Cane mangia cane

A settant’anni Paul Schrader, sceneggiatore di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” – tra gli altri – e regista, da “American Gigolo” ad “Affliction”, affronta in “Cane mangia cane” una storia – non proprio originale, sceneggiata da Matthew Wilder – firmata dall’ex galeotto e già residente di San Quintino Eddie Bunker, diventato scrittore in carcere e amato da Quentin Tarantino, tanto da avergli dato il ruolo di Mr. Blue in “Reservoir Dogs” – uscito una prima volta in Italia col titolo “Cani da rapina” per Cecchi Gori, ma diventato cult nell’uscita successiva come “Le iene”.

Tre criminali da strapazzo, appena usciti di galera, progettano l’ultimo grande colpo della loro sfortunata esistenza, per finirla forse in modo ‘normale’, magari ritirandosi alle Hawaii. Troy (Nicolas Cage), mente e stratega del terzetto, ambisce ad una vita semplice e onesta, forse la redenzione; Diesel (Christopher Matthew Cook, una rivelazione), non più così attratto dalla monotona vita provinciale con moglie apprensiva e petulante; e l’imprevedibile Mad Dog (Willem Dafoe, voluta ed efficacemente sopra le righe), fragile (psicologicamente) e feroce (assassino), fra raptus sanguinari e lacrime da coccodrillo. Troy trascina i vecchi compagni in una missione rischiosa ma con la possibilità di un grosso guadagno: il rapimento di un bambino per conto di un potente boss della droga d’origini greche (lo stesso Schrader, dichiara di aver proposto il ruolo ad attori e colleghi, da Walken a Scorsese e lo stesso Tarantino).

Però, come di consueto, non tutto andrà secondo i loro piani, anzi, i tre rapitori, tra malintesi ed errori, vengono coinvolti in una serie di sparatorie, inganni e inseguimenti, che preannunciano una brutta fine. Infatti, i tre malviventi si ritrovano alle prese con un mondo che non è più il loro, sono come pesci fuor d’acqua, incapaci di agire nella realtà che li circonda.

Se Schrader non è Tarantino, “Dog Eat Dog” (titolo originale) – presentato in chiusura della Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes 2016 – è un film per certi versi strano, anzi insolito, nonostante le atmosfere siano più anni Settanta che Novanta (il libro uscì nel 1999), tra squallore e pessimismo, fumetto e hard boiled, malinconia e grottesco, humour nero e anarchia (di forma e contenuti).

Tanto che ricorda i suoi film da regista (da “Hardcore” a “Lo spacciatore”), non solo attraverso i riferimenti cultural-calvinisti (i genitori gli avevano vietato di vedere film fino ai 18 anni) sul sesso, sul complesso di colpa, il perdono (ma anche la vendetta) e la voglia di redenzione. Inoltre, il regista usa colori (passa dai toni pastello al bianco e nero) e formati (schermo panoramico tipo cinemascope), che il cinema odierno non usa più o quasi, così come riprese che ricordano il cosiddetto cinema ‘psichedelico’ o il poliziesco di una volta. E l’azione quando c’è non è mai esasperata.

Non a caso il film si apre con una discussione in tivù sul (libero) porto d’armi, seguita da un massacro in una stanza rosa confetto (l’obesa amante e la figlia adolescente da parte di Mad Dog), e si chiude con un discorso sulla giustizia, in seguito a omicidi gratuiti da parte della polizia, in cui –in una sorta di sogno (post mortem?) – viene rievocato il mitico Bogart, idolo del criminale Troy/Cage. “Tutto quello che volevo era quello che vogliono tutti”, conclude, forse per ricordarci che siamo tutti in bilico tra Bene e Male, quindi la giustizia non è uguale per tutti, anche se lo desideriamo.

Nel cast anche Omar J. Dorsey (Moon Man), Louisa Krause (Zoe), Melissa Bolona (Lina), Reynaldo Gallegos (Chepe), Chelcie Lynn (Sheila), Ali Wasdovich (Melissa) e Louis Perez (Brennan).

Nelle sale italiane dal 13 luglio distribuito da Minerva Pictures