Mezzo secolo di grande musica a Città di Castello

  Cinquant’anni, che poi è come dire mezzo secolo, sono trascorsi da quando il concerto che dava il segnale di partenza ad una delle manifestazioni musicali più interessanti del nostro paese, faceva scrivere allo stupefatto cronista di un quotidiano romano, in una prosa un po’ zoppa: “Chi poteva pensare alla musica da camera come prevalentemente aristocratica riservandola soltanto ad ambienti salottieri, ha avuto un’esperienza da dissipare ogni perplessità con il concerto in fabbrica  che i componenti della Camerata Bariloche hanno voluto offrire ai lavoratori delle officine Nardi”: i quali, come recitava il titolo, avevano seguito il concerto “con vivo interesse”. Ecco un avvio fuori da ogni schema, come già lo era quello di dedicare ogni edizione ad una nazione.  Quello che invece lascia stupefatto chi voglia percorrere il lungo cammino del Festival attraverso i programmi macinati in questo lasso di tempo, è l’offerta generosa dei nomi dei complessi e dei singoli interpreti, tutti di primissimo piano. Dopo quel primo concerto, che aveva messo in evidenza come la musica da camera possa allogare ovunque, il Festival si installò nei luoghi più belli della città, anche d’arte, come il Museo Burri o la pieve di San Crescentino, e qui sarebbe indispensabile avvisare in anticipo l’ignaro spettatore che le mura di questa chiesuola dal nome buffo conservano gli affreschi di Luca Signorelli sulla crocifissione: un’emozione da far precipitare nella sindrome di Stendhal.

  Tra coloro che meglio hanno captato quella che certamente è l’anima del Festival, e forse anche della stessa Città di Castello, va segnalato lo spagnolo Llorenç Barber, che nel 1992, anno dedicato alla sua nazione (tra gl’interpreti la grande Alicia de Larrocha), realizzò un singolare concerto, che aveva voluto titolare Castrum felicitas, che poi è come dire: la città della felicità. Uniche protagoniste, le campane: ma non gli strumenti dell’orchestra, così chiamati perché i tubi di diverse dimensioni che li compongono riproducono il suono delle campane quando vengono percossi da una mazza, ma proprio quelle che per farle vibrare occorre attaccarsi a una robusta corda. Venuto in avanscoperta, Barber non si accontentò delle campane preesistenti, ma volle che fossero riparate le campanucce delle cappelle dei conventi, mute da tempo perché occupate dagli uccelli o da cumuli di detriti. L’appuntamento era fissato alle prime ombre della sera, ma già prima del tramonto tutti i cittadini castellani (assenti giustificati i malati gravi) erano scesi in strada per partecipare a un evento per il quale non era neanche richiesto il pagamento del biglietto.

Nello stesso momento, le campane si misero a suonare all’unisono, in grandi ondate di suoni, insieme a ondate di autentica felicità, come aveva previsto il musicista. Sommersi da quell’incessante scampanio, più cacofonico che angelico, tutti sorridevano a tutti, in una contentezza collettiva, senza che se ne percepisse bene il perché. Anche quando le campane smisero di suonare, le persone non accennavano a rientrare, a malincuore decisero quando oramai si era fatta notte.

  E fu con l’anno della Francia che il Festival volle darsi una patina di frivolezza, senza naturalmente trascurare la grande musica. Arrivarono vecchie glorie della chanson, presentate da un’Alba Parietti in abito che era tutto un vedo e non vedo, accanto un Alain Delon che la maturità rendeva ancor più fascinoso, chissà come calamitato in questa piccola città italiana di cui forse gli era piaciuto il nome. Discreto, gentilissimo con tutti, al momento della partenza non dimenticò di salutare le cameriere e le inservienti dell’hotel, che in quel momento erano a pranzo. Per combinazione, avendo fatto tardi per finire il “pezzo”, mi trovavo a pochi tavoli da loro. Delon arrivò, cinse di volta in volta ciascuna con un braccio, chinandosi per deporre un bacio (se sulla bocca o una guancia non mi fu dato vedere), con gesti rivelatori di una lunga sperimentazione. Per poco non si verificò uno svenimento collettivo. A un certo punto i nostri occhi si incrociarono e lui, scorgendo l’ironia del mio sguardo, mi rivolse un lieve sorriso d’intesa e se ne andò.

Ivana Musiani

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