Adieu ma cherie Jeanne Moreau. Una vera icona del cinema mondiale

Addio all’icona del cinema francese, anzi della ‘nouvelle vague’ e del cinema mondiale, la bella e inimitabile Jeanne Moreau. Una leggenda del grande schermo internazionale lanciata come protagonista da Louis Malle in “Ascensore per il patibolo” (1958) e consacrata nel successivo “Gli amanti”, come la più sensuale e trasgressiva interprete del cinema d’oltralpe. Un film che allora (1959) fece ‘scandalo’ soprattutto all’estero, dove in alcuni paesi è stato addirittura vietato ai minori di 21 anni (allora considerata la vera e propria maggior età).

Nata il 23 gennaio 1928 e morta il 31 luglio 2017, a Parigi dove visse sempre, Jean Moreau inizia la su carriera sul grande schermo nel dopoguerra, precisamente nel 1949, con “Dernier Amour” di Jean Stelli, accanto ad Annabella e Georges Marchal, per arrivare pian piano a ruoli da protagonista nel celeberrimo “Grisbì” di Jacques Becker e dopo in “La regina Margot”  – ruolo che nel ‘94 interpreterà Isabelle Adjani – di Jean Dréville, entrambi del 1954. Dopo il fortunato sodalizio con Malle – è stato suo compagno nella vita per qualche anno -, Moreau incontra François Truffaut che, dopo un cameo ne “I quattrocento colpi”, la vuole in “Jules et Jim” (1962), trasformandola in mito vivente, e quindi, successivamente, le affida un altro ruolo indimenticabile nel suo primo thriller hitchcockiano “La sposa in nero”, tratto dal romanzo Cornell Woolrich (1968).

Ma nel frattempo aveva già lavorato e lavorerà dopo con celebri registi e autori, da Peter Brook (“Moderato Cantabile”, accanto a Belmondo, 1960) a Orson Welles (“Il processo”, 1962; “Fallstaff”, 1965, e “Storia immortale”, 1968); da Luis Bunuel (“Diario di una cameriera”, 1964) a Joseph Losey (“Eva”, 1962); da Michelangelo Antonioni (“La notte, 1961) a Tony Richardson (“E il diavolo ha riso”, ovvero “Mademoiselle” 1966, e “Il marinaio di Gibilterra”, 1967); da John  Frankenheimer (“Il treno”, 1964) a Elia Kazan (“Gli ultimi fuochi”, 1976).

E poi ancora con Malle (“Il fuoco fatuo” e “Viva Maria!, 1965, a fianco di Brigitte Bardot), Pierre Granier-Deferre (“L’arrivista”, accanto ad Alain Delon, 1972), Rainer Werner Fassbinder (“Querelle”, 1982), ancora Losey (“Mr. Klein”, 1976, e “La trota”, 1982); e pian piano col passar degli anni ha ottenuto partecipazioni speciali in film di Luc Besson (“Nikita”, 1990); Wim Wenders (“Fino alla fine del mondo”, 1991, e “Al di là delle nuvole”, co-regia di Antonioni, 1995); Theo Angelopoulos (“Il passo sospeso della cicogna”, 1991); Peter Handke (”L’absence”, 1992), fino ad “A Lady in Paris” di Ilmar Raag, e “Gebo et l’ombre” dell’ultracentenario Manoel de Oliveira, entrambi nel 2012.

Però parallelamente la Moreau ha sempre avuto una permanenza sul palcoscenico, tanto da essere considerata già negli anni Sessanta ‘una delle più grandi attrici della sua generazione nella Comédie Française’, così come negli ultimi trent’anni una massiccia presenza sul piccolo schermo. Nella sua lunga carriera (ben 145 film) ha interpretato diversi personaggi storici e, dopo, la Marguerite de Valois per “La regina Margot”, è stata – tra altre – “Mata-Hari, agente segreto H21” per Jean-Pierre Richard (1964) e Caterina di Russia nella commedia “Caterina sei grande” di Gordon Flemyng (1968), accanto a Peter O’Toole, mentre nella versione televisiva del ’96, con Catherine Zeta-Jones, sarà invece Elizabeth.

La sua ultima apparizione sul grande schermo risale al 2015 in “Le talent de mes amis” di Alex Lutz, e nella serie tivù “Le tourbillon de Jeanne (2013). Un’attrice immensa, una donna speciale, una bellezza unica che ha rappresentato tutte le donne, fra tenerezza e ribellione, amore e odio, gentilezza e perfidia, sempre magnificamente, perché il suoi personaggi erano sempre credibili e umanamente (im) perfetti.

Un’immensa galleria di personaggi femminili a cui ha donato anima e cuore, e una ricchezza di sfaccettature, sentimenti e passioni, regalando allo spettatore emozioni, lacrime e sorrisi. Un’attrice completa colta e popolare al tempo stesso, difficile da dimenticare anche per chi l’aveva vista soltanto una sola volta. Anche perché i suoi occhi ipnotizzavano, la sue labbra conquistavano.

Non a caso Welles l’aveva definita “la più grande attrice del mondo”, ed è stata la sola a presiedere per due volte la Giuria del Festival di Cannes nel 1975 e 1995. E nonostante il suo grande talento ha vinto soltanto 22 premi nazionali e internazionali e ha avuto 9 nomination, tra cui i tardivi riconoscimenti alla carriera a Cannes (2003), Venezia (1992), Berlino e San Sebastian (1997), tra gli altri, e un César onorario nel 2008.

Nella sua lunga e brillante carriera ha scritto, diretto e interpretato un unico film: “Scene di un’amicizia fra donne”, in cui aveva messo in scena tutta la sua esperienza sul set.