Un cannibale, ciambella di salvataggio estiva

  Classica situazione estiva: casa al mare, saggi e romanzo portati dietro fiducioso che bastino e invece, complice la lettura veloce e frettolosa cui ci abituano pigrizia e mestiere, ci si ritrova il giorno prima della partenza senza più un libro da leggere. Sensazione di soffocamento e nessuna  voglia di compensare con quotidiani e riviste, perché l’astinenza da stampa periodica va osservata rigorosamente. Nello scaffale della casa estiva occhieggia da tempo una copia di ‘Come Dio comanda’ (Mondadori). Una scorsa in quarta consente di sapere che ha vinto lo Strega e il nome dell’autore, Niccolò Ammaniti, è una garanzia di minima leggibilità, quindi azzardo e porto la copia in spiaggia.

  Una folgorazione. Venivo da un altro romanzo, ‘Ogni spazio felice’ di Antonio Schiavone (Guanda), di tema in qualche modo analogo: vite dimesse, marginali, condotte in una periferia metropolitana da due coniugi segnati dalla morte del figlio, lei vittima di dipendenza da alcool. Discreto, ma segnato da troppe digressioni immaginarie che sanno un po’ di scusa per allungare il brodo, nonché infarcito di parecchie espressioni verbali poco credibili (uno tra i vizi più diffusi nella narrativa italiana contemporanea).

  Con Ammaniti il passo cambia, e anche il paesaggio. Ci trasferiamo in una riconoscibilissima, quasi scontata, provincia settentrionale, con i suoi stridenti contrasti tra ricca borghesia imprenditoriale e dropout, immigrati ma anche italiani, questi ultimi ancora più sfigati perché vivono la loro povertà non come il trampolino di un riscatto ma come il segno di un declino irreversibile, per quanto i loro deliri tossici e psichici possano temporaneamente illuderli con il miraggio di un futuro diverso. Quello, per esempio, che i tre protagonisti immaginano di affidare alla rapina in un bancomat, che si consumerà con conseguenze tragiche e in parte imprevedibili in una notte buia e, letteralmente, tempestosa. Non a caso Rino alleva il figlio secondo un’esplicita pedagogia della “cattiveria”, fatta di esortazioni ad ammazzare il lamentoso cane dei vicini (la scena di apertura), della consueta iconografia di celtiche e svastiche che però non gli impedisce di rimorchiare ai rave dei centri sociali, di allenamenti alla rissa senza timore di battersi con avversari più corpulenti e allenati. Nel rapporto con Cristiano però il “nazista buono” recupera momenti di insperata tenerezza e ragionevolezza, un amore vero e profondamente ricambiato dal ragazzo che – nel molto relativamente lieto fine – consentirà il recupero di almeno due delle anime dannate della storia.

  Alla fine del romanzo restano sul campo tre vittime: l’orco suicida, una ragazzina stuprata e il rapinatore ormai solitario, che schiantandosi con l’auto dove non gli era riuscito di salvare la figlia neonata smaltisce il rancore che aveva covato verso se stesso. Anche in ‘Come Dio comanda’ troviamo quindi bimbi morti e alcol, con relative dosi di canne, sigarette, junk food e qualunque altra porcheria sia disponibile a buon mercato. Divoro le circa 500 pagine in una giornata provando, per più della metà del libro, il piacere antico di leggere riga per riga, senza saltare né correre. Mi piacciono l’ambientazione, i personaggi, la location, il plot costruito con le ottiche soggettive dei vari protagonisti intrecciate tra loro.

  Poi insorge un po’ di insofferenza per qualche sbavatura, alcuni parlati veramente troppo convenzionali, il cedimento ad alcuni escamotage per nulla credibili, quali il trasporto di due corpi adulti affidati a un adolescente, le chiavi ritrovate in un fiume a distanza di anni o l’assistente sociale represso e affetto da eiaculazione precoce, che trova l’intesa sessuale e affettiva con la moglie del catechista in un camper sventrato. Ma è soprattutto l’accelerazione del vortice narrativo a stancare, il ritmo sempre più serrato delle voci crea paradossalmente un anti-climax, come nelle cassette porno che Quattro Formaggi consuma con continue visioni, gelandosi la mano nell’acqua ghiacciata prima di masturbarsi. Viene sempre da domandarsi come mai, anche ai piani alti dell’editoria, manchi quel severo lavoro di editing – una passata di carta assorbente, qualche equivalenza espressiva – che consentirebbe di migliorare i libri con minimo sforzo.

  Di Ammaniti (uno dei “cannibali” più famosi, per chi ha l’anagrafe sufficiente a ricordarli), avevo letto ‘Io non ho paura’, che però mi era sembrato un raccontino facile. Né mi aveva impressionato il film. Non ho invece visto la pellicola che Gabriele Salvatores ha ricavato da ‘Come Dio comanda’, ma mi riprometto di farlo, perché mi piace il regista e soprattutto perché il libro ha un impianto evidentemente, quasi sfrontatamente cinematografico. Del resto l’autore ha percorso tutta la sua carriera a metà tra letteratura e cinema.
Lorenzo Stella