Cinema & Nuove tecnologie: il futuro è qui oggi

Le nuove tecnologie hanno travolto e sconvolto il cinema contemporaneo, non solo sul set ma anche sullo schermo, nella forma e nei contenuti. Quello che era fantascienza fino a vent’anni fa non lo è più, o almeno in gran parte, e in ogni campo dalla manifattura alle comunicazioni, dalla scienza all’arte, dalla medicina ai trasporti. Tutto è stato semplificato e migliorato, e in certi casi è a portata di (quasi) tutti.

La tecnologi ha fatto passi da gigante, tanto che (ri)vedendo soltanto i film degli anni Novanta sembra di fare un salto in un passato remoto, basta osservare le dimensioni dei primi cellulari o dei vecchi computer per farci pensare o dire ‘ma sono passati poco più di vent’anni’, perché in realtà essi si sono ridotti oltremisura e spesso si tratta di micro PC, anzi di microchip. Ma non solo, le metropolitane senza guidatori e in sospeso, anticipate dal cinema di fantascienza (da “Fahrenheit 451” di François Truffaut, dal romanzo di Ray Bradbury, in poi) sono oggi una realtà quotidiana; per non parlare della stampa, anzi dei giornali che già negli anni ’80 avevano abbandonato definitivamente il piombo, dato che le pagine venivano realizzate al computer, poi stampate su pellicole e da esse sulla carta; oppure la stampante in 3D che riproduce oggi oggetti inanimati ma anche cellule organiche.

Tutte queste scoperte della scienza e della tecnica quindi influiscono persino sulle storie e sui personaggi dei film, soprattutto quelli di ambiente contemporaneo, perché quelli di fantascienza devono aggiornarsi continuamente, inventare e creare sempre cose nuove, visto che il futuro è già qui e ora.

Gli effetti speciali digitali permettono ormai di realizzare tutto e il contrario di tutto, il 3D e l’HD sono fatti quotidiani, anche se per il primo ci vogliono ancora gli occhialetti, comunque modificati di anno in anno se non prima; l’alta definizione, invece, ha donato a televisione e cinema quella nitidezza che solo la pellicola offriva fino alla fine del ventesimo secolo.

Però le rivoluzionarie tecniche di animazione riescono oggi a far recitare e parlare gli animali a nostro piacimento, e persino possono far recitare attori ormai scomparsi o ringiovanirli, ripristinando la loro ‘immagine e i loro movimenti’ tramite il computer, magari non alla perfezione però quanto basta per ricostruire una scena o un pezzo mancante. Mancano però spesso le vere emozioni, quelle offerte e ricevute dagli esseri umani, attori e spettatori.

Tecnicamente, in quanto a realizzazione, si sono abbassati i costi di produzione dei film (comunque vengono ancora chiamati così), visto che la pellicola (celluloide per la base del nitrato d’argento) non solo era altamente infiammabile, costava di più e, una volta utilizzata, non poteva essere cancellata e usata per nuovi ciak. Lo stesso vale per la riproduzione e il trasporto delle copie (le celebri ‘pizze’), ormai custodite soltanto nelle cineteche dove i vecchi film vengono riversati su supporto digitale.

Il cinema di genere, ma non solo, deve continuamente adattarsi alle nuove scoperte in campo scientifico e tecnologico, altrimenti rischia il ridicolo; oppure deve cambiare ‘ambientazione’ alle storie raccontate. Oggi probabilmente, ma non è detto, soltanto su un’isola remota e deserta si può dire di essere isolato e tagliato fuori da ogni mezzo di comunicazione, a meno che non sia stato perso, distrutto o ‘scarico’: un telefonino dovrebbe funzionare ovunque, soprattutto per chiedere aiuto, ma c’è infatti sempre la scappatoia ‘dell’assenza di campo’, un buco nero che impedisce alla preda o alla futura vittima di utilizzarlo. Queste sono, infatti, alcune delle cause che negli horror di nuova generazione vengono usate per offrire o negare una via di scampo alla vittima. Sempre che il pericolo mortale non venga proprio dal cellulare (vedi la saga “The Ring”), o via e-mail.

Lo stesso discorso vale per la robotica, visto che ormai i robot sono capaci di realizzare ogni cosa, sostituendo il corpo umano e le sue funzioni, tranne quelle del cervello, ancora elettronico. Perciò i nuovi film di fantascienza, come già “Blade Runner” di Ridley Scott (1982), da Philip K. Dick – in uscita a ottobre “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve -, e “Robocop” di Paul Verhoeven (1987) (comunque rifatto nel 2014 dal brasiliano José Padilha), non sono del tutto obsoleti e vengono soltanto ri-ambientati qualche decennio dopo. Il tema dell’anima umana nel corpo robotico, è alla base del recente “Ghost in the Shell” di Rupert Sanders (2017) – dal manga cult firmato Masamune Shirow e successivo lungometraggio d’animazione, del 1995, di Mamoru Oshii -, per cui è ancora un’utopia voler usare un cervello umano a comando, al di là del corpo. E’ il mito del vecchio “Frankenstein” che, magari funziona a proposito di organi e arti trapiantati (oggi si possono anche sostituire le mani e i piedi, con arti cibernetici), ma non ancora col cervello. E, a proposito d’intelligenza artificiale, non mancano le ipotesi che spingono ad una riflessione etico-filosofica, da “A.I. – Intelligenza artificiale” di Steven Spielberg (2001), appunto, a “Ex Macchina” di Alex Garland (2014), con Alicia Vikander.

Quello che non è stato ancora raggiunto dalla scienza è l’agognato teletrasporto ipotizzato da “Star Trek”, prima nella serie televisiva del 1966, poi dalla saga cinematografica ancora in vigore. Un meccanismo che sogniamo tutti, diventato indispensabile in ogni telefilm o film di fantascienza che si rispetti.

In quanto a comunicazione e rapporti umani, se i social network, possono essere una relativa alternativa alla loro mancanza e alla solitudine, sono sempre e comunque virtuali perché non sapremo mai veramente con chi stiamo comunicando, tranne nel caso in cui conosciamo materialmente l’interlocutore. In questo modo, come “La corrispondenza” di Giuseppe Tornatore (2016) ipotizza, le relazioni possono continuare, tramite le nuove tecnologie, addirittura al di là della morte, sempre che siano state perfettamente ‘programmate’ in precedenza.

Certo, come ogni progresso della scienza e della tecnica possono sempre essere usati per altri fini oscuri e distruttivi. La rete viene persino utilizzata per il plagio globale con l’obiettivo di dominare l’intero Pianeta, sia nell’ultimo James Bond “Spectre”, sia in tanti action movie di fanta-politica e persino nel recente “The Circle” ispirato al libro omonimo di Dave Eggers (ristampato per l’occasione da Mondadori – Oscar Absolute) che, nel 2014, ipotizzava un ‘Cerchio’ che mette insieme tutto il ‘tuo’ mondo in un solo account, ma in questo modo sei privo di privacy e, quindi, sotto controllo permanente. Però come anticipava già negli anni Novanta “The Net” di Irwin Winkler (1995), con Sandra Bullock, nella rete, si possono cambiare addirittura l’identità delle persone, rovinare la vita di personaggi noti e meno noti, manovrare conti e manomettere impianti, provocare disastri materiali ed economici, realizzare attentati e traffici illegali, di armi, persone e bambini. Perciò, soprattutto nei thriller d’azione e/o di spionaggio, sono protagonisti hacker, tecnici e specialisti della rete.

D’altra parte quelle che vediamo ultimamente sul grande schermo, spesso sono storie vere su scoperte e ritrovamenti, soprusi e segreti, tragedie e disastri, puntualmente raccontati dal cinema contemporaneo, da Oriente a Occidente, da Nord a Sud. Infatti, negli ultimi anni, sono diventate film biografie e storie sulle ultime scoperte scientifiche e tecnologiche, e soprattutto sul loro cattivo uso per controllare il mondo, come in una sorta di Grande Fratello: da “The Social Network” di David Fincher (2010) a “Steve Jobs” di Danny Boyle (2015), da “Il quinto potere” di Bill Condon (2013), su Julian Assange e WikiLeaks, a “Snowden” di Oliver Stone (2016), dall’italiano “The Startup” di Alessandro D’Alatri (2017), storia vera e positiva di Matteo Achilli, 18enne romano, che ha inventato un social network che fa incontrare, in modo innovativo, domanda e offerta di lavoro, superando la mancanza di occasioni e di meritocrazia. E non mancano i documentari, anzi, da “Lo and Behold – Internet il futuro è oggi” di Werner Herzog (2016) ad “A Good American” di Friedrich Moser (2016) sul decodificatore e critto-matematico americano Bill Binney, inventore di un rivoluzionario programma di sorveglianza (anti terrorismo), anzi “uno strumento di sorveglianza perfetto che divenne uno sfacciato tradimento” per interessi economici, e poi usato per controllare ogni singolo cittadino, non solo americano.

E la fantascienza è ormai diventata metafora della discriminazione sociale, del razzismo e del superpotere di una elite politico-economica globale, tanto che l’annunciato ‘muro’ di Donald Trump è uno dei segnali. Basti come esempio “District 9” del sudafricano Neill Blomkamp (2009) e il suo rifacimento americano “Elysium” (2013). Inoltre, ci ricorda che l’equipaggio internazionale, anzi interplanetario, della saga di “Star Trek” continua ad essere un’illusione, almeno sul nostro Pianeta, visto che quella dei “Guardiani della Galassia Vol. 2”, di James Gunn (2017), continua il suo viaggio interspaziale.

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