Rossini Opera Festival 2017: tre allestimenti al top per una musica sublime in un percorso amoroso

Secondo una tradizione consolidata, l’edizione 2017 del Rossini Opera Festival ha presentato: un nuovo allestimento con la tragédie lyrique Le siège de Corinthe; un melodramma giocoso con La pietra del paragone; una ripresa con il dramma semiserio Torvaldo e Dorliska. Tre lavori che segnano altrettanti  diversi momenti del  percorso creativo di Rossini.

Le siège de Corinthe è la versione francese, ampiamente rimaneggiata, del Maometto II andato in scena a Napoli nel 1820 con scarso successo anche a causa delle “arditezze” inserite in partitura. Sei anni dopo, a Parigi, fu invece il trionfo, giusto in un momento in cui l’Europa guardava con trepidazione all’eroica resistenza dei greci contro l’invasione musulmana. Il libretto  precorreva di circa tre secoli eguali avvenimenti, ambientandoli a Corinto e con l’inserto dalla vicenda amorosa della figlia del governatore della città, che scopre nell’invasore Maometto il giovane che sotto altro nome l’aveva fatta innamorare. Da qui il dilemma: patria o affetti? Finirà malissimo, per lei e per i corinzi.

La pietra del paragone fu la prima grande affermazione scaligera del ventenne Rossini: 53 le recite, con Stendhal tra i fan più entusiasti e i meneghini che cantavano per strada uno dei più spassosi motivi dell’opera. La vicenda ruota intorno a tal conte Asdrubale, che vorrebbe sposarsi ma ha paura di scegliere la donna sbagliata.

Torvaldo e Dorliska fece la sua comparsa al Teatro Valle di Roma nel 1815, i  personaggi eponimi sono due giovani sposi in fuga dalla prepotenza di un tiranno che ha messo gli occhi su Dorliska e alla quale ha fatto credere la finta morte del marito. Tutto però finisce bene, come si vuole nelle pièce à sauvetage cui appartiene il libretto, però il tiranno – deposto alla fine dai suoi stessi indignatissimi sudditi – non figura, nelle mani del compositore, come personaggio di circostanza, ma come  sofferente e vittima di un’ossessione amorosa che riesce persino a cattivargli simpatie. E’ il romanticismo che bussa alla porta.

Superfluo aggiungere come ancora una volta gli allestimenti siano stati al top, con gli interpreti scelti tra i migliori su piazza: bel cast omogeneo per Le siège (Luca Pisaroni superbo Maometto per vocalità e presenza, Nino Machaizde bravissima nell’impervio ruolo della sua innamorata, John Irvin, Sergey Romanovsky, Iurii Somoilov. Tutti giovani e belli i cantanti della Pietra del paragone, più spesso in slip e bikini che non in accappatoio o svolazzanti copricostumi: erano l’ottimo e palestratissimo Giorgio Margheri, la graziosa Aya Wakizono dai begli acuti ma debole nel resto, Paolo Dordogna, Davide Macrobio. Dorliska era la soave Salome Jicia, mentre al pur bravo Dmitry Korchak  è toccato l’ingrato confronto con il Diego Florez della precedente edizione. Applauditissimo Nicola Alaimo nei panni  del cattivo, ma anche Carlo Lepore e Raffaella Lupinacci hanno avuto la loro dose di riconoscimenti.

Sul piano orchestrale, molto bene quella della RAI nelle due prime opere, rispettivamente dirette da Roberto Abbado e Carlo Rustioni. Torvaldo si avvaleva della volonterosa orchestra Rossini, diretta dall’emergente Francesco Lanzillotta.

Per ultime, le regie: si sarebbe detto scelte a esemplificare altrettante maniere di curare oggigiorno gli allestimenti d’opera.  Tradizionale quella di Martone per il Torvaldo, che poi è come dire rispetto del libretto e della sua epoca, ma anche  illuminata dall’intelligenza e dall’eleganza. Pier Luigi Pizzi si rifà ai giorni nostri, trasportando La pietra di paragone in una villa da  rivista d’architettura, con tanto di piscina ampiamente utilizzata, e mettendo in piedi un meccanismo a orologeria zampillante d’inesauste trovate, sempre in perfetta coerenza con lo svolgimento del libretto. Per una volta tanto, il pubblico si è divertito moltissimo, in sintonia con l’intento della musica.  Festeggiatissima la fatica del regista.

Carte cambiate anche nell’allestimento della Fura dels Baus, e con la regia di Carlus Pedrissa, per Le siège, solo che le intenzioni sono rimaste oscure e del tutto avulse dallo svolgimento anche quando una provvidenziale intervista a un quotidiano locale le ha rese note. La vicenda si svolge nell’epoca prevista, ma i corinzi – in tuta nera su cui si direbbe siano stati schizzati tubetti di colore – si muovono incessantemente trasportando boccioni di plastica come quelli in uso negli uffici. Spiegazione: le prossime guerre si faranno per il possesso dell’acqua. Il pubblico, per fortuna, ha di che gratificarsi con la musica sublime di Rossini (nel caso di quest’opera, l’aggettivo non è esagerato), senza porsi dei perché o esprimerli con i buu.

Ivana Musiani