Buon compleanno Rosanna

  Aveva srotolato la pellicola trasparente per alimenti e, mentre la tagliava sull’orlo dentato della confezione, aveva provato una sorta di benessere, quasi di gioia. Il possedere di nuovo la pellicola che da giorni dimenticava di comprare e poterci avvolgere la carne da mettere nel freezer le aveva procurato quella sensazione, mai provata prima mentre avvolgeva un petto di pollo nella plastica trasparente. La bislacca sensazione l’aveva lasciata alquanto sorpresa e, cercando di darle una spiegazione, si era detta che il gesto consueto, sempre compiuto senza pensarci e per qualche giorno sospeso, col rinnovarsi le dava un rassicurante senso di continuità. Non aveva potuto evitare di domandarsi se quelle fossero le vere gioie della vita e per quanto tempo ancora avrebbe avvolto petti di pollo in pellicole trasparenti e allora il senso di benessere e di continuità rinnovata si era tramutato in paura, quasi sgomento. E non perché avesse pensato che la morte potesse venire a interrompere il suo rapporto con la pellicola trasparente e i petti di pollo; se avesse pensato questo, la decisione l’avrebbe presa quello stesso giorno. L’episodio era accaduto prima dell’estate e se ne era completamente dimenticata e ora, chissà perché, si presentava alla memoria mentre finiva di sistemare le lasagne nella teglia.

  Sopra il bel tavolo di legno, messo in un angolo della cucina, il cellulare si mise a squillare. Guardò il nome sul display e rispose subito. Tanti auguri a te! Tanti auguri a te! La voce un po’ roca, sensuale di Elena, intonando la canzoncina, le provocò un colpo di gioia che non aveva bisogno di essere spiegato. Grazie!-  Elena rideva. -Hai aperto la posta?-  -Non ancora, sto preparando per questa sera-. -Quanta gente hai invitato?-  -Nessuno, solo noi tre… Mi mancherai, oggi vorrei tanto averti con me, con noi-  -Domani o dopo domani festeggeremo noi due con una cenetta a lume di candela in qualche ristorantino, ti va?- -Certo!-  -Bene, dopo ci mettiamo d’accordo. Ora va a vedere la posta, c’è qualcosa per te-. 

  Il qualcosa era una mail in cui Elena aveva scritto: Buon compleanno Rosanna! Se vuoi avere il mio regalo clicca qui. Rosanna cliccò incuriosita e comparve, facendo da sfondo al suo nome sulla home page di un sito, uno dei migliori acquarelli che aveva dipinto. Il cuore cominciò a pulsare in fretta. Su un angolo, in alto, c’erano tre bandierine: italiana, inglese e francese, cliccò sull’italiana, la mano le tremava leggermente; nella nuova pagina trovò una foto che le aveva scattata Elena al rientro dalle vacanze estive e la sua biografia. Su un banner si susseguivano, lentamente, immagini di altri acquarelli suoi; cliccò su uno, a caso, e si aprì una finestra con la foto ingrandita dell’acquarello scelto e sotto tutte le informazioni che lo riguardavano, compreso il prezzo, in calce c’era un pulsante azzurro con la parola acquista. 

  -E’ pazza, è pazza- ripeteva senza osare andare avanti. L’agitazione le impediva di capire fino in fondo il senso di ciò che il monitor del computer le mostrava. Ritornò alla pagina precedente e si mise a leggere la biografia. Era la sua biografia ma scritta lì, sulla pagina di un sito, le sembrava fosse di qualcun altro. Cominciava dicendo che era nata a Roma, di madre siciliana e padre lombardo, che ottenuta la maturità al liceo artistico con il massimo dei voti si era iscritta all’Accademia di Belle Arti di Roma, in seguito si era trasferita a Parigi per finire i suoi studi all’Ecole National Supèrieure de Beaux Arts. Si parlava dei suoi numerosi viaggi all’estero, nel corso dei quali era entrata in contatto con i massimi esponenti della pittura contemporanea. Per motivi personali, così era scritto, aveva rinunciato a far conoscere al grande pubblico la sua opera che riservava a pochi, sceltissimi, fortunati. Quei misteriosi motivi personali, sembrava fossero stati superati e Rosanna Arfenoni aveva deciso di permettere ai più di ammirare e acquistare i suoi lavori. La firma era di Elena.

  Rosanna non riusciva a capire ciò che provava. In quella biografia c’era una sfilza di bugie. Oltre alla città natale, alla provenienza dei suoi genitori e alla maturità al liceo artistico, non c’era una sola verità. Quella biografia era il fedele racconto di ciò che avrebbe voluto essere, erano i suoi sogni di giovinezza che diventavano reale vissuto per chiunque avesse letto quelle righe. Elena le regalava per il suo sessantesimo compleanno una sorta di avatar che aveva vissuto la vita che lei aveva desiderato, senza mai avere il coraggio di tradurla in realtà.

  Scoppiò a piangere. Fu un nubifragio estivo, violento e breve e una volta superato si sentì più calma e quasi felice. C’erano anche altre verità in quella biografia: le sue opere. Le sue opere erano vere, le aveva realizzate lei, e stavano lì, per la prima volta esposte al giudizio di chi volesse guardarle. Quello che si era rifiutata di realizzare per quasi quarant’anni, Elena lo aveva fatto per lei. La mostra era virtuale, ma era sempre una mostra. I suoi acquarelli avrebbero potuto persino essere venduti. Non c’era neanche un accenno alla sua vita privata, niente data di nascita, né stato civile. Se non fosse per la foto che mostrava una donna dai capelli grigi, sarebbe stato lecito immaginare che la pittrice fosse una ragazza.

  La parola pittrice le volteggiò nella mente lasciando impronte vertiginose. Non aveva mai impiegato quella parola per definirsi; nella biografia, invece, compariva più volte e anche quell’altra parola: artista. Quei due sostantivi le apparvero come una rivelazione, una specie di segnaletica stradale sorta all’improvviso per indicare una via nuova, una via finora creduta intransitabile che invece si rivelava percorribile.

  Guardò a lungo la sua foto. I corti capelli grigi mossi dal vento e la pelle abbronzata, sorrideva mostrando i denti bianchi e ben allineati. La sua attenzione si concentrò sugli occhi, erano di un grigio chiaro che si abbinava benissimo con il colore dei capelli, erano gli occhi di suo padre e di sua nonna e sorridevano come la bocca ma, a osservarli bene, c’era un che di amaro nella loro apparente luminosità. Sospirò, forse la via nuova era soltanto un miraggio. Spense il pc e tornò in cucina.

   Finì di riempire la teglia con le lasagne e iniziò a preparare la crema al cioccolato; dovette fermarsi spesso per cercar di ricordare le proporzioni degli ingredienti, nonostante avesse fatto quel dolce decine di volte. Le parole della falsa biografia le volteggiavano in testa provocandole una forte agitazione, pensava ai suoi acquarelli tanto elogiati dai pochi che li avevano visti e saputo apprezzare. Elena e Virginia erano convinte che avesse talento, erano le sole a interessarsi veramente alle sue opere, criticavano, consigliavano e applaudivano: erano il suo pubblico, le sue fans, come si definivano. A questi pensieri, gli occhi le si riempivano di luce ma finì per farsi avanti quella punta di amaro che aveva notato nella foto.

  Bruscamente i suoi pensieri mutarono corso e andarono a soffermarsi sulla totale indifferenza che mostravano Carlo, suo marito, e il figlio Giorgio verso quello che chiamavano il suo hobby, il suo passatempo o addirittura i suoi deliri artistici. Era abituata alle frase ironiche, alle canzonature dei suoi uomini, sapeva che non c’era nelle loro intenzioni alcunché di offensivo, semplicemente non prendevano sul serio il suo impegno nel creare quei quadri dai colori evanescenti che poco a poco avevano riempito le pareti dell’appartamento. Soltanto se qualche ospite li lodava e chiedeva chi fosse l’autore, Carlo cambiava atteggiamento e rispondeva gongolante: mia moglie. Lei non dava importanza al loro disinteresse, neanche si curava delle battute pungenti, da qualche tempo aveva rinunciato a desiderare la loro considerazione. Quella mattina, tuttavia, a causa forse dell’agitazione che il regalo di Elena le provocava, quell’indifferenza, quelle battutine, l‘addoloravano, la ferivano e per la prima volta le balenò l’idea che nella scelta di non far conoscere i suoi lavori, l’atteggiamento di marito e figlio aveva pesato.

  Queste considerazioni, sorte così senza preavviso, questo amaro inatteso arrivato da chissà dove, aumentavano la sua confusione. Lasciò attaccare la crema al fondo della pentola e poco mancò perché bruciasse. Si affrettò a ritirarla dal fuoco e la versò nelle coppette che aveva predisposto su un vassoio. E’ venuta troppo densa, pensò, a Giorgio non piacerà. Mise la pentola nel lavandino, aprì il rubinetto e restò a fissare, attraverso la porta finestra, i vasi sul balcone traboccanti di foglie nuove e di fiori. Era maggio e già si parlava di vacanze. Aveva proposto a Carlo di fare un lungo viaggio nell’Europa dell’est. Un itinerario che toccasse Praga, Budapest, Mosca, San Pietroburgo per poi passare il Baltico e arrivare fino ai laghi della Finlandia. Sarebbe stato magnifico, si era offerta persino di sostenere la spesa; in quarant’anni di lavoro aveva accumulato un bel po’ di risparmi ai quali si era aggiunta la liquidazione. Carlo aveva risposto ni e lei non si faceva illusioni: sempre rispondeva così alle proposte che non lo interessavano e arrivato il momento si faceva sempre come voleva lui. Elena aveva suggerito di andarci insieme e a lei non sarebbe dispiaciuto, ma Giorgio gliela avrebbe fatta scontare e, per la pace in famiglia, aveva deciso che era meglio di no.

  L’agitazione aumentava perché in quel ribollente miscuglio di pensieri, intuiva che qualcosa di poco pacifico prendeva forma. Arrivò un messaggio sul cellulare: era di Virginia per farle gli auguri e ricordarle che la casa editrice voleva una risposta. Tutto insieme, pensò e rispose: grazie, dammi ventiquattro ore, fammi passare il compleanno senza pensare a quesiti difficili. Attraverso Virginia le era arrivata la proposta di illustrare alcuni libri per bambini; non aveva mai fatto disegni del genere, ci doveva riflettere ancora. L’idea, però, era allettante, sarebbe stata un’esperienza divertente e non pagavano male, sarebbero stati i primi soldi guadagnati con quello che nella fantasia considerava il suo vero lavoro; l’altro, quello di segretaria di un avvocato famoso che aveva svolto per ben quarant’anni era stato un ripiego.

  Aveva cominciato a lavorare appena ottenuta la maturità; si era illusa di iscriversi all’Accademia, ma il suo stipendio era necessario alla magra economia domestica e si era dovuta accontentare della maturità, anzi doveva ringraziare per essere riuscita a finire il liceo. Doveva ringraziare anche di aver trovato il posto di segretaria del giovane avvocato di buona famiglia, con un brillante avvenire, e quello era stato il suo lavoro, ottimamente pagato, per quarant’anni. Si era sposata con un impiegato del Ministero dell’Agricoltura che aveva fatto carriera e ormai era un dirigente. Era nato Giorgio, avevano comprato l’appartamento e la vita era andata avanti serenamente. Non aveva mai smesso di dipingere acquarelli e di disegnare a matita e a china, la sua ambizione era dipingere grandi quadri a olio, ma per farlo aveva bisogno di un atelier, cosa impensabile.

  L’acqua debordava dalla pentola, chiuse il rubinetto e fece un gesto con la testa come per allontanare un pensiero inopportuno. Rosanna ti devi concentrare sul da fare, si ammonì a voce alta, prese una coppetta e l’agitò lievemente per saggiare la consistenza della crema: è sì, è troppo densa e fredda diventerà dura, constatò distrattamente e pensò che doveva ringraziare Elena. Non la chiamò, non avrebbe saputo che dirle, o meglio le avrebbe detto troppe cose, cose incoerenti; sentiva che se l’avesse chiamata, quella pentola in ebollizione che stava diventando la sua testa sarebbe traboccata e Dio sa come sarebbe andata a finire. Un messaggio, per il momento, doveva bastare. Scrisse: Sei impazzita! Cmq grazie! Quando ci vedremo ne parleremo…a lungo! Tvb.

  Mezz’ora dopo era in una pasticceria a ritirare la torta tipo sacher che aveva ordinato al telefono. Quella torta non le piaceva, la comprava perché piaceva a Carlo e a Giorgio; lei preferiva la mimosa o quella alla frutta. -Ho prenotato una torta sacher per tre persone, ma ho cambiato idea. Potrei prendere al posto della sacher una mimosa?- -Certo, signora, non ci sono problemi- Rosanna restò guardando perplessa la ragazza che andava a prendere dal frigo la torta richiesta, come se quelle parole che ribaltavano una consuetudine monolitica, fossero state pronunciate dalla ragazza e non da lei. Che stava succedendo? Come le era saltato in mente di chiedere quella torta che piaceva solo a lei? Ma ormai non poteva tirarsi indietro senza dare l’impressione di star giocando; ordinò un vassoio di tartine per l’aperitivo, pagò e uscì con i pacchi. La strada era un tripudio di sole, di fiori, di vita che germogliava e lei si trovò in perfetta sintonia con la mattinata di primavera e non si chiese perché repentinamente si sentisse così bene.

  L’ansia e la confusione l’assalirono non appena rientrò; si sarebbe detto che la stessero aspettando. Mise torta e tartine dentro il frigo e allora le sembrò una stupidità ciò che aveva fatto. Carlo e Giorgio sarebbero rimasti senza dolce; altrimenti, però, a restare senza dolce sarebbe stata lei, ma lei era abituata. Se si asteneva dal mangiare qualcosa che non le piaceva ma che aveva preparato per loro, pensavano che avesse paura di ingrassare e la prendevano in giro: alla tua età, dicevano. Loro. Loro avevano sempre cose importanti di cui parlare e la sua opinione non era né richiesta, né ascoltata; lei, però, non ci badava, si alzava e se ne andava in camera a leggere o a dipingere. Aveva il suo mondo e Carlo e Giorgio il loro. Soltanto che lei lasciava sempre le porte aperte per entrambi, ma nel suo mondo nessuno dei due voleva entrare. Le sue ansie, le sue paure e anche le sue gioie, le sue speranze erano sue e basta, erano anche sue, però, le ansie e le paure di figlio e marito, quelle sì erano disposti a dividere con lei.

  Mentre metteva lo champagne in frigo, con le mani che tremavano, avvertì che stava scivolando lungo una china pericolosa. Che mi sta succedendo? Che mi sta succedendo? Che significato hanno questi pensieri? Perché vengono proprio oggi, il giorno del mio compleanno che avrei voluto passare serenamente con le due persone che più amo. Dentro cresceva una sorta di vibrazione e lei sentiva di non essere in grado di fermarla. Una vibrazione capace di generare un’esplosione e allora sarebbe rotolata lungo quella china che la portava non voleva neanche immaginare dove. Le saltò in mente che fosse la vibrazione di una ruspa intenta a scavare nella melma del letto di un fiume che, fino a quel momento, scorreva limpido e sereno e ora era torbido e pieno di gorghi. E, paradossalmente, quest’idea la riempì di eccitazione, si sentì come quando da bambina frugava nel baule abbandonato in soffitta, sperando di trovare chissà quali tesori. Suonò il citofono, era Felicita, la donna peruviana che tre volte a settimana veniva a far le pulizie e a stirare. Il suo arrivo la distolse momentaneamente da quella girandola di pensieri strampalati.

  Pranzò in piedi con pane, formaggio e un bicchiere di vino. Si preparò un caffè e andò a berlo sul balcone. Per alcuni minuti si dedicò a guardare le piante; osservare le piante la rilassava sempre ma, in quella giornata particolare, le piante sortirono l’effetto contrario e Rosanna si ritrovò a ricordare i giorni che seguirono la scoperta della pallina dura nel seno.

  Si domandò, senza trovare risposta, perché la memoria le riportasse quell’episodio che l’aveva tenuta in ansia per molti giorni, finché l’ecografia aveva appurato che si trattava di una piccola ciste sebacea, totalmente innocua. Non aveva detto nulla a Carlo prima di consultare la ginecologa, non voleva creargli una preoccupazione che poteva rivelarsi infondata, ma quando, dopo averla visitata, la ginecologa le aveva prescritto di fare immediatamente un’ecografia, l’apprensione fu tale da impedirle di gestirla da sola. Carlo non aveva manifestato, come lei immaginava, alcun segno di inquietudine nell’apprendere che sua moglie poteva avere un tumore al seno: oh non ti preoccupare, vedrai che non è niente, era stato il suo commento. L’appuntamento con l’ecografista era fissato per un martedì alle undici e Carlo ne era stato informato. Venerdì sera aspettava ancora che le fosse chiesto il risultato dell’ecografia e quando durante la cena, senza attendere la domanda, gli aveva detto che si trattava di una ciste, lui aveva sorriso: visto? Te lo avevo detto che non era nulla. Giorgio aveva voluto sapere di che si trattasse e dopo aver ascoltato e non aver capito bene, era sortito: ma va, sei la solita ipocondriaca!

  Ora aveva la stessa voglia di piangere che aveva avuto allora. Allora, però, la voglia di piangere era di dispiacere, ora di rabbia. Lei era un’ipocondriaca perché si era messa in allarme per una durezza al seno e aveva voluto accertarsi che non fosse nulla! Proprio lui, capace di mettersi a letto e non andare al lavoro perché si era svegliato con il naso otturato! A quel tempo aveva trovato mille giustificazioni per scagionare marito e figlio, ma in quel momento non le trovava più. Così l’aveva ricambiata il suo Giorgio per tutta la comprensione e il sostegno che gli aveva offerto appena qualche mese prima, dopo che Elena gli aveva fatto trovare, fuori dalla porta di casa, tutti i suoi vestiti dentro sacchi della spazzatura. La ruspa aveva trovato qualcos’altro da riportare a galla dal fondo del fiume.

  Quella separazione l’aveva presa completamente di sorpresa. Né Elena né Giorgio avevano mai accennato a un benché minimo attrito tra loro. La causa del disastro era tra le più semplici: Elena aveva scoperto che il marito aveva un’amante e senza dubitare lo aveva messo, letteralmente, alla porta; l’appartamento era suo. Rosanna aveva esitato a crederci, come aveva potuto, dopo neanche quattro anni di matrimonio, tradire una donna come Elena. Elena non era solo bella e piena di fascino, era anche intelligente, colta, spiritosa; tutte qualità che avevano subito conquistato Rosanna, al punto di ingelosire il figlio. La loro amicizia era nata non appena Giorgio le aveva presentate e non si era spezzata con la separazione, soltanto un po’ allentata nei giorni in cui aveva dovuto aiutare il figlio a non sprofondare nella depressione. L’aveva tradita perché era un immaturo, era la triste conclusione a cui era arrivata dopo aver ascoltato un numero imprecisato di volte gli sfoghi di Giorgio. L’aveva tradita perché non riusciva a tollerare che la sua brillante mogliettina guadagnasse più di lui, né che fosse così apprezzato il suo talento di designer e quando l’agenzia pubblicitaria, per cui entrambi lavoravano, aveva proposto a lei sola di entrare a far parte dell’azienda, acquistando delle quote societarie, aveva sentito talmente vacillare la propria autostima che per riaffermarla si era procurato un’amante. Questo, Giorgio non lo aveva detto, erano conclusioni di Rosanna; conclusioni che involontariamente Carlo aveva rafforzato.

  Dopo essere stato cacciato da casa, Giorgio aveva accettato un’altra offerta di lavoro, lasciato l’agenzia ed era tornato a vivere dai genitori. Il padre, lungi dall’essere dispiaciuto per il suo fallimento matrimoniale, mostrava in quei giorni un’inconsueta gaiezza. Giorgio ha fatto bene, le aveva detto in uno dei loro rari colloqui a letto prima di spegnere la luce, stava diventando un imbelle accanto a quella sapientona, non so quale uomo potrebbe resistere accanto a una donna del genere. Lei aveva avuto una strana sensazione: si era sentita offesa. Ora, mentre con la tazzina vuota in mano fissava senza vedere gli splendidi fiori bianchi di un cultivar di pelargonio, Rosanna capì il perché di quella sensazione: Carlo la considerava il contrario di Elena, con lei si poteva passare un’intera vita, perché era innocua.

  Felicitas venne a troncare il corso dei suoi pensieri informandola che l’anticalcare era finito e bisognava comprarlo, la ringraziò in cuor suo. Suonarono il campanello. Era un ragazzo che le consegnò un cesto di fiori avvolto nel cellofan; l’avvocato Lanzaroni le faceva gli auguri. L’inaspettato omaggio la lusingò e smorzò le vibrazioni della ruspa. In tutti gli anni che aveva lavorato per lui, l’avvocato non aveva dimenticato un solo compleanno, le aveva portato sempre un regalo di buon gusto ma non eccessivamente costoso, in modo di evitarle un imbarazzo; l’avvocato Lanzaroni, oltre a buon gusto, aveva tatto.

  Il resto del pomeriggio lo passò rispondendo alle telefonate di auguri, preparando la tavola e cucinando; tutta l’inquietudine della mattina sembrava svanita, la ruspa aveva smesso di scavare. Verso le sei e mezza  Felicitas se ne andò e Rosanna cominciò a prepararsi per la serata, era serena. Dopo la doccia, mentre si spalmava una crema idratante sulle braccia, vide riflessa sullo specchio l’immagine del suo corpo nudo. Il vapore della doccia aveva appannato il cristallo e l’immagine appariva, sfuocata, evanescente; restò a guardare quel fantasma alto, slanciato, ma privo di concretezza e fu assalita da un’emozione in bilico tra l’angoscia e la gioia. Distolse gli occhi dal fantasma  per guardarsi i seni, erano pieni e fermi, nonostante l’età, lo sguardo scese sulla lieve curva del ventre e giù sul pube e le gambe fino a soffermarsi sui piedi saldamente poggiati sul tappetino. Questa sono io, pensò, e tornò a guardare l’immagine riflessa e, per una frazione di secondo, uno strascico dell’agitazione mattutina scosse la calma del suo animo ma senza conseguenze. Qualche minuto dopo si truccava accuratamente, lanciando ogni tanto occhiate all’orologio.

  Carlo e Giorgio rientrarono insieme verso le sette e mezza e trovarono ad accoglierli una donna avvolta nella seta azzurra di un vestito che le stava a meraviglia, sorridente e odorosa di qualche eau de parfum griffata. La tavola era tutta un luccichio di cristalli e porcellane sul lino avorio della tovaglia, due candelieri d’argento con delle candele color crema fiancheggiavano un bouquet di fiori dai toni pastello. Dalle finestre aperte entravano gli ultimi bagliori di un giorno interminabile, tinteggiando i muri bianchi di sfumature dorate. Ma quello che colpì veramente i due uomini fu l’invitante varietà di tartine e piccole ghiottonerie disposte per l’aperitivo. Rosanna aprì i regali: Carlo le aveva portato un golfino di cashmere, color lavanda almeno due misure più piccole della sua, non importava aveva conservato lo scontrino, e Giorgio una bella collana d’argento. Si stappò lo champagne, brindarono, mangiarono tartine e Rosanna, felice, fu molto festeggiata. Arrivarono in tavola le lasagne e poi l’arrosto accompagnato da una crema di spinaci e da un ottimo barolo, i complimenti alla cuoca non si risparmiarono. La conversazione, girò su temi cari ai due uomini, problemi di lavoro, un po’ di politica e finì su quello che costituiva motivo di vera passione: la Roma. Rosanna impegnata a servire, a riempire i calici, a badare a che nulla mancasse, seguiva distrattamente la conversazione e nel paio di occasioni in cui tentò di intervenire non ebbe successo. Era comunque felice finché, arrivato il momento della crema al cioccolato, accade ciò che temeva. Giorgio dopo averla assaggiata borbottò: Ma questa crema è immangiabile! Lasciò cadere il cucchiaio sul piattino e allontanò la coppetta, disgustato. -Non esagerare, è un po’ densa ma ha un buon sapore- Carlo prendeva le sue difese. -Mangiala tu, a me non piace-  -Mi dispiace- Rosanna era sincera, non avrebbe potuto stabilire, però, se le dispiaceva l’aver lasciato addensare troppo la crema o la reazione del figlio. -Ci sarà la torta, vero? Altrimenti che compleanno è?- Carlo le accarezzava la guancia, lei gli sorrise per dissimulare l’ansia. -Certo- rispose. -Menomale-  sospirò Giorgio. Portò la torta in tavola preparandosi al peggio, posò il vassoio accanto al suo piatto evitando di guardare le espressioni dei due uomini. Ci fu un silenzio di attesa; sicuramente aspettavano che tornasse in cucina a prendere la sacher, ma lei non sembrava intenzionata a farlo, anzi, aveva preso il coltello per tagliare quella spugna gialla che prendeva il posto dell’invitante copertura marrone della sacher. -E questa sarebbe la torta?- chiese Giorgio incredulo. -Si- rispose lei con un filo di voce. -Ma che ti è saltato in mente?- Il figlio insorgeva. Lei prese coraggio: lo sai che la sacher non mi piace e siccome oggi è il mio compleanno ho comprato questa-. -E va bene, ma potevi comprare anche la sacher!- -La schiacciante logica della risposta ebbe un effetto devastante su Rosanna, come era possibile che non ci fosse arrivata da sola? Carlo si accorse del suo turbamento, si alzò, l’abbracciò e la baciò sulla fronte. -Non ti arrabbiare con tua madre, lei è così, adorabilmente tonta, con la testa sempre piena di chissà quali fantasie- e la cullò come una bambina e dopo averla baciata nuovamente tornò a sedere. Rosanna avrebbe voluto non essere più lì, svanire come una colonna di fumo e riprendere corpo da un’altra parte; si sentiva tanto umiliata. -Ci sono le candeline?- chiese Carlo. C’era, dentro una bustina in cucina, un numero sessanta di plastica con una candelina in cima che lei aveva creduto di poter spegnere. -No, alla mia età è meglio non accendere candeline, si rischia di provocare un incendio- cercava di non dare importanza a ciò che stava accadendo. -Allora taglia la torta- l’incoraggiò il marito -Tu la vuoi?- -Un pezzetto per farti compagnia-  -Non ti sforzare se non ti piace, io ho mangiato troppo e preferisco non esagerare, la mangerò domani per colazione- -C’è almeno un po’ di frutta, qualcosa per rinfrescarci la bocca- s’informò Giorgio imbronciato. -Ci sono le pesche sciroppate- -Evviva! E portaci le pesche!- Gridò beffardo, poi guardò l’orologio -Oh! sono quasi le nove e mezza-  Si alzò e, dopo aver acceso il televisore, si sistemò sul divano. -Mamma  portaci qui le pesche e fa un caffè. Babbo vieni che c’è un filmone su rete 4!- Carlo si alzò a sua volta -Che ne dici di un grappino mentre guardiamo il film, eh?-  -Ottimo!- approvò Giorgio.

  Si era rifugiata in camera, Carlo aveva protestato blandamente: ma come, te ne vai? Vieni, resta un po’ con noi, c’è il film. Gli aveva risposto che quel film non le interessava e lui non aveva insistito. Si era seduta al tavolino dove di solito dipingeva e continuava a ripetersi che non era successo nulla di grave. Era forse la prima volta che Giorgio si comportava come un adolescente capriccioso e viziato? Colpa tua, le ripeteva Elena e forse aveva ragione. Ma più che il comportamento del figlio le bruciava la sortita di Carlo: un’adorabile tonta. Era così che la vedeva suo marito?. Non aveva mai pensato alla propria intelligenza, se le avessero chiesto se si considerava intelligente non avrebbe saputo che rispondere, ma se persone come Elena, Virginia e l’avvocato Lanzaroni la stimavano, tonta non doveva essere. In un’occasione l’avvocato aveva detto a un cliente: potrei far a meno di un braccio ma non della mia segretaria. Ricordando l’episodio sorrise, la sensazione di essere apprezzata fa aumentare l’autostima ed era proprio quella sensazione che non provava più. Era voluta bene, un po’ distrattamente ma, tutto sommato, l’affetto non le mancava.  Cosa era, però, questo affetto per poterlo chiamare tale? Il bacio frettoloso e il ti voglio bene di formula? Il restarti fisicamente accanto mentre con la mente si sta da tutt’altra parte? Era questo l’affetto? Erano domande che si poneva per la prima volta e non credeva di trovare risposte. Gli altri sono uno specchio, pensò, specialmente quelli in cui hai investito tutta una vita, si sorprese di un tale pensiero ma lasciò che seguisse il suo corso; Carlo e Giorgio erano specchi che riflettevano una sbiadita immagine sua, un’immagine adorabilmente tonta. In realtà riflettevano l’immagine di qualcosa che sta lì, che poteva essere anche un bene prezioso, ma in cui non era necessario investire molte energie perché tanto era sempre stato lì e lì sarebbe rimasto. Per Carlo e Giorgio lei era una moglie e una madre, una donna, una persona, mai. Forse per certi uomini, le mamme e le mogli non sono persone, sono ruoli e sono giudicate e stimate proporzionalmente a quanto sanno calarsi in questi ruoli. Non fu sorpresa né addolorata della conclusione, lo sapeva da tempo senza avere il coraggio di ammetterlo. Negli anni passati i ruoli di madre e di moglie erano tasselli nel mosaico della sua esistenza, lei era anche una donna che lavorava e che era apprezzata per il suo lavoro, da quando si era pensionata era diventata madre e moglie a tempo pieno e aveva cominciato a notare nei rapporti famigliari cose che prima le sfuggivano. Poi, c’era quell’altro tassello la cui importanza stava iniziando a capire: la pittura. Dipingere era per lei come respirare, si può definire qualcuno dal fatto che respira? Sì, si può riconoscere che è vivo e basta e lei dipingeva e basta. Per questo, può darsi, non si era mai ritenuta una pittrice, ma nel momento in cui aveva visto quella parola, riferita a lei, scritta sulla pagina di un sito, aveva capito che quel “e basta” non bastava, che la sua attività la definiva, l’introduceva di diritto in una certa categoria sociale che le donava un’identità in cui riconoscersi pienamente. La pittrice era la parte più profonda e più preziosa di se stessa ed era proprio quella che marito e figlio ignoravano, negavano. Si può amare realmente una persona di cui si nega il suo essere più autentico? Rosanna si rifiutò di cercare una risposta, si accorse, tuttavia, che si era stancata del ruolo di moglie e madre, era un ruolo che aveva ricoperto per troppo tempo ormai, ora sentiva di voler esplorare altre parti di sé, di percorrere quella strada che il regalo di Elena le indicava. Sessant’anni sono tanti ma non troppi per ricominciare. L’immagine appannata dal vapore che le aveva rimandato lo specchio del bagno era un segnale. Doveva decifrare quella se stessa nascosta nella nebbia, scoprire i territori ancora vergini che portava dentro, conquistarli. Era necessario spogliarsi di ogni bene e partire verso quella terra promessa che probabilmente era solo un miraggio. L’idea le provocò un dolore intenso come se nel suo interno ci fosse stato un cataclisma e tutto ciò che aveva di più caro fosse andato in frantumi. Un cataclisma paragonabile a quello della nascita.

  Nelle due ore trascorse prima che Carlo venisse in camera a coricarsi, Rosanna subì una trasformazione che, sicuramente, nel profondo era in gestazione da tempo. Inviò due messaggi con il cellulare; il primo diretto a Virginia diceva: prendimi un appuntamento con la casa editrice. La risposta fu istantanea: Fantastico! Domani ti faccio sapere. Nel secondo scrisse a Elena:  Posso venire a dormire da te? Solo per questa notte, domani vado a Nemi. La risposta fu altrettanto istantanea: Ti aspetto. Ma ????? Poi scrisse al marito poche righe frettolose e alquanto banali, non aveva tempo per spiegazioni che, per il momento, non era neanche in grado di dare. Il tempo le serviva per organizzarsi. Una lontana parente della madre, a cui lei era stata molto legata, le aveva lasciato una casa di fronte al lago di Nemi. Era una vetusta costruzione di pietra con un bel camino nello stanzone che dava sulla via, aveva altre due stanze, una cucina grande e un bagno tutto da ristrutturare; in realtà l’intero edificio era da ristrutturare, avrebbe fatto eseguire i lavori durante l’estate. Strano, negli ultimi mesi aveva pensato spesso a risistemare quella casa dove nessuno ci andava e che conservava ancora i mobili della defunta. In una delle stanze, una porta finestra si apriva su un piccolo terrazzo da dove si scorgeva il lago, era grande abbastanza e aveva una luce meravigliosa; quella stanza sarebbe stato il suo atelier, lì avrebbe potuto dipingere i grandi quadri a olio che sognava. In una cavalcata disordinata e scintillante comparirono tutti i quadri che da tempo aveva concepito nell’immaginazione; aveva elaborato nella fantasia ogni particolare, ogni sfumatura di colore, ogni riflesso di luce e finalmente avrebbe potuto togliere quei dipinti dal magazzino della mente per trasportarli sulla tela.

  Aspettò che Carlo si addormentasse, fingendo di leggere, poi prese dallo sgabuzzino due valige, le portò in camera e cominciò riempirle. Non c’era pericolo che Carlo si svegliasse, lui dormiva sodo in qualsiasi condizione, con la luce accesa e con il televisore a tutto volume. Lavorò in fretta ma con metodo; non portò niente di superfluo: gli abiti che usava in quel periodo, tutti i gioielli, i documenti, borse, scarpe, alcuni libri e tutte le cartelle con i suoi lavori. Scese in garage e sistemò le valige nel bagagliaio. Nel secondo viaggio portò il cavalletto, scatole con l’occorrente per lavorare, il portatile e il tablet. Di ritorno controllò che nulla fosse stato dimenticato e andò in camera, mise la lettera sul tavolino da lavoro ormai sgombro e si soffermò a guardare Carlo che dormiva ignaro; qualcosa dentro il petto le si fece piccolo piccolo. Lo baciò sulla fronte, spense la luce e uscì senza far rumore, come una ladra, pensò. In ascensore dovette lottare con le lacrime e non riuscì a trattenerle quando lasciò il garage e avviò la macchina lungo la strada deserta. Spingeva sull’acceleratore, doveva allontanarsi rapidamente per impedirsi di tornare indietro.

  Era quasi arrivata a destinazione quando in mezzo al suo travaglio emotivo si fece avanti una consapevolezza che ebbe il potere di rasserenarla: lei che, dal momento in cui aveva rinunciato a iscriversi all’Accademia, si era occupata principalmente degli altri ora, per la prima volta, faceva qualcosa per se stessa. Solo per se stessa.

Gladis Alicia Pereyra

 

 

    

 

 

 

 

 

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