Il suicidio

Il  SUICIDIO

  Le luci; di quella serata ricordava le luci ondeggianti delle candele sui tavoli e la larga distesa  luminosa della città che ai margini si arrampicava, diradando, per le colline. Si stava bene sul terrazzo di quel ristorante, discreto, elegante; Marcello le aveva chiesto di sposarlo mentre i camerieri scivolavano silenziosi fra i tavoli. Due anni dopo lui era andato via. Le aveva detto che doveva riflettere, che il loro matrimonio restava sospeso.

  Aveva detto proprio così: sospeso. L’erogazione di sentimenti era momentaneamente sospesa, fino a che i guasti fossero riparati. Anche lei era rimasta sospesa, sospesa al chiodo del suo stupore, della sua sofferenza, delle domande cui non aveva trovato risposte.

  Ma ormai tutto ciò non aveva importanza, apparteneva a un altrove lontano nel tempo e nello spazio. Aveva voluto ricordare quella serata in cui era stata tanto felice, per non andar via a mani vuote. Si guardò le mani, erano abbandonate sul grembo con le palme rivolte all’insù, come se stesse pregando o elemosinando. Le lasciò stare, aveva pregato qualche volta a Dio, non agli umani e non aveva elemosinato mai. Questa era un’altra cosa buona da portare con sé.

  Ripassò mentalmente l’elenco delle cose fatte, pensava di non aver dimenticato nulla. Quindici giorni prima era stata dal notaio: l’appartamento lo lasciava a Roberta, anche la Peugeot comprata l’anno prima e tutti i gioielli, tranne quelli ereditati dalla madre e quelli ricevuti da nonna Chiara; quelli spettavano alla sorella. I soldi in banca e i buoni del tesoro a Roberta. I soldi le sarebbero serviti per pagare gli avvocati, perché Stefania avrebbe impugnato il testamento, avrebbe dato battaglia; rassegnarsi non era nello stile di sua sorella maggiore, con cui si era accapigliata fin dall’infanzia.

  Roberta si meritava quello e molto di più; lei era la sua vera sorella e, a differenza di Stefania che di soldi ne aveva fin troppi, si arrangiava come poteva con il piccolo stipendio; il padre della bambina non le passava un soldo, quel bastardo.

  L’eredità che le lasciava sarebbe stata una vera manna caduta dal cielo, avrebbe compensato ampiamente il dolore che le dava. A questo pensiero, sentì come una punzecchiata da qualche parte nella gola o nel petto. Roberta avrebbe sofferto, molto, e anche Camilla che la chiamava zia e cercava di imitarla, povera bambina, imitare proprio lei. Sentì che stava per commuoversi e pensò ad altro, anzi fece il vuoto nella mente. Rimasse così qualche istante, poi uno alla volta cominciarono a sopraggiungere pensieri che avrebbe voluto evitare, pensieri che le producevano un terribile senso di sconfitta e lei non voleva sentire tutto il peso della sua disfatta, quella sera no. Voleva essere serena, distaccata, già niente aveva importanza; girava le spalle alla vita perché non era atta a vivere, perché l’esistenza era una sorta di macigno che ogni mattina doveva caricarsi sulle spalle e lei voleva riposare.

  L’idea del suicidio aveva preso forma lentamente. Da qualche mese faticava a svegliarsi la mattina, non voleva lasciare il rifugio che le offriva il sonno ogni notte. Era un fatto nuovo, aveva sempre dormito poco e quando era più giovane andava a letto pensando al risveglio, alla mattina, il momento più bello della giornata. Si addormentava pensando alla doccia, allo yogurt, all’odore del caffè, alla giornata tutta da scoprire, tutta da vivere.

  E sì, l’idea di farla finita aveva fatto capolino proprio in quei momenti che prima erano colmi di promesse. Alzarsi, guardarsi allo specchio gli occhi gonfi, i capelli arruffati, mettersi sotto la doccia e poi la colazione, la macchina e la casa editrice dove avrebbe voluto portare il libro che non riusciva a scrivere e invece andava ad affrontare le noie della redazione.

  La sua carriera di giornalista era stata un insuccesso, non era diventata il reporter che sognava e alla fine il giornale aveva chiuso e, al contrario di molti suoi colleghi che erano passati a testate più importanti o alla televisione, lei era rimasta semplicemente senza lavoro. Tirando le somme aveva capito in tutta onestà che non era il talento ciò che le mancava, era qualcos’altro. Lo aveva capito in quelle mattine in cui restava a lungo, sola con se stessa, sotto le coperte; ciò che le mancava era la grinta per farsi spazio nella giungla della vita, era stata troppo ingenua, troppo convinta che la carriera si fa con il merito. Nella carriera si va avanti mordendo e calpestando e chi ha denti più aguzzi e piedi più pesanti ce la fa, anche se ha il cervello di un tafano. Lei forse aveva denti e piedi ma non sapeva usarli, anzi, non aveva mai voluto usarli e, quindi, non aveva imparato.

  Era stata la scoperta della sua inadeguatezza che aveva fatto nascere l’idea di prolungare il sonno per sempre. Se avesse scoperto di non avere talento si sarebbe rassegnata, si sarebbe accontentata di trascinare un’esistenza anonima, come la maggioranza dei mortali, senza sogni velleitari e sicuramente con più felicità. Questi pensieri non le fecero male come altre volte; diede uno sguardo al flaconcino di sonnifero che la bella abatjour illuminava con riflessi rassicuranti e lasciò che i pensieri se ne andassero come erano venuti.

  Si concentrò nuovamente su le cose pratiche da sbrigare prima di svuotare il flaconcino e distendersi sul letto a riposare, finalmente. Doveva stare attenta a non mettere la sicura alla porta d’ingresso, con la sicura avrebbero dovuto buttar giù la porta, non era il caso di far diventare il tutto più drammatico. Roberta aveva le chiave e sarebbe potuta entrare senza dover chiamare i pompieri o la polizia. La polizia l’avrebbe chiamata dopo, era chiaro, come non ci aveva pensato prima. La polizia: “non toccate niente”, i fotografi, i vicini, Roberta con gli occhi sbarrati che andava dietro a tutti, senza ben capire se era sveglia o nel mezzo di un incubo. E lei sdraiata sul letto, in pasto alla curiosità morbosa, con il pigiama verde limone che le stava così bene, per questo lo aveva indossato, ultima civetteria.

  L’inevitabile prospettiva, cui non aveva pensato, le sembrò terribile. E se Roberta avesse portato con sé Angelica? Angelica era la sua gatta che il giorno prima aveva lasciato in custodia all’amica fino al suo rientro da Torino; andava per due giorni al Salone del libro, così le aveva detto. Immaginò Angelica che saltava sul letto e cominciava ad annusarla come faceva spesso mentre lei dormiva, vide lo spavento dell’animale nel percepire quell’odore strano, orrendo, che non era l’odore della sua adorata padrona. Sentì lo sgomento della povera creatura, il suo miagolio straziante e l’emozione che l’assalì fu talmente forte che credete di soffocare e in cerca d’aria aprì la porta finestra e uscì d’impeto sul terrazzo.

  La ricevette un arietta fresca pregna di odori, restò ferma spingendo con rabbia il singhiozzo giù per la gola finché si calmò, solo allora avvertì i profumi. Era maggio e le sue piante che esplodevano di fiori e germogli nei vasi le inviavano i loro messaggi. Lanciò uno sguardo circolare, non accese la luce, non ne aveva bisogno: senza vederle sapeva la posizione esatta di ogni pianta. Là, dove arrivava soltanto il primo sole, c’erano le camelie: l’Alba plena, la sua favorita, i cui meravigliosi fiori bianchi si erano aperti a marzo, accanto la Contessa Lavinia Maggi, ancora in piena fioritura e la profumatissima lutchuensis dai piccoli fiori, una rara specie botanica, le camelie in genere non profumano, c’era pure l’unico rododendro che era riuscita a far crescere in quel clima poco adatto. Nel lato dove batteva il sole tutto il giorno, aveva sistemato la sua collezione di centocinquanta succulente e le rose: la tenera Irene Wats, la Louis XIV e la Regina Vittoria e, dopo il gruppo delle aromatiche, il limone e l’arancio carichi di fiori, sostarvi accanto era una delizia, poi il calistemun, pieno di piumini rossi e in un angolo il Melia Azedarac, ormai un vero albero, piantato dentro una giara. C’erano tante altre specie, tutte ugualmente rigogliose.

  Quante cure dedicava alle sue piante, quanta fatica, quante unghie rotte e annerite quando travasava dimenticando i guanti, ma anche quante soddisfazioni. D’estate apparecchiava sul terrazzo, all’epoca in cui aveva ancora voglia di organizzare cene con gli amici e tutti restavano a bocca aperta, nessuno credeva che non avesse il giardiniere. Sorrise suo malgrado e andò a toccare le foglie dell’origano di Creta e si annusò le dita. La sua vita sarebbe ancora degna di essere vissuta se potesse trascorrere tutta intera su quel terrazzo.

  Tra i rami del cedro del Libano che cresceva nel giardino condominiale, spuntava la luna piena. Povera luna, così inutilmente splendente, ormai la sua luce era sommersa dal fulgore artificiale della città e nessuno la notava. Soltanto chi alzava gli occhi al cielo sapeva che era sempre là, ma quanti si ricordavano di guardare in alto? La sua luce si era ritirata nei boschi, nei sentieri montani, sui tetti delle case di campagna quando tutti dormivano, sul mare.

  Mise per terra un cuscino che prese da una sedia e vi sedette. Era serena, circondata dalle sue piante si rasserenava sempre. Da bambina, nelle notte di luna piena durante le estate passate nella casa di campagna, lei e Stefania amavano giocare in giardino, tra le aiuole curatissime e gli alberi. A volte si buttavano supine sull’erba e restavano in silenzio a contemplare il cielo incredibilmente zeppo di stelle. Stefania conosceva le costellazioni e gliele indicava e insisteva perché anche lei imparasse a riconoscerle; lei guardava e diceva di sì, ma l’Orsa maggiore e l’Orsa minore non riusciva mai a distinguerle. Era attenta, invece, ai rumori della notte. I grilli, le rane nello stagno, il latrato di qualche cane in lontananza, il lieve stormire delle foglie, erano rumori talmente consueti che quasi non li percepiva; lei tentava di catturarne altri; cercava di cogliere i rumori impercettibili del mondo che camminava, strisciava, si arrampicava tra i fili d’erba. Quanta vita c’era tra i fili dell’erba, di giorno la poteva osservare, di notte no: l’evanescente carezza della luna lasciava intatto il mistero di quei minuscoli traffici e lei tendeva l’orecchio nella speranza di sentirne il brulichio, strani capricci da bambina.

  Aveva scritto un racconto ispirato a quelle notti, un racconto intimista che non avrebbe interessato a nessuno e per quello lo aveva lasciato nel cassetto. Il romanzo che ormai non avrebbe scritto era ambientato in quella casa dell’infanzia. Le tornarono alla memoria alcune scene che aveva immaginato e non solo immaginato, aveva preso anche degli appunti; appunti ricchi di particolari, scritti a mano in un grande quaderno, li avrebbe trascritti sul computer quando la trama le sarebbe apparsa più chiara. Quelle scene si riproposero talmente vivide che le sembrava di averle visto in un film e gli provocarono un’immensa tristezza, si stava congedando da un pezzo di sé.

  Da quella mesta sensazione la distolse qualcosa che stava accadendo nel suo interno: dallo stomaco saliva un certo brontolio, brontolio che era solo l’annuncio dell’attacco di fame che dopo qualche istante si presentò. Il suo povero stomaco non sapeva il pasto che da lì a poco gli avrebbe toccato digerire; il suo corpo nulla sapeva della sua decisione e candidamente esigeva la sua attenzione. Provò tenerezza per il suo corpo ignaro, così sano e così indifeso, così impotente di fronte ai disegni della mente. Ma lo stomaco insisteva e ora il desiderio lo assecondava: non solo aveva fame ma anche voglia di mangiare quel pezzo di formaggio solitario, rimasto nel frigo ormai vuoto. Oltre al formaggio, nel frigo c’era una bottiglia di chardonnay ancora chiusa, le venne una gran voglia di berne un bicchiere. Le piaceva il vino, il buon vino.

  Il vino scandiva le stagioni: rosso d’inverno, il barolo era il preferito, ma lo beveva raramente solo con pasti robusti e, se possibile, in compagnia. D’estate prendeva solo bianchi; champagne e prosecco in tutte le stagioni e in autunno il vino novello. Alla fine dell’estate cominciava a pensare alle zucche, alle castagne e al vino novello, la colpì a tradimento una folata di gioia. Non era una gioia attuale, piuttosto la reminiscenza della gioia quasi infantile che provava a volte davanti a cose minime della vita.

  Si alzò, basta con queste smancerie, con queste sensazioni inopportune, fuori luogo, la sua decisione era stata presa, pensata, vagliata ed era l’unica che aveva senso nel non senso della sua esistenza. Rientrò in camera, si avvicinò al comodino, prese il flaconcino e andò in bagno, accese la luce e si mise ad armeggiare con il tappo di sicurezza finché lo aprì; non le fu facile neanche estrarre il dosatore di plastica, ma alla fine ci riuscì.

  Rimasse assorta a guardare la piccola bocca spalancata della bottiglietta, poi alzò la vista e si trovò di fronte a una se stessa che l’osservava dallo specchio, avvicinò il viso per considerarsi meglio: le ciglia scure, lunghe e spese al punto di sembrare finte, l’iride verde cangiante; era ancora bella, dopo tutto aveva solo trent’otto anni. Si studiò il naso, la bocca, il collo, il seno alto e della giusta misura, tutte cose che gli uomini apprezzavano e più o meno sfacciatamente cercavano di portarsi a letto.

  Distolse gli occhi dallo specchio, l’investì ancora un gran senso di sconfitta, di una sconfitta diversa, però, di quella esperimentata nell’ultimo periodo; fissò di nuovo la tonda bocca aperta del flaconcino, dentro un debole riflesso galleggiava sul liquido trasparente. Scrollò la testa con una sorta di rassegnazione, poi si voltò lentamente, alzò il braccio e, senza esitare, versò tutto il liquido nel water, lanciò la bottiglietta vuota nel cestino e fece scorrere lo sciacquone.

Gladis Alicia Pereyra

  Questo racconto è stato premiato con una menzione d’onore nel XX Concorso Letterario Internazionale indetto dall’Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori, A.L.I.A.S. di Melbourne – Australia, con il patrocinio del Consolato Generale Italiano di Melbourne, dell’Istituto Italiano di Cultura e supportato dal Victorian Multicultural Commision del comune di Moonee Valley e patronato da INCA – Cgil
5  ottobre  2012

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