Una vita – Une vie

Un anno dopo “La legge del mercato”, Stéphane Brizé riporta sul grande schermo il Guy de Maupassant di “Una vita – Une vie”, ma il suo progetto era nato vent’anni fa, quando la co-sceneggiatrice Florence Vignon gli ha fatto scoprire il romanzo, e poi – nonostante la differenza di tempo e ambiente – perché i personaggi dei due film hanno qualcosa in comune.

“Il contesto no potrebbe essere più differente – ammette Brizé -, ma io intravedo un filo comune attraverso tutti i miei film, inclusi questi due. Jeanne e Thierry, il personaggio interpretato da Vincent Landon, sono entrambi idealisti riguardo alla vita. Thierry afferma i suoi ideali rifiutando una situazione insostenibile; Jeanne esprime la fede nei suoi ideali manifestando una estrema fiducia nell’umanità. Naturalmente i contesti sono così lontani che le storie finiscono inevitabilmente per essere differenti. Ma io vedo una connessione tra questi personaggi, oltre la loro epoca e la loro appartenenza sociale”.

Infatti, il primo romanzo di De Maupassant, è ambientato nella Normandia del 1819, e racconta la ‘vita’ della giovane Jeanne (Judith Chemla, protagonista rivelazione, che avevamo scoperto in “La casa delle estati lontane”) che, uscita dal convento dove ha studiato, abbandona i suoi sogni da bambina e la sua innocenza per sposare un visconte locale, Julien de Lamare (Swann Arlaud), senza essere costretta dai genitori, il Barone (Jean-Pierre Darroussin) e la Baronessa  (Yolande Moreau), anzi. Ma Julien si rivela il più infedele dei mariti e così, dopo la sua morte (viene ucciso dal marito di una sua amante), Jeanne affida tutto all’unico figlio Paul, che crescendo si rivelerà più interessato al denaro che agli affetti.

Un dramma intenso, malinconico, claustrofobico che rispecchia l’esistenza di una donna diventata adulta senza poter elaborare la perdita della propria infanzia, un periodo che per la maggioranza è considerato felice, o come dice l’autore “il momento della vita in cui ogni cosa appare perfetta”. E Jeanne non vuole o non può farlo perché quando si diventa adulti bisogna affrontare le delusioni e, forse, la fine degli ideali e dei sogni.

“Jeanne non vuole – afferma il regista -, non può o non sa come rendere più matura la propria visione del mondo. Questo la rende una persona eccezionale. E’ un individuo straordinario perché la sua mente è priva di secondi fini. Semplicemente, quello che la rende più affascinante è al tempo stesso la sua rovina. Trovo questo paradosso tanto ricco di fascino quanto commovente”.

Per rendere il senso di costrizione della protagonista, Brizé ha optato per il formato 1.33 – quasi quadrato – che rimanda al cinema muto, ma che discosta il film dalle classiche storie in costume, così come gli abiti e le situazioni quotidiane sono state rese realistiche: quando si sta nell’orto gli orli dei vestiti si sporcano o si bagnano; in casa non si è mai come appena usciti dal parrucchiere, e così via. E tutto questo rende la storia più coinvolgente, se vogliamo più vicina allo spettatore, e soprattutto credibile, vissuta.

“La ‘finestra’ (l’inquadratura ndr.) è molto importante – prosegue Brizé -, serve a rendere il senso di reclusione, poi ho voluto i suoni della natura (in mono) perché fossero al centro dell’immagine, altrimenti sarebbero arrivati dai lati, mentre dentro il quadro ‘vive’ la protagonista, infatti, tutto il resto è fuori campo. In questo modo abbiamo la percezione mentale e psichica del personaggio”.

Una storia personale, privata che però diventa universale, in cui si possono identificare anche le donne d’oggi, perché i genitori hanno un rapporto armonioso e la loro mentalità è più progredita rispetto a quella dell’Ottocento, tanto di chiedere il suo parere sul matrimonio.

“E’ una cosa molto inusuale per la loro epoca – ammette il regista -, ed è quello che mi interessava maggiormente in questa storia, perché Jeanne aveva il diritto di scegliere se sposarsi, o no. La sola cosa che determina la scelta di Jeanne è il suo rapporto con il mondo e i suoi genitori. I sentimenti che rappresentano – l’influenza della madre, la codardia del padre, il senso di colpa di Jeanne – li rendono universali e senza tempo”.

Infatti, il centro della storia è sulle scelte che facciamo e crediamo giuste, magari per troppa fiducia nel mondo e/o nell’umanità, perché in fin dei conti tutto ci influenza e ci condiziona, nonostante la nostra ‘idealizzazione’ dell’ambiente che ci circonda e degli uomini.

Il tutto viene raccontato andando avanti e indietro nel tempo, lungo 27 anni, attraverso flashback (e flashforward), anche incastrati uno nell’altro, che è, forse, il vero tradimento al racconto cronologico del libro, ma l’unico modo di esprimere la sua anima.

In passato ne erano già state fatte diverse versioni, in Francia e in Italia (sceneggiato), al cinema e in televisione, anche se si tratta di uno dei libri meno rivisitati di Guy de Maupassant: da “Una vita – Il dramma di una sposa” di Alexandre Astruc (1958) con Maria Schell, al TvMovie “Une vie” di Elisabeth Rappeneau (2005).

Nel cast di “Une Vie” – presentato in concorso nella selezione ufficiale della 73a. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Nina Meurisse (Rosalie), Plivier Perrier (Abbot Picot), Clotilde Hesme (Gilberte de Fourville), Alain Beigel (Georges de Fourville), Finnegan Oldfield (Paul a 20 anni), Lucette Beudin (Ludivine), Lanne (dottore), Melie Deneuve (Nanny), Padre François  e Xavier Ledoux (abate Tolbiac), Sara Durand (Françoise), Henri Hucheloup (Paul a 5 anni), Rémy Bontemps (Paul a 12 anni), Martin de Mondaye (prete), Jean-François Jonval (Solicitor), Lucette Guille e Mark Olry (voci). Nelle sale italiane dal 1° giugno distribuito da Academy Two.