Il tragico novembre del 1301

Il tragico novembre del 1301

La vendetta dei guelfi neri fiorentini

Prima parte

Donati contro Cerchi

   Nell’ultimo scorcio del ‘200, Firenze era immersa in una miscela esplosiva fatta di corruzione, invidie, rancori e desideri mai assopiti di rivalsa, pronta a esplodere e divampare con violenza non appena l’occasione propizia si fosse presentata.

   Erano passati sei anni da quando Giano della Bella era stato cacciato dalla città ma i suoi Ordinamenti di Giustizia, nonostante avessero perso rigore nell’applicazione e burlarli fosse meno difficile, vigevano ancora. I magnati penalizzati dagli ordinamenti d’ingiustizia, come li chiamavano, non si rassegnavano alla sconfitta ed erano disposti a riprendersi gli antichi privilegi a qualsiasi prezzo.

   I cronisti Dino Compagni e Giovanni Villani coincidono nel segnalare l’origine della spaccatura della società fiorentina in due fazioni che si fronteggiavano, nella rivalità sorta tra le casate dei Cerchi e quella dei Donati.

   I Cerchi era una di quelle famiglie venute dal contado che si erano arricchite con il commercio, gente nuova, come le definiva Dante. Avevano fondato una compagnia mercantile che in poco tempo si era piazzata tra le più potenti di Europa. La veloce ascesa e l’impegno negli affari non avevano permesso loro di adeguarsi interamente alle usanze della vecchia aristocrazia e, in sostanza, erano rimasti i semplici e pacifici villani di sempre.

   I Donati, famiglia di antica stirpe e di non grandi risorse economiche, erano guerrieri per tradizione come si addiceva alla loro condizione cavalleresca; secondo il Villani, venivano soprannominati i malefami. Capo della casata era Corso, l’eroe di Campaldino, uomo di grande fascino e carisma, bello, intelligente e audace, di maniere cortesi e suadente parlatore. Ambizioso e senza scrupoli; pur di raggiungere i propri scopi, non esitava a servirsi degli espedienti peggiori, dall’inganno alla corruzione, dal sopruso all’omicidio. Era ammirato, temuto e odiato con pari intensità, lo chiamavano il Barone per via della sua grande superbia e il grido di Viva il Barone! risuonava nei vicoli di Firenze quando passava, circondato dal suo codazzo di parenti e masnadieri che lo seguiva ovunque.

   A capo della casata dei Cerchi, c’era Vieri, sembra fosse altrettanto bello del suo rivale, anche lui cavaliere ma più versato nell’arte del commercio che in quello della guerra; predisposizione che non gli aveva impedito di comportarsi coraggiosamente nella battaglia di Campaldino quando si era offerto di far parte dei feditori, nonostante avesse una gamba malata. Il popolo minuto stava con lui e contava anche sulla scomoda simpatia di molti ghibellini, cosa quest’ultima che sfruttavano i suoi nemici per accusarlo di tradimento.

 Nel 1280 i Cerchi avevano acquistato il palazzo già appartenuto ai conti Guidi nel sesto di Porta San Piero, poco distante dalle case dei Donati. I nuovi ricchi, in ogni epoca, sono propensi a suggellare la loro ascesa con l’acquisto di una dimora avita dell’aristocrazia in declino e in questo i Cerchi non fecero eccezione. Avevano dotato il palazzo di mura e di torri e si erano dedicati a godersi, nei divertimenti e nel lusso, lo status raggiunto.

  Vedere il palazzo di una tra le più nobili e antiche famiglie della Toscana in mano a dei villani arricchiti era un affronto alla propria casta che i Donati non perdonarono mai. Sembra che Corso chiamasse Vieri “l’asino di Porta” e che al mattino chiedesse “ha raggiato oggi l’asino di Porta?”.

  Rivalità e disprezzo non avevano impedito a Corso di sposare una Cerchi che morì in circostanze poco chiare. Ferretto Vicentino, storico trecentesco, sostiene che la donna fosse sorella di Vieri e che fosse stata avvelenata dal marito e questa sarebbe stata la vera causa dell’inimicizia tra le due casate. E’ probabile che, data la cattiva fama di Corso, la versione circolasse al tempo dei fatti, a quanto sembra, però, non erano state trovate prove.

  Morta la moglie, Corso aveva deciso di sposare una ricca ereditiera del contado figlia di Accerito da Gaville. Incurante della ferrea opposizione dei parenti che ambivano l’eredità, con il suo fascino e le sue doti di buon parlatore aveva conquistato la fiducia della futura suocera e le nozze avevano avuto luogo.

  I Cerchi, imparentati con Neri da Gaville, avevano tentato senza successo d’impedire che l’eredità finisse nelle mani di Corso, inasprendo ulteriormente l’inimicizia.

  Nel 1298 era stato offerto un migliaccio di porco a certi giovani dei Cerchi trattenuti nel cortile del Podestà per una multa non pagata, inflitta a causa di una rissa con giovani dei Donati. Il migliaccio, evidentemente avvelenato, aveva causato la morte di quattro dei Cerchi, un Portinari e un Bronti. La vicenda aveva provocato grande scandalo, la pubblica opinione aveva accusato i Donati ma, in mancanza di prove, non erano stati condannati.

  L’anno precedente, durante la veglia funebre di una donna dei Frescobaldi, c’era stato un episodio che bene illustra la tensione che montava tra le due casate, pronta a degenerare in violenza per un nonnulla. Era usanza che nelle veglie funebri le donne si riunissero dentro la casa del defunto e gli uomini all’esterno; cavalieri e giudici sedevano su delle panche e i popolani per terra su delle stuoie. In quell’occasione gli uomini erano riuniti sulla piazza dei Frescobaldi; Cerchi e Donati si erano sistemati gli uni di fronte agli altri. A un certo punto, qualcuno si mise in piedi, forse per stirare le gambe o per qualche altro motivo. Gli avversari, fraintendendo il suo movimento, si erano alzati a loro volta denudando le spade. Prima che gli astanti si fossero resi conto di quel che era accaduto erano stati coinvolti nello scontro. La zuffa non era andata avanti grazie all’intervento di alcuni dei presenti che, dopo la sorpresa dei primi istanti, avevano reagito separando i contendenti.

  L’incidente avrebbe potuto avere pesanti conseguenze poiché, non appena si sparse la voce. dell’accaduto, gente armata si era presentata davanti al palazzo dei Cerchi con l’intenzione di muovere all’assalto dei Donati che li aspettavano asserragliati nelle loro torri. I Cerchi, per amore di pace o per viltà, si erano rifiutati di agire e avevano convinto i loro sostenitori a tornare a casa.

  Il poeta Guido Cavalcanti, intellettuale raffinato e solitario oltre a spavaldo cavaliere, cavalcando un giorno in compagnia di alcuni giovani Cerchi, si era trovato di fronte Corso Donati che cavalcava a sua volta, insieme a suo figlio Simone e altri cavalieri. Guido, senza esitare, aveva lanciato il cavallo contro Corso e gli aveva scagliato un dardo che aveva in mano, mancandolo. I Cerchi si erano dati alla fuga e Guido, trovandosi solo, era stato costretto a fuggire inseguito da Corso e i suoi che avevano denudato le spade. Era riuscito a scappare riportando soltanto una mano ferita da una pietra lanciata dagli avversari. Guido aveva buone ragioni per odiare e assalire il Barone che aveva tentato di farlo assassinare mentre tornava da un pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Anche in questa occasione i Cerchi manifestarono la loro incapacità di affrontare i Donati con le armi.

  Giovanni Villani e Dino Compagni ci hanno tramandato i nomi delle casate che parteggiavano per una o l’altra fazione; è interessante notare come non solo la città nel suo insieme fosse divisa ma anche le consorterie si erano spaccate e persino le famiglie.

  I Cerchi avevano il seguito maggiore, accresciuto dai ghibellini, grandi e popolani, e dal popolo minuto, per loro parteggiavano anche gli uomini di lettere come Dante e Guido Cavalcanti.

  Il popolo minuto vedeva in Vieri dei Cerchi uno di loro che aveva fatto fortuna ed era facile capirlo e identificarsi con lui perché i suoi modi e il suo linguaggio erano semplici, inoltre sembra che fosse per carattere pacifico e disponibile. Dino Compagni dice dei Cerchi: erano ben veduti, sì perché erano uomini di buona condizione e umani, e sì perché erano molto serventi…Dice anche: il popolo minuto gli amava, perché dispiacque loro la congiura fatta contro a Giano…affermazione che  contraddice quanto riportato qualche capitolo prima, come vedremo.

  Con i Cerchi si schieravano quelli che condividevano le idee di Giano della Bella …però che parea loro fussono stati dolenti della sua cacciata così Dino Compagni nel capitolo XXII del primo libro della sua “Cronica” ma, se torniamo al capitolo XIII dello stesso libro, apprendiamo che Vieri dei Cerchi insieme a Nuto Marignoli aveva suggellato i patti presi dai Grandi con Jean de Chalons, cavaliere della Borgogna, fatto venire a Firenze con il beneplacito di papa Bonifacio VIII, da poco insediato, per far cadere Giano e abolire gli Ordinamenti. Il de Chalons aveva portato con sé cinquecento cavalieri tedeschi e borgognoni e certi diplomi rilasciati dall’Impero che gli concedevano giurisdizione su terre e Comuni guadagnati per l’Impero; in quel periodo il seggio imperiale era vacante e il valore di quei documenti relativo. Caduto Giano, i Grandi si erano rifiutati di pagare il de Chalons dichiarando che la sua venuta non aveva avuto i risultati auspicati. Dopo aver letto questo capitolo risulta difficile pensare che i Cerchi si fossero dispiaciuti quando, finalmente, Giano era stato cacciato; al contrario, è evidente che fin dall’emanazione degli Ordinamenti, i Cerchi erano stati tra quelli che si battevano per abrogarli.

  In questa come in altre parti della sua “Cronica”, il Compagni si dimostra parziale. Dino, al tempo degli Ordinamenti, era stato accanto a Giano e, forse, per giustificare la sua posteriore adesione ai Cerchi tenta di farli apparire, non già come sostenitori del della Bella ma neanche come partecipanti alla congiura che determinò la sua caduta.

  La presa di posizione per l’uno o l’altro schieramento, in molti casi, non aveva un vero movente politico ma era dettata da legami personali. Lo dimostrano due brani della “Cronica” che riporto in seguito:
….Fu ancora di loro parte (dei Cerchi) Guido di messer Cavalcanti, perché era nimico di messer Corso Donati; Nando Gherardini perché era nimico de’ Manieri, parenti di messer Corso, messer Manetto Scali e i suoi consorti, perché erano parenti dei Cerchi; messer Berto Frescobaldi, perché avea ricevuto da loro molti danari in prestanza; messer Goccia Adimari, per discordia avea co’ consorti

  Con la parte di messer Corso Donati tennono messer Rosso messer Arrigo e messer Nepo e Pinuccio dalla Tosa, per grande usanza e amicizia; messer Gherardo Vetraia;  messer Geri Spini e i sui consorti, per l’offesa fatta; messer Gherardo Sgrana e messer Bindello (entrambi degli Adimari) per usanza e amicizia…

 Curiosamente tra i seguaci dei Donati, il Compagni omette il nome dei Buondelmonti, una delle casate nobili, tra le più antiche della Toscana,  menzionati, invece, da Giovanni Villani.

   I Cerchi erano riusciti a inserire i loro uomini nei posti chiavi del Comune, contavano  sull’appoggio dei Priori e molti cercavano di convincerli a prendere la Signoria. Avevano la forza numerica per insediarsi come Signori di Firenze senza dover ricorrere alle armi, ma si rifiutavano di farlo.

  L’appoggio più imbarazzante era quello dei Ghibellini e, a quanto pare, non solo di quelli fiorentini perché, sempre secondo Dino Compagni, davanti alla bellicosità dei Donati …minacciavano con l’amistà de’ Pisani e delli Aretini. I Donati ne temeano e diceano che i Cerchi avevano fatto lega con i Ghibellini di Toscana.

   Voci di quelle pericolose amicizie erano arrivate alla Corte di Roma e Bonifacio VIII convocò Vieri per un chiarimento.

Gladis Alicia Pereyra

Continua

Il tragico novembre del 1301 – Parte seconda