Il mistero delle antiche rotte

IL MISTERO DELLE ANTICHE ROTTE

di

ELENA TORRE

 

     Un serpente alato marchiato a fuoco sulle schiene di due gemelli, fratello e sorella, emblema di un casato che vanta la purezza della razza ariana. Il segno è indelebile; anche se rimosso da un intervento chirurgico, risorge allorché il destino dei fratelli si mette in moto, s’infiamma e brucia se avverte la presenza di colui che lo ha stampato sui loro corpi e appare nelle visioni della sorella minore che non lo porta impresso sulla pelle, ma nel profondo dell’eredità genetica.

  Il serpente, simbolo ctonio sacro alla grande dea, sembra che alle origini fosse la dea stessa. In epoche posteriori si aggiunsero le ali, forse incrocio sincretico tra il serpente e l’uccello, alato messaggero tra il mondo uranico e quello ctonio. Esistono immagini di Iside che la raffigurano con corpo di cobra, grandi ali e testa di donna.

  Iside è la grande dea dispensatrice di vita, guaritrice e maga e Osiride, suo fratello- amante-sposo, il dio della vegetazione, dell’agricoltura, della fertilità della terra, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth. Il sacrificio del dio echeggia il cruento rito proprio delle società agricole primitive, nel corso del quale s’immolava una vittima umana e il suo corpo smembrato si sotterrava nei campi. Pier Paolo Pasolini ricostruisce, nel suo film “Medea”, la raccapricciante cerimonia che avrebbe dovuto assicurare il buon esito del raccolto e allontanare lo spettro della carestia e della fame. 

  Sulla riva del Nilo il rito arcaico diventa mito e Iside, la guaritrice, assistita dalla sorella Neftis, ricongiungerà le membra disperse di Osiride e lo riporterà in vita.

  Su questo mito, che conosce bene e le cui tracce va lasciando lungo il racconto, dai piccoli indizi che stuzzicano l’immaginazione del lettore attento e che via via diventano più evidenti fino all’aperto richiamo quando la storia si avvia verso le concitate sequenze finali, Elena Torre costruisce il suo complesso e ben organizzato thriller.

  Un gruppo di amici, tra cui l’antropologa francese Michelle Valmont, il rinomato archeologo John Cartridge e il suo giovane collega Alessandro Bertolucci, si danno appuntamento a Viareggio per salire sulla barca che li porterà in crociera sul Mediterraneo.

  Prima della partenza i tre ricercatori si recano a visitare un cantiere archeologico pisano, invitati dal professore che dirige gli scavi. Nel sito si lavora da anni per riportare alla luce alcuni relitti di navi appartenenti alla Roma imperiale, nella stiva di una di queste è stato trovato qualcosa di straordinario: una nave interamente d’oro databile intorno al 50 a.C. Agli occhi dei tre esperti, la nave appare subito come di fattura egiziana e destinata al culto di Iside, ma prudentemente tacciono il loro parere. Entusiasmati dall’eccezionale scoperta, accettano la proposta del direttore di assisterlo nella ricerca volta a stabilire con certezza la data del reperto e, soprattutto, la sua esatta destinazione.

  La crociera è rimandata e i tre s’immergono nel lavoro ottenendo delle interessanti rivelazioni. Arrivati a un certo punto, degli atteggiamenti alquanto ambigui del direttore sommati al precipitoso allestimento, in un museo del Cairo, di una mostra dove i reperti saranno esposti, fanno nascere negli studiosi il sospetto che ci sia qualcosa di poco chiaro dietro all’innocente richiesta di consulenza. Il dubbio lungi dal fermarli, li sprona a impegnarsi ulteriormente nella ricerca, ormai non soltanto per stabilire l’uso rituale della nave e degli altri reperti che l’accompagnavano, ma per svelare i veri scopi nascosti di tutta l’operazione che, per essere raggiunti, sembra abbiano bisogno delle riconferme che solo loro possono dare.

  I fili del racconto scorrono tra Parigi, Viareggio, Ginevra, Pisa, Roma, Il Cairo e Città del Capo e si annodano attorno alla vicenda di Eleonore e Derek, i gemelli legati da un tenero amore incestuoso, minacciati dai folli propositi di un padre possessore di misteriose facoltà medianiche, miliardario e gran maestro di una setta  dedita al ripristino dei culti dell’antico Egitto.

  Il romanzo si muove sul campo del soprannaturale, dell’esoterismo, della fantasia, tuttavia, l’autrice ci offre la possibilità di riflettere su alcune tematiche che sono, o potrebbero diventare, molto concrete: la manipolazione genetica tesa a costruire un’umanità perfetta, i segni di appartenenza -in questo caso a una famiglia, ma che possono estendersi ad altri consorzi umani, a un partito politico, a un’etnia o a un’intera nazione- che s’infiammano e bruciano alla presenza del comune pericolo reale o immaginario, e poi il male che si fonde con la follia, con il delirio di onnipotenza e la brama di dominio, ma anche l’amore nelle diverse espressioni, senza escludere quelle vietate da un tabù e l’amicizia.

  Romanzo corale che cattura con il suo intreccio, con il piacere di raccontare una storia, senza sentire il bisogno di mantenere vivo l’interesse con grandi colpi di scena, che peraltro non mancano, e che sa guidare il lettore con ritmo sicuro verso il possibile ma non scontato epilogo, mantenendo alta la tensione che mai decade.

  I personaggi sono ben delineati. La scrittura fluente, con passaggi di divertente leggerezza, raggiunge i momenti più felici nelle disarmate confessioni, dolorose e tenere, contenute nelle lettere scritte da un personaggio.

 Thriller tutto godibile anche per chi non è un appassionato del genere.

Gladis Alicia Pereyra

 

Elena Torre
“Il mistero delle antiche rotte”
Cairo Editore
330 pagine
16,00 euro