Lola Mora, la bella e brava scultrice argentina che conquistò la Roma della Belle Epoque

La scultrice Lola Mora ovvero un’argentina a Roma. La prima e più famosa artista argentina è infatti vissuta nella capitale italiana proprio durante la Belle Epoque studiando con i maestri degli inizi del Novecento, ideando e realizzando i suoi progetti, conquistando fama e successo.

Nella sua splendida residenza di via Dogali, da lei stessa progettata e fatta costruire in perfetto stile Liberty, ricevette artisti e personaggi celebri, dal suo maestro Giulio Monteverde a Gabriele D’Annunzio, da Guglielmo Marconi a Mario Rutelli, che da lei (o con lei) trasse ispirazione per la famosa fontana delle Naiadi di Piazza dell’Esedra. Una donna fuori dalla regole dell’epoca che ha conosciuto anche Eleonora Duse e Grazia Deledda e, ovviamente, è stata vittima di critiche e pregiudizi.

Persino le regine Elena e Margherita sono state illustri ospiti del suo atelier romano, un’abitazione che anni dopo divenne residenza della famosa cantante Lina Cavalieri. E proprio quel villino in via Dogali, oggi via Romagna, fa ancora bella mostra di sé e del suo importante valore artistico e storico, come sede romana di  Banca Marche.

Dolores Candelaria Mora Vega de Hernández o Dolores Mora Vega, più conosciuta col nome d’arte Lola Mora, era nata a El Tala (Provincia di Salta), il 17 novembre 1866 dall’allevatore Romualdo Alejandro Mora, tucumano, e da Regina Vega – originaria proprio di quella cittadina -, terza di sette figli (tre maschi e quattro femmine). Nel 1870, quando aveva quattro anni, la sua famiglia si trasferì nel capoluogo San Miguel de Tucumàn. All’età di sette anni iniziò gli studi nell’esclusivo Collegio Sarmiento (il primo maestro, fondatore della scuola laica argentina, e Presidente) ottenendo ottimi voti in quasi tutte le materie.

A vent’anni iniziò gli studi in Belle Arti a Tucumàn col pittore italiano Santiago Falcucci (1856-1922), nato a Chieti, che le impartì lezioni private, e le suggerì più tardi di recarsi a Roma. Infatti, dopo aver partecipato per la prima volta – sempre su segnalazione di Falcucci – ad una esposizione di miniature organizzata per beneficenza e visto l’inaspettato successo, Mora decide di preparare una galleria di ritratti dei governatori di Tucumàn, con la quale viene notata dagli uomini di potere non solo per la sua bellezza. Lola vendette tutti i 21 ritratti e ottenne successivamente la Borsa di Studio per l’Europa. Proseguì poi la sua formazione artistica a Roma, dove ebbe come insegnante principale Monteverde.

Nella capitale italiana nel 1897, incontra – sempre su suggerimento di Falcucci – il pittore Francesco Paolo Michetti, al centro di un gruppo di abruzzesi molto potenti nel mondo artistico, tra cui lo scultore Costantino Barbella, D’Annunzio e il musicista Paolo Tosti. E proprio Barbella le fece capire che non la pittura, ma la scultura era la sua vera strada e la portò nello studio di Monteverde, il quale aveva scolpito la statua di Giuseppe Mazzini, inaugurata nel 1878 a Buenos Aires in Piazza Roma, e che naturalmente conosceva l’Argentina.

L’anno dopo, il Congresso decise di togliere a Mora la sovvenzione perché la crisi economica era diventata gravissima, ma fu sostenuta dagli amici di Roma e dalla colonia spagnola, soprattutto catalana, visto che la famiglia Mora era originaria della Catalogna. Spinta dalle ristrettezze economiche, la scultrice incrementa la sua creatività e la sua intraprendenza per cercare di vendere le sue opere, e così nel 1899, grazie all’ambasciatore Enrique B. Moreno, che scrisse una lettera al Presidente Julio Roca, ottenne il raddoppiamento della borsa per un altro anno, anche perché l’Argentina non aveva allora scultori nazionali e il governo doveva rivolgersi esclusivamente all’estero.

La sua opera più celebre, la Fontana delle Nereidi, è stata ideata e realizzata a Roma nell’atelier di Giulio Monteverde. “Lola Mora – scrive Neria De Giovanni nel volume a lei dedicato – imparò a lavorare come lo scultore, con la sua stessa tecnica. Prima faceva un bozzetto in argilla, poi in un secondo momento, quando l’artista aveva ben chiaro il suo progetto, ne trasferiva le forme in un calco di gesso e soltanto nella terza fase c’era l’esecuzione in marmo degli operai specializzati. L’artista interveniva infine con ritocchi e scalpellate sul marmo già sbozzato. Questi operai erano completamente assenti in Argentina, pertanto per Lola Mora sarebbe stato impossibile realizzare in Patria le sue opere in marmo utilizzando questa tecnica”.

“Ma suscitò – prosegue – molti sospetti; i malevoli pensarono che lei non fosse capace di scolpire o peggio non ne avesse la forza fisica in quanto donna. Tutte accuse che neppure sfioravano, invece, lo scultore Giulio Monteverde”.

A Buenos Aires la commissione della sua fontana suscitò molte proteste non solo per il costo – assolutamente in marmo di Carrara -, ma soprattutto perché le forme femminili così procaci ed erotiche fossero scolpite per volontà e bravura proprio da una donna. Comunque, il sostegno arriva addirittura dal Presidente Roca e dal vecchio ambasciatore Mitre, e il Consiglio Municipale dà l’approvazione per l’incarico e il relativo finanziamento dell’opera.

La ‘Fontana dello scandalo’, destinata alla Plaza de Mayo, vide l’opposizione della Chiesa perché sarebbe stata collocata, non solo di fronte alla Casa Rosada, ma davanti alla Cattedrale. Infatti, la presenza di nudi femminili che emergono dalle acque venne accusata di ‘oscenità e libidine’, tanto che l’inaugurazione si tenne infine nel Paseo Colon, però nel 1918 il comune di Buenos Aires fece smontare e rimontare la Fontana delle Nereide nell’Avenida Costanera Sud, dove si trova ancora oggi, lontana dal centro storico.

 

Il movimento anarchico femminista in Argentina la considera allora un simbolo della donna emancipata ed i nazionalisti sperano in lei per rompere i monopolio degli artisti stranieri chiamati nella capitale argentina. Lo stesso D’Annunzio, vedendone il bozzetto, disse che l’opera era stata “creata con gioia” e paragonò la Fonte al monumento al Presidente Sarmiento di Auguste Rodin (ne realizzò anche una delle ‘versioni monumentali’ del Pensatore, collocata davanti al Parlamento), inaugurato da poco a Buenos Aires.

Il suo stile sviluppato tra l’accademismo di ispirazione rinascimentale e una sorta di ‘brutalismo’ ante litteram, l’accomunano appunto a Rodin nella crudezza voluta di una realtà che diventa arte. Bella e intraprendente, geniale e indipendente, coraggiosa e anticonformista, di ritorno definitivo a Buenos Aires, Lola sposò a 42 anni (ma ne dichiarava 32) un uomo che aveva poco più della metà dei suoi anni (27), Luis Hernández Otero, che lasciò un quinquennio dopo. La cerimonia civile si svolse il 22 giugno 1909 e la cerimonia religiosa il giorno successivo presso la Basilica di Nuestra Señora del Socorro.

Ospitata da una sua nipote e dopo due ictus, morì a Buenos Aires il 7 giugno 1936 – senza un soldo, non senza aver tentato altri progetti tra cui un sistema cinematografico per proiettare le pellicole con la luce; un tunnel sottofluviale; un Teatro Romano nel Balneario Municipale e persino la ricerca di petrolio a Salta -, lasciando le sue importanti opere disseminate tra la capitale e le province del nordovest argentino (Salta, San Juan, Jujuy e Tucumàn), scolpendo uomini di potere ed eroi, allegorie e miti, tra cui oltre a statue e busti di uomini politici e di potere, anche il gruppo scultoreo per il Monumento Nazionale alla Bandiera Argentina, a Rosario (Santa Fe), le allegorie di Libertà, Giustizia, Progresso e Pace, nelle vicinanze della casa di governo della città di Jujuy.

Nel 2010, l’italiana Neria De Giovanni – Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, con sede a Parigi, direttrice del periodico culturale Salpare e della casa editrice Nemapress – le ha dedicato, appunto, un  volume ‘autobiografico’ dal titolo “Lola Mora l’Argentina di Roma” (Edizioni Nemapress, 94 pp. 15 euro). Il ricco e interessante libro è stata presentato il 17 marzo 2017 alla Casa Argentina di Roma, nell’ambito del programma culturale “Mujeres”, a cui hanno partecipato l’attrice Prudencia Molero che ha recitato dei brani del libro, e l’addetta culturale dell’Ambasciata Argentina in Italia, Irma Rizzutti, che ha cantato un famoso tema.

Nel 1996 è stato realizzato in Argentina il biopic “Lola Mora” (The Life Story of the Sculptress Lola Mora) di Javier Torre con Leonor Benedetto protagonista. Nel 1999 il documentario di ricerca biografica “La otra Lola Mora” (L’altra Lola Mora) di Alejandro Arroz. Il cortometraggio (24’) fa parte della serie di documentari “Tierra firme”.

In memoria dell’artista, il Congreso de la Naciòn Argentina, istituì nel 1998 il Giorno Nazionale dello Scultore e delle Arti Plastiche il 17 novembre, data della sua nascita. La commissione interprovinciale di Omaggio Permanente a Lola Mora, scoprì – il 17 novembre 1996 – la pietra base del suo monumento nei giardini che portano il suo nome nel Parco San Martìn della città di Salta. Dal 1995, sempre dal 17 al 23 novembre, viene organizzata ogni anno parallelamente a El Tala e la città di Salta, la Settimana delle Arti, dedicata a tutte le discipline artistiche di tutte le regioni, sotto il titolo Festival Nacional de las Artes ‘Lola Mora’ (Lola Mora Festival).

Il Premio Lola Mora è stato istituito nel 1999 dalla Direzione Generale della Donna della Città Autonoma di Buenos Aires, ed è un riconoscimento per coloro che, nei diversi media, offrano un’immagine positiva della donna che rompa gli stereotipi di genere, diffonda l’uguaglianza di opportunità e di diritti delle donne. E’ stato assegnato per la prima volta nel 2000.

“No pretendo scendere sul terreno della polemica – diceva la scultrice a proposito delle critiche alla sua opera -, nemmeno tento di discutere con quel nemico invisibile qual è la maldicenza. Però mi dispiace enormemente che nell’animo di certa gente, l’impurità e la sensualità abbiano preso il sopravvento sul piacere estetico di contemplare un nudo umano, l’architettura più meravigliosa che Dio abbia potuto creare”.

“E l’arte è la risposta dell’uomo alla natura e il suo superamento – continua -, ma c’è un’educazione estetica come c’è un’educazione morale e altra religiosa. Gli esseri umani non raggiungono nessuna di queste forme di educazione sennò attraverso una sensibilità sopraffina e una disciplinata attenzione. Ognuno vede in un’opera d’arte quello che precedentemente c’è nel suo spirito; l’angelo e il demonio stanno sempre combattendo nello sguardo dell’uomo”. (fonte Wikipedia in spagnolo).

Le opere della celebre artista non sono immuni dai consueti atti di vandalismo del fine settimana – come del resto presenti anche da noi – non ultima la Fontana di Avenida Alem 1253, di cui nel 2012 sono state spezzate le braccia delle ninfe che riaffiorano dai boccioli laterali, segno che non basta il fatto che siano protette dalle sbarre di ferro.