Le donne e il desiderio

Opera terza del trentaseienne regista polacco Tomasz Wasilewski, Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura al 66° Festival di Berlino, “Le donne e il desiderio” è un film complesso, innovativo nello stile e nella narrazione che, però, richiede la massima attenzione da parte dello spettatore e al tempo stesso lo invita alla riflessione. Una sorta di ‘ronde’ (dal film omonimo di Max Ophuls, dove erano storie di coppia) al femminile, amara e toccante, raccontata in modo ellittico, su quattro donne (e un funerale) costrette ad affrontano il crollo del muro di Berlino e del regime comunista, alla ricerca della libertà perduta attraverso l’amore spesso confuso con il sesso, soprattutto dai maschi, oppure alternativa alla mancanza di sentimenti veri.

Nella Polonia del 1990, i venti del cambiamento soffiano con forza ed euforia verso un futuro ancora incerto. Quattro donne, apparentemente realizzate, decidono di reagire per prendere in mano le decisioni sulle proprie esistenze. Agata (Julia Kijowska), moglie e madre, non è felice e cerca una via d’uscita nell’amore (non ricambiato) per un sacerdote cattolico. Renata (Dorota Kolak) è un’insegnante, ormai sulla strada della pensione, attratta da Marzena (Marta Nieradkiewicz),

una giovane vicina di casa che è stata reginetta di bellezza e il cui marito è andato a lavorare in Germania. La sorella maggiore di Marzena, Iza (Magdalena Cielecka), è la preside della scuola in cui insegna Renata e ha una relazione con un medico, sposato e padre di una sua studentessa.

Amori non ricambiati o traditi, ossessivi o irraggiungibili; speranza e delusione, lezioni di aerobica e di ballo, sensibilità e indifferenza in quattro storie intrecciate e raccontate parallelamente in un’atmosfera gelida e oppressiva, sobria e malinconica, claustrofobica e squallida, segnate da un humour nero minimalista e da spunti thriller. Corpi nudi e vestiti, depressi e stanchi, belli o sfatti, giovani e maturi offrono una visione tanto rarefatta quanto inquietante della realtà nel primo anno di libertà riconquistata, anch’essa solo apparente ed effimera.

Wasilewski – anche sceneggiatore, considerato in patria ‘il regista delle donne’ – offre un riuscito quadro della Polonia di allora e un ritratto di donne, costruito dal loro punto di vista, e dimostra di comprendere la psicologia e la sensibilità femminili attraverso la scelta accurata e l’ottima direzione delle sue attrici, tutte giuste e bravissime, appartenenti almeno a tre generazioni diverse e tutte divisi tra cinema e teatro. Dal film trapela il suo amore per i personaggi e per le sue magnifiche interpreti.

Nei ruoli maschili: Andrzej Chyra (Karol), Lukasz Simlat (Jacek) e Tomek Tyndyk (Ksiadz Adam). La, volutamente, sbiadita e cupa fotografia è del rumeno Oleg Mutu e il montaggio di Beata Walentowska.