosse parlato di lui e di quelle udienze e di quella Corte a’ Signori e a’ Consigli, che non da questo giovine magnate, oratore di Popolo, loico e cherico grande e dicitore in rima…Meglio restasse egli, andassero gli altri due.”  Dante non sarebbe mai più tornato nella sua Firenze.

 A Firenze, intanto, si erano tenute le elezioni per il rinnovo della Signoria. Dino Compagni era uno dei nuovi Priori che avrebbero dovuto insediarsi il 15 ottobre con un mandato che scadeva il 14 dicembre. Appena eletti, i Priori si erano ritirati nel convento di Santa Croce nell’attesa che la Signoria uscente completasse il suo incarico e subito erano iniziate le visite dei Neri che chiedevano ai nuovi Signori di far valere il loro potere per garantire la pace. In realtà cercavano di tastare le intenzioni degli appena eletti, che erano Bianchi e di convincerli della sincerità dei Neri nel volere la pace e così di guadagnare tempo. I nuovi Signori, nonostante intuissero i veri scopi di quelle visite, non avevano osato farle cessare chiudendo le porte e tagliando i contatti con i cittadini; primo segno di debolezza che non era sfuggito ai loro rivali.

  Una volta insediati, i Priori avevano chiesto ai Capitani di Parte Guelfa di adoperarsi per pacificare e ricongiungere le due fazioni in cui l’istituzione si era spaccata. I Capitani avevano accolto la richiesta e il loro impegno aveva dato come risultato che i Bianchi, fiduciosi nel buon esito dell’autorevole mediazione, restassero fermi in attesa che tutto si sistemasse, mentre i Neri bollavano i Capitani come traditori e si preparavano allo scontro finale.

  La decisione del Papa di inviare Carlo come paciere contava sul pieno appoggio dei Neri che, per accelerare l’arrivo del principe, avevano depositato 7.000 fiorini, probabilmente sul conto dell’erario pontificio, per pagare il di Valois e provvedere al mantenimento degli armati che lo avrebbero accompagnato. La somma era ingente e offre un’idea della ricchezza di Firenze nel periodo; ricchezza che, conoscendo l’avidità di Bonifacio unita alla sua sete di dominio, spiega la determinazione con cui cercava d’includere Firenze e l’intera Toscana nei territori sotto giurisdizione della Chiesa.

  Carlo di Valois, insieme alla moglie Caterina I di Courtenay, titolare del trono di Costantinopoli, che era incinta, aveva lasciato Roma ed era sceso in Toscana fermandosi a Siena e dopo aver ricevuto altri denari, aveva inviato due ambasciatori a Firenze, uno dei quali era Guillaume de Perche, un chierico ritenuto da Dino uomo sleale e cattivo.

  Arrivati a Firenze gli ambasciatori avevano chiesto e ottenuto di parlare con i Priori e il Podestà riuniti nel Gran Consiglio. Non potendo intervenire direttamente i francesi, a causa della lingua, per loro aveva parlato un avvocato di Volterra, “uomo falso e poco savio” secondo il parere del Compagni. Così il Gran Consiglio era stato informato ufficialmente della decisione del Papa di inviare a Firenze, in veste di paciere, Carlo di Valois, per por fine alla faida tra Bianchi e Neri. L’avvocato non aveva risparmiato elogi verso la Casa di Francia, di cui il Principe era degno rappresentante, e infine aveva chiesto al Gran Consiglio di accogliere la richiesta del Pontefice e permettere al principe di recarsi in città per svolgere il suo incarico.

  I Signori, cautamente, non avevano permesso di prendere la parola ai molti che si erano prenotati per tessere le lodi del paciere e avevano chiesto agli ambasciatori di dire al loro Signore che nulla potevano decidere senza prima consultare i cittadini.

  Era stato convocato il Consiglio Generale della Parte Guelfa, e le Capitudini delle sette Arti Maggiori e quelle delle quattordici Minori cui si erano aggiunti i settantadue Mestieri che, al pari delle Arti, avevano consoli. Ai rappresentanti era stato chiesto di mettere per scritto se la loro Arte riteneva opportuno accogliere la richiesta del Papa e permettere al paciere di venire in città. La risposta quasi unanime era stata positiva. Soltanto i fornai si erano opposti, con grande acutezza avevano intuito che la venuta del principe straniero sarebbe stata causa di lutto e distruzione per la città. I fornai erano stati, forse, gli unici a tener presente chi era Filippo il Bello, augusto fratello del paciere. Memori delle prevaricazioni compiute in passato dal Re a danno di mercanti e banchieri fiorentini, non era sembrato loro saggio fidarsi di un membro della Casa di Francia.

  Erano partiti per Siena ambasciatori con l’incarico di riferire al Principe che il Comune di Firenze era pronto a riceverlo come paciere a certe condizioni. “…che non acquisterebbe contro di noi niuna giurisdizione, né occuperebbe niuno onore della città, né per titolo d’Impero né per altra cagione, né le leggi della città muterebbe né l’uso.” La Signoria pretendeva che consegnasse agli ambasciatori carte recanti la sua firma e il suo sigillo in virtù delle quali s’impegnava a rispettare queste condizioni. Si chiedeva, inoltre, a Guillaume de Perche di pregare il suo Signore di non venire il giorno di Ognissanti perché, durante i festeggiamenti, il popolo minuto era solito abusare del vino novello e avrebbe potuto creare incidenti. Era meglio per la sicurezza del Principe rimandare il suo arrivo a domenica 5 novembre.

  Il compito principale degli ambasciatori era ottenere i documenti ufficiali che dessero garanzie che non c’erano seconde intenzioni nella missione del paciere, ma anche di capire, attraverso il contatto   diretto, se ci si poteva fidare di lui. Nel caso si fosse rifiutato di consegnare le carte richieste l’ordine era di negargli l’ingresso in città e di chiudere e rinforzare Poggibonsi, passaggio obbligato per arrivare a Firenze. Inoltre ordinare a messer Bernardo de’ Rossi, vicario di Poggibonsi, di non consegnargli vettovaglie.

  Nulla di tutto questo era stato necessario, Carlo aveva accettato di buon grado tutte le condizioni e consegnato agli ambasciatori le carte richieste; si era mostrato affabile e ben disposto, convincendo gli interlocutori che nulla dovevano temere.

  I Neri erano impazienti di avere il di Valois con i suoi cavalieri in città e avevano cercato in ogni modo di affrettare il suo arrivo. Per convincerlo ad anticipare la partenza da Siena gli avevano offerto altri diciottomila fiorini, lui aveva accettato la moneta ma si era mosso con calma, sembra che non fosse del tutto tranquillo per quanto riguardava la propria sicurezza. Lasciata Siena si era fermato in Val d’Elsa presso il castello di Staggia, proprietà di Musciatto Franzesi.

   Uomo accorto e di lunga esperienza politica, il Compagni non si fidava del paciere inviato da Bonifacio; non si fidava neanche delle buone intenzioni del Pontefice, nonostante ciò, con non poca ingenuità, pensava che l’ingerenza del Papa negli affari del Comune si poteva fermare  con la pace e l’unità tra i cittadini e, nella sua  preoccupazione per il bene della sua terra, non sembrava in grado di concepire che per gli avversari fosse più importante il potere della salvezza di Firenze e, se per riavere quel potere, fosse stata necessaria la rovina della città non avrebbero esitato, Dino lo avrebbe capito quando ormai la sciagura era arrivata. Così in un tardivo quanto inutile tentativo di evitare il peggio, aveva radunato presso il Battistero di San Giovanni i cittadini più importanti di entrambe le fazioni, insieme a magistrati e altre cariche pubbliche. Aveva pronunciato un discorso tutto incentrato sulla necessità di dimenticare le offese e di fare pace prima dell’arrivo del Principe, rinnovando la proposta di dividere le cariche del Comune tra Bianchi e Neri, nella speranza che la spartizione del potere potesse spianare la strada verso la pace. Infine aveva chiesto di giurare con la mano sui Vangeli che ognuno si sarebbe adoperato per arrivare a una pace duratura e per difendere il governo e le leggi del Comune. Tutti i presenti avevano giurato e l’assemblea era stata tolta. Dino stesso dovette ammettere nella sua “Cronica” che quelli che con più devozioni baciavano il Vangelo giurando di a ogni costo cercare la pace, per primi si sarebbero macchiati dei crimini più odiosi perpetrati   contro i concittadini e la propria città.

  La storia ci dimostra quanto la pace sia difficile da raggiungere, se non impossibile, quando uno degli avversari non la vuole; in quel caso all’altro, per non soccombere, non resta che armarsi per la difesa; è quello che i Bianchi non fecero. Per viltà, forse, perché i Cerchi erano pacifici mercanti -anche se a Campaldino, come abbiamo ricordato, Vieri si era comportato da valoroso- al contrario di Corso Donati uomo avvezzo, per casta, all’esercizio delle armi e forse anche perché i Bianchi non credevano che i loro avversari si sarebbero spinti a tanto; in ogni caso quando Corso entrò a Firenze nessuno ebbe il coraggio di affrontarlo.

  Carlo di Valois, conte di Alencon e di Maine, figlio di Filippo III l’Ardito, fratello del re di Francia, il paciere inviato da Bonifacio VIII, si presentò alle porte di Firenze mercoledì primo novembre e non domenica cinque, come concordato con i Priori.

  Mentre avanzava lentamente in groppa al magnifico palafreno coperto di seta con i gigli di Francia, sotto il baldacchino retto da quattro nobili, il principe francese appariva superbo e fiero e lo sfarzo delle vesti e il piglio altero lo rendevano ancora più maestoso, più irraggiungibile e alla folla di curiosi che era accorsa a presenziare al suo arrivo, sembrava l’incarnazione stessa della regalità e del potere. Armigeri a cavallo delle migliori casate fiorentine, aprivano il corteo e lo chiudevano i cavalieri francesi del seguito disarmati, come conveniva a una missione di pace.

  Tra i presenti del popolo minuto molti erano ubriachi di vino novello e agitavano i berretti gridando evviva, evviva! Il muoia muoia! era stato proibito, pena la testa e il ceppo con la mannaia per ordine della Signoria era stato messo sulla piazza. In mezzo al tripudio generale, i più accorti restavano silenziosi e diffidavano. Si sentiva nell’aria che la resa dei conti tra Bianchi e Neri era imminente.

  Era tradizione che i grandi personaggi, ospiti del Comune, soggiornassero nel convento di Santa Maria Novella; Carlo non accettò quella sistemazione e preferì alloggiare in casa dei Frescobaldi che era ben fortificata e, inoltre, si trovava dall’altra parte dell’Arno, vicino al Ponte di Santa Trinità. A giudizio dei Neri, ormai decisi a scatenare una guerra civile, la casa per la sua posizione poteva risultare un luogo strategico dove asserragliarsi e chiamare rinforzi, nel caso si fosse stati costretti ad abbandonare la parte della città sull’altra sponda del fiume, dove si trovavano i centri del potere e più duro sarebbe stato lo scontro.

  Dopo Carlo arrivarono i Lucchesi, i Perugini con duecento cavalieri, messer Cante Gabrielli di Gubbio con i Senesi, il Malatestino da Rimini, Mainardo da Susinana, tutti giustificando la loro presenza con il desiderio di omaggiare il Principe. Sommando i nuovi venuti agli ottocento cavalieri che accompagnavano il de Valois, si arrivava a milleduecento uomini armati a cavallo, superfluo dire che tutti erano dalla parte dei Neri.

  I Signori, non del tutto convinti delle intenzioni del paciere, nonostante avesse risposto di sì quando Dino gli aveva chiesto se avesse firmato i documenti di propria volontà, cercavano di difendere il Comune con la legalità, quando lo stesso Dino afferma che era il momento di arrotare i ferri. Fu convocato un Consiglio straordinario formato da quaranta cittadini di ambedue le fazioni, eletti dagli stessi Priori, per vegliare sulla sicurezza ed evitare che nascessero sospetti tra le parti. Nelle riunioni del Consiglio, la maggioranza dei Neri taceva, mentre i Bianchi quando occupavano la ringhiera, come era chiamata la piccola tribuna dove si tenevano gli interventi, non si peritavano di nascondere la loro mancanza d’iniziative e di coraggio. I Neri premevano perché fossero eletti nuovi Priori rappresentativi di entrambe le parti e che fossero fatti rientrare i confinati. Messer Lotterigo di Monte Spertoli chiese addirittura che si scardinassero le porte della città. Dino chiese al giurista Andrea da Cerreto se si poteva, senza contravvenire agli Ordinamenti di Giustizia, eleggere una nuova Signoria prima della naturale scadenza di quella in carica. L’interpellato, nonostante l’appartenenza alla parte Nera, rispose che non era consentito. I Priori decisero, malgrado le pressioni, di rispettare gli Ordinamenti e continuarono a portare avanti il loro mandato.

  Tornarono a Firenze Masso di Ruggierino Minerbetti e Corazza da Signa, due dei tre ambasciatori presso la Corte Pontificia; Dante Alighieri, come già detto, era stato ritenuto dal Papa a Roma.   Dino, dopo aver ascoltato l’ambasceria, decise di non informare subito il Consiglio e fece giurare silenzio agli ambasciatori, silenzio che fu rotto solo davanti ai sei esperti di leggi che furono convocati per ascoltare il loro parere sulla volontà espressa da Bonifacio e poi vagliare il da farsi.

  I Priori, dopo aver ascoltato i giuristi, decisero di accettare la richiesta del Pontefice di accogliere   un suo inviato per ristabilire la pace in città e, con lettere che spedirono in segreto, gli chiesero di inviare il cardinale Gentile da Montefiore come paciere.

  I Neri, intanto, erano venuti a conoscenza del messaggio arrivato da Roma, grazie a uno degli ambasciatori che non mantenne il segreto – sicuramente il Minerbetti -, e in loro crebbe il sospetto di un ripensamento di Bonifacio che, abbandonando la loro causa, avrebbe deciso di appoggiare i Bianchi; in quel caso al de Valois sarebbe stato tolto l’incarico e i loro progetti andati in fumo. A preoccupare ulteriormente i Neri era stata una lettera arrivata da Roma nella quale Simone Gherardini riferiva questa frase pronunciata dal Papa “Io non voglio perdere gli uomini per le femminelle” Dino lascia intendere che con “gli uomini” Bonifacio si riferiva ai Bianchi che reggevano il Comune ed erano così potenti che sarebbe stato impossibile abbatterli senza distruggere la città. Bonifacio, però, era fermo nella sua decisione di annientare i Bianchi.

  In mano ai Priori restava ancora una carta che non seppero giocare: dire di no alla richiesta del Papa giustificando il rifiuto con la volontà dei Neri di osteggiare la pace, ed era quello che temevano i loro avversari, in quel caso il Principe sarebbe stato delegittimato nella sua funzione di paciere e avrebbe dovuto lasciare Firenze o, peggio ancora, avrebbe ricevuto da Bonifacio l’ordine di distruggere i Neri.

Gladis Alicia Pereyra