Elle

  Acclamato da critica e pubblico al Festival di Cannes 2016, lo sconvolgente “Elle” di Paul Verhoeven, segna il ritorno al grande cinema dell’autore olandese a quasi cinque anni da “Tricked”, passato al Festival di Roma, sostenuto da una sua master class. Un film scomodo perché “la protagonista ha una parte difficile e un ambiguo rapporto col suo stupratore, infatti non siamo riusciti ad avere una produzione americana né un’attrice hollywoodiana disposta a farlo”, dice Verhoeven. Il film è stato realizzato grazie ai produttori Said Ben Said e Michel Merkt.

  Non a caso, narra le vicende di Michèle Leblanc (una superlativa Isabelle Huppert, candidata all’Oscar ma scippatole da Emma Stone!), una di quelle donne che niente sembra poter turbare. A capo di una grande azienda di videogame, gestisce sia gli affari che le sue relazioni sentimentali con pugno di ferro. Ma la sua vita cambia improvvisamente, forse, quando viene aggredita in casa da un misterioso stupratore incappucciato, sotto lo sguardo indifferente del suo micione grigio. Imperturbabile, Michèle cerca di rintracciare l’aggressore, dato che nel frattempo è diventato una sorta di stalker, via cellulare, internet e non. Una volta trovato, tra loro si stabilisce un ambiguo quanto pericoloso gioco. Un ‘reality game’ che potrebbe sfuggire loro di mano da un momento all’altro. Però ‘elle’ non è donna da tirarsi indietro, anzi.

  Tratto dal romanzo “Oh…!” di Philippe Djian, sceneggiato da David Birke, poggia tutto o quasi su “Elle”, e naturalmente verrà rifiutato e/o criticato da chi si nasconde dietro l’ipocrisia o l’indifferenza della nostra società contemporanea che ha cancellato, oltre i sentimenti, persino la capacità di ‘vedere e intendere’ la realtà che la circonda. Perché Michèle è un suo frutto, una vittima che non si comporta come tale, ma che potrebbe facilmente diventare carnefice soltanto col suo atteggiamento apparentemente freddo e immorale, né più né meno di quelli che la circondano che probabilmente fingono o nascondono il contrario (vedi la cena di Natale). Sadismo e masochismo sono dentro di noi, sono le nostre reazioni incontrollate spesso a dimostrarcelo e il sesso è una delle sue vie d’uscita/sfogo.

  Huppert – meriterebbe altro che ‘il nome prima del titolo’, ma comunque ha vinto il Golden Globe e il César per questo ruolo – è un’attrice capace di esporre se stessa per una parte così complessa e difficile (vedi “La pianista”) donando al personaggio tutte le sfumature e la profondità psicologica del caso, ma anche quell’ironia e quell’humour nero tanto cari al regista che nei suoi blockbusters americani (da “Robocop” a “Total Recall – Atto di Forza”) di alta qualità non aveva perso del tutto. E Verhoeven senza costringerla, infatti, ottiene il meglio di lei, diva fra le attrici internazionali.

  “E’ una storia, non è vita vera – afferma Verhoeven, da “Fiore di carne” a “Basic Instinct” -, né una visione filosofica della donna. Questa particolare donna reagisce così. Non vuol dire che tutte le donne agirebbero o dovrebbero agire nello stesso modo. Ma Michèlle, lei sì! Il mio compito consisteva prima di tutto nel mettere in scena la sua storia nel modo più realistico, interessante e credibile possibile. Grazie soprattutto a Isabelle Huppert, le cui doti incredibili di attrice rendono convincente il comportamento del suo personaggio”. E pian piano, come in un thriller di tutto rispetto, scopriremo perché.

  Nel cast anche Laurent Lafitte (Patrick) della Comédie Française; Anne Consigny (Anna), Charles Berling (Richard), Virginie Efira (Rebecca), Chistian Berkel (Robert), Judith Magre (Irène), Jonas Bloquet (Vincent), Alice Isaaz (Josie), Vimala Pons (Hélène), Raphael Lenglet (Ralf), Arthur Mazel (Kevin), Lucas Prisor (Kurt), Hugo Conzelmann (Phillip Kwan) e Stéphane Bak (Omar). Volutamente laccata la fotografia di Stéphane Fontaine, per contrastare le torbide anime dei personaggi. Il montaggio è firmato da Job ter Burg, già collaboratore del regista in “Black Book”, mentre le musiche dall’inglese Anne Dudley, da “La moglie del soldato” e “Full Monty” a “Black Book”, appunto. Segno che anche al cinema, la squadra conta se vincente.