Quando la docu-fiction diventa vissuta realtà: “A Ciambra”, l’opera seconda dell’italo-americano Jonas Carpignano, arriva nelle sale

Una docu-fiction sorprendente e coinvolgente. L’opera seconda di Jonas Carpignano, presentata in concorso nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes dove si è aggiudicata il Premio Miglior Film Europeo: “A Ciambra” vanta come produttore esecutivo niente meno che Martin Scorsese. Il maestro italo-americano l’ha definita “un film bello e commovente. Entra così intimamente nel mondo dei suoi personaggi che hai la sensazione di vivere con loro”. Ed è tutto vero, perché il regista di Gioia Tauro – cresciuto a New York, di madre americana e padre romano -, ricostruisce fatti e personaggi veri senza interferenze né pregiudizi.

Ambientato nella Ciambra, appunto, piccola comunità rom nei pressi della città calabrese, narra la storia dell’adolescente Pio Amato che cerca di crescere più in fretta possibile; a soli quattordici anni beve, fuma ed è uno dei pochi in grado di integrarsi tra le varie realtà del luogo: italiani, immigrati africani e membri della comunità rom.

Pio segue, o almeno tenta, di seguire ovunque suo fratello Cosimo, imparando il necessario per sopravvivere sulle strade della sua città, ma quando Cosimo finisce in carcere le cose per Pio iniziano a mettersi male, dovrà provare di essere capace di assumere il ruolo di suo fratello e decidere se è veramente pronto a diventare un uomo.

“So che un paio di anni fa – confessa Carpignano – RT Features e Sikelia (i produttori americani ndr.) hanno fatto vedere prima le foto, poi il film’Mediterranea’ (l’opera prima presentata alla Semaine de la Critique di Cannes e premiata per il Miglior regista esordiente ndr.), infine la sceneggiatura e lui si era dimostrato entusiasta del progetto. Ma la cosa non mi è sembrata vera finché non si è rivelato un collaboratore utile e costante soprattutto nella fase di montaggio tra documentario e storia. E’ stato molto importante ricevere i suoi commenti sulle diverse versioni del film, cosa che sicuramente ha influenzato il risultato finale”.

“Ho incontrato gli Amato (l’intera famiglia è protagonista del film, tranne il nonno morto proprio allora ndr.) nel 2011 – prosegue – quando la mia macchina, con dentro tutte le mie apparecchiature cinematografiche, era stata rubata; ovviamente all’inizio ero incazzato nero ma è nata subito un’amicizia. A Ciambra ho conosciuto delle persone perché, dopo la presentazione del ‘A Chjana’ (il corto sugli immigrati africani in Calabria) a Venezia si sono voluti tre anni per mettere in piedi il lungometraggio, e tramite Pio ho conosciuto tutta la famiglia. Lui mi seguiva dappertutto, sempre fumando, senza dire una parola, e voleva conoscermi. Conosco la sua famiglia da cinque anni, bene da 3 anni e mezzo, ho scritto il film per loro e le scene sono tutte quelle che ho visto o sentito e perciò ho potuto inserire dei dettagli reali dentro la storia”.

“Non avevo intenzione di fare un’analisi sociologica – precisa – né di dare un messaggio morale o politico, ma raccontare la forza della comunità che è anche un limite, tra di loro non si tradiscono, esistono la solidarietà e la tradizione, perciò non riescono mai a integrarsi. Gli Amato non si vergognano “di far vedere le loro attività come furti, anzi ne sono orgogliosi, tanto che mi hanno chiesto perché avevo tolto la scena di un furto. Lo vedono come un ‘lavoro’ per sopravvivere, non si considerano ladri. Non sarò mai uno di loro, non sono del posto, però è importante per me poter avvicinare e rispettare questo mondo”.

 

 

La presenza del cavallo (libero e selvaggio) nelle scene oniriche sta a ricordare un passato di solidarietà e tradizione. “Pio sente il peso del suo passato – dice l’autore -, mentre noi ne abbiamo spesso una visione astratta, e volevo far vedere il rapporto viscerale col passato non attraverso un discorso ma inserendo un elemento del presente”.

“Pio è completamente disinteressato al cinema – dice del giovane protagonista, vera rivelazione – tanto che non è nemmeno venuto all’anteprima di Gioia Tauro, ha preferito andare in giro con la sua ragazza, e a Cannes, dopo la presentazione, voleva tornare subito a casa. Per lui è stata una bella esperienza in cui si è pure divertito, ma la sua vita continua”.

Carpignano ammette che la ‘ndrangheta esiste e fa parte della realtà – nel film Pio fa un’azione ai danni di un boss infrangendo un patto reciproco di ‘non interferenza’ -, ma a Gioia Tauro “è molto piccola e non è molto invasiva, c’è ma non la vedi, perché è una sottile presenza non aggressiva. L’ho resa come la vedo. Un episodio del genere era successo nel 2002 e ci sono stati cinque incendi nella Ciambra, perciò gli zingari non si azzardano più a violare il loro territorio”.

La colonna sonora  di Dan Romer (supervisione musiche Joe Rudge) si affida spesso alla musica pop e il regista dichiara: “Amo la pop music, per me è un comune denominare. Non importa in che lingua parli (i rom calabresi parlano in calabrese stretto ndr.), né da dove vieni, quando parte una canzone che tutti conoscono, tutti si trovano istantaneamente sulla stessa lunghezza d’onda, tutti si muovono con lo stesso ritmo. E’ il più potente mezzo per rompere il ghiaccio quando ci si addentra in mondi sconosciuti. Il fatto che Pio ed io amiamo le stesse canzoni spiega molto del nostro rapporto”.

E conclude parlando di sé: “Non sono cresciuto in Italia, ma volevo venire qua, mio nonno era un regista di caroselli e mi ha fatto vedere i film del neorealismo fin da bambino, mi sento più a mio agio qui”.

“A Ciambra” riesce a raccontare in modo rivoluzionario fondendo realtà e finzione con uno stile nuovo e coraggioso, senza retorica né paternalismi, in un romanzo di formazione inedito e commovente, arrivando alle radici di quel mondo a noi sconosciuto, così lontano così vicino.

Carpignano ha lavorato con la sua fedele troupe internazionale: il direttore della fotografia Tim Curtin, il montatore Affonso Gonçalves, lo scenografo Marco Ascanio Viarigi, il curatore del suono Giuseppe Tripodi, la costumista Nicoletta Taranta. Oltre la famiglia Amato, c’è Koudous Seihon (Ayiva), già protagonista di “Mediterranea”, immigrato dal Burkina Faso che, dopo aver lavorato nella coltivazione delle arance, è diventato avvocato per la difesa degli immigrati.

Il film esce nelle sale italiane il 31 agosto in 40/50 copie distribuito da Academy Two e, oltre a essere stato venduto in più di 15 Paesi, è entrato nella selezione dei 51 lungometraggi in gara (gli altri italiani sono “Fortunata”, “Rosso Istanbul” e “Indivisibili”) agli Efa. Anteprima a Roma il 29 agosto alle ore 21.00 al Nuovo Sacher.