In venti minuti

IN VENTI MINUTI

  Irene attraversò la strada quasi correndo; non voleva arrivare, come al solito, giusto nel momento in cui l’autobus partiva o era appena passato. Alla fermata c’era un gruppetto di gente e dalle facce, annoiate e infreddolite, si capiva che aspettavano da molto. Bene, pensò Irene, vuol dire che non tarderà. Voleva dire anche viaggiare in piedi e dopo una giornata passata ferma dietro a chiome bagnate con un fon in mano sedersi diventava una priorità.
Era stata una giornata faticosa ma allegra e divertente, sempre nel salone di Pierre l’atmosfera era leggera e giocosa. Pensando a Pierre sorrise, era uno schianto di uomo, somigliava a Raul Bova e poi era dolce, allegro, generoso, un principale migliore era inimmaginabile. Lavorava per lui da ben sette anni e ora le costava lasciarlo. I genitori l’assillavano cercando di convincerla a mettersi in proprio; erano disposti persino a finanziarla e non capivano la sua esitazione. Non avrebbe potuto permettersi un grande salone in centro, come quello in cui lavorava, ma sì un locale di medie dimensioni in un quartiere non residenziale, ma neanche periferico. Economicamente sarebbe stata una svolta; tuttavia, non si decideva. Il coraggio non le mancava, la sicurezza nella propria capacità professionale neppure; il fatto era che si trovava troppo bene con Pierre e con le altre ragazze.
Devo prendere una decisione, si disse, hanno ragione loro, non posso continuare ad accontentarmi di uno stipendio quando ho la possibilità di guadagnare sul serio, ormai sono una parrucchiera esperta, e l’odierna consapevolezza la rimandò, non senza una punta di nostalgia, al tempo in cui aveva cominciato a lavorare al lavaggio, era ancora una ragazzina. Ricordò come le batteva il cuore e come arrossiva ogni volta che Pierre la chiamava o semplicemente la guardava, perché era innamorata, follemente innamorata di lui; poi era arrivata la grande delusione.
Un venticello tagliente le congelava il naso e la punta delle dita nonostante i guanti; si aggiustò la sciarpa e alzò il bavero del cappotto. Proprio oggi mi si doveva rompere il motorino, pensò, mentre guardava verso il fondo della via dove sarebbe dovuto comparire l’autobus che tardava più del solito, malgrado ci fosse poco traffico perché il freddo, intenso e repentino, induceva a godersi la serata a casa.
I minuti passavano e dell’autobus non si avevano notizie. Cominciava a innervosirsi, guardò l’orologio: le otto meno un quarto, chissà a che ora sarebbe arrivata. Gli zii e le ragazze sicuramente erano già lì che l’aspettavano e tra qualche minuto la madre l’avrebbe chiamata. Tirò fuori il cellulare da una tasca del cappotto, le tacche blu sull’icona della batteria erano due, tra poco sarebbe rimasta senza telefono. Senza credito era già, aveva dimenticato di andare al bancomat e quindi non poteva neanche inviare messaggi. La telefonata non si fece aspettare. -Dove sei?- le domande di sua madre erano sempre perentorie, sarebbe dovuta entrare in polizia -ancora non ho preso l’autobus-    -Come mai?-  -Non arriva, mamma, che ci posso fare- -Ormai sono tutti qui, manchi solo te-  -E che ci posso fare? Non mi aspettate-. Silenzio, cellulare morto. L’autobus stava arrivando, extrapieno, si aprirono le porte ma nessuno scese. Irene a malapena riuscì a salire, le porte si richiusero e lei restò schiacciata tra corpi estranei che la soffocavano e la sorreggevano. Alla fermata successiva, spinta dai passeggeri che dovevano scendere, si ritrovò accanto a un sedile appena lasciato libero e poté sedersi. Sospirò, si tolse lo zainetto dalla schiena e si rilassò.
Tutta la stanchezza della lunga giornata le piombò addosso ma non aveva importanza, era stata fortunata a trovare un posto, ora poteva riposare e pensare alla bella serata che l’attendeva. Zio Gabrielle e suo padre si sarebbero messi a guardare la partita e avrebbero mangiato seduti sul divano davanti al televisore, mentre lei, la madre, zia Elsa e le due cugine si sarebbero lasciate andare al piacere di parlare e ridere e di ridere e parlare. Qualsiasi argomento, per serio che fosse, si prestava alle battute ironiche, irriverenti, della zia e della più giovane delle cugine e l’allegria dilagava. A volte, però, si rideva amaro, come le capitava quando si toccava il tema del suo amore per Pierre e delle illusioni che si era fatte perché lui si comportava in modo particolarmente affettuoso con lei, finché era comparso quel biondino insignificante e si era capito che il bel Pierre era gay. Ormai non le importava più, ma allora aveva sofferto e come! e ancor oggi, quando si scherzava sul suo grottesco abbaglio, la ferita ricominciava a sanguinare.
Dopo qualche fermata, Pierre e il lavoro e la possibilità di mettersi in proprio svanirono nel confortevole tepore del bus, particolarmente gradevole dopo tutto il freddo preso alla fermata. Irene sentiva con piacere come i suoi muscoli, stanchi e contratti, si scioglievano, il vocio dei passeggeri si allontanava e le luci che correvano dietro il vetro del finestrino piano piano sfumavano, si mescolavano indistinte con i volti, i cappotti, le sciarpe che gremivano l’interno dell’autobus. La sensazione di benessere aumentava nonostante cominciasse a fare troppo caldo. Dovrei togliere la coperta, ma ora non mi va, pensò, mentre lentamente le palpebre si abbassavano e la testa si piegava verso la spalla sinistra.
Una ventata d’aria fredda la costrinse ad aprire gli occhi e a raddrizzare la testa che pendeva di lato; si guardò attorno non del tutto sveglia: era su un autobus vuoto, le porte erano aperte e il conducente stava dicendo, mentre scendeva -capo linea, bisogna scendere- Irene si alzò, le faceva male il collo, soltanto allora fu completamente sveglia e capì cosa era successo. Che disastro, pensò, non ci posso credere, mi mancava solo questo.
Scese e andò dal conducente che aveva acceso una sigaretta e parlava con due colleghi, dovette vincere la vergogna che provava prima d’interpellarlo. -Mi scusi, mi può dire tra quanto parte il prossimo?- L’uomo era giovane e non brutto, la guardò con un mezzo sorriso complice che aumentò in lei il disagio. -Tra venti minuti-  -Che disastro, che disastro, arriverò tra un’ora-  – Dove deve andare?-  -Alla fermata di via Puccini e via Verdi-  -Le conviene camminare fino a viale Kennedy e prendere il 402 che passa spesso, la lascia in via Verdi all’altezza di via Rossini, non so se per lei va bene-  -Si, mi lascia un po’ più lontano ma va bene lo stesso e come si arriva a viale Kennedy?-   -Prosegua per questa via fino all’angolo dove c’è una farmacia, gira a sinistra, al terzo incrocio gira a destra e subito a sinistra e si trova in viale Kennedy, venti metri sulla destra c’è la fermata del 402, è facile non si può sbagliare-  -Grazie, molto gentile, ci provo-  -Se non passa, si ricordi che tra venti minuti parte questo-  -Sì, grazie, arrivederci-
Si allontanò rapidamente, era furiosa con se stessa. Non capisco, non capisco, si ripeteva, e non posso nemmeno telefonare. Arrivata all’angolo della farmacia girò a sinistra, come le era stato indicato, continuò a camminare per quella stradina deserta e mal illuminata e al secondo incrocio non si ricordava più se doveva girare in quello o nell’altro, decise che doveva essere al terzo e proseguì.
Non aveva fatto venti passi quando sentì un urlo; mai aveva sentito un urlo del genere, non sembrava neanche umano, era un grido rantolante, strozzato, tremendo. Si fermò, il cuore saltellava, rimasse in ascolto, silenzio; deve essere stato qualche imbecille che si diverte a urlare così, si disse per farsi coraggio. Attraversò senza sapere perché lo facesse, non ricordava più dove doveva andare, le gambe le tremavano, avrebbe voluto mettersi a correre, quel grido si prolungava nel cervello con angosciose risonanze. Accelerò il passo e voltò a sinistra quasi correndo, lo spettacolo che si trovò davanti fu tale da inchiodarla al marciapiede.
Riversato sulla strada c’era il corpo di un uomo in una pozza di sangue, mentre un altro, chinato su di lui alzava il braccio, coltello in mano, per assestare un’altra pugnalata. Il movimento si arrestò a metà strada, l’uomo si drizzò lentamente, fissando Irene con lo sguardo di chi si è appena svegliato. La giovane non riusciva a muoversi, guardava affascinata quelli occhietti piccoli, acquosi, dove piano si accendeva una scintilla malsana. Il senso di quella scintilla era inequivocabile e Irene lo decifrò con l’istinto della preda che s’imbatte nel cacciatore; fece dietrofront e si allontanò rapidamente lungo la via appena percorsa. Sentiva che l’avrebbe inseguita, ma non voleva mettersi a correre, le sembrava che correndo avrebbe peggiorato la sua situazione: davanti a un animale pericoloso non si deve mai correre. Non sapeva verso dove dirigersi, cercava di ricordare in quale direzione si trovava la fermata del bus, ma la sua mente offuscata dal terrore non l’aiutava. Il rumore di un incedere rapido e pesante, la spinse a iniziare la corsa. Le gambe lunghe e ben tornite erano sempre state uno dei suoi vanti, ora potevano diventare la sua salvezza.  Corse all’impazzata, come le gazzelle quando le leonesse scendono a caccia, la sorreggeva la forza della giovinezza e della paura.
Non aveva idea di dove stesse andando, percorse viuzze strette buie e deserte; neanche un portone o una serranda aperta, un bar, un tabaccaio, niente. Si era persa in una città fantasma braccata da un pazzo criminale e senza poter chiedere aiuto; se non avesse dimenticato di mettere in carica il cellulare avrebbe potuto chiamare la polizia, ma il telefonino era morto come l’uomo all’angolo, come sarebbe stata lei tra non molto se non trovava una via di salvezza. Ogni tanto si voltava per controllare la distanza che la separava dal suo predatore; lo vedeva sempre più lontano, finché non lo vide più. Rallentò, aveva bisogno di prendere fiato per poter pensare, doveva trovare il modo di uscire da quel dedalo di vicoli in cui mancava qualsiasi segno di vita e raggiungere il viale dove passavano gli autobus; alla fermata ci sarebbe stata gente e lui non avrebbe osato aggredirla davanti a testimoni, a rischio di essere costretto a compiere una strage. Le sembrava di avere la febbre, era ricoperta di un sudore freddo, sotto il maglione la maglietta era madida, il cuore sembrava sul punto di scoppiare, rallentò ancora, era inutile sprecare forze in una corsa che non la conduceva da nessuna parte.
L’uomo non si vedeva più ma forse stava arrivando, doveva approfittare della tregua per pensare a come uscire da lì. Si fermò e guardò le facciate anonime dei caseggiati mezzo nascoste dalle macchine parcheggiate, con disperazione si accorse di non avere idea di dove si trovava, quelle viuzze erano tutte uguali, una valeva l’altra, la sua salvezza era in mano al caso. E lui come mai aveva desistito di prenderla?  Sicuramente era della zona, la sapeva in trappola, l’avrebbe potuto raggiungere in qualsiasi momento, senza sforzarsi. A quest’idea il terrore la paralizzò, sentì le gambe deboli, non l’avrebbero sorretta a lungo e allora sarebbe stata la fine, ma due secondi dopo correva nuovamente. Le sue gambe erano scattate da sole quando dal buio di un incrocio aveva visto comparire la figura tozza e compatta del suo inseguitore. Ora era vicino, sentiva il rumore dei suoi passi pesanti e il suo ansimare. E’ vecchio, pensò, magari gli scoppiasse il cuore! Era riuscita a prendere un certo vantaggio, ma sentiva che non sarebbe durato. Doveva scoprire un posto dove nascondersi, un androne, dietro una macchina; le macchine, però, erano attaccate al muro, impossibile rifugiarvisi dietro. Per guardare la serrata fila di macchine parcheggiate, andò a sbattere contro la ruota di un motorino lasciato quasi in mezzo alla strada, si fece male alla gamba e poco mancò perché finisse lunga distesa sull’asfalto irregolare. Avrebbe voluto urlare chiedendo aiuto ma come in un incubo aveva la lingua bloccata. Il terrore si mischiava a un senso d’impotenza, di fatalismo che le fiaccava le forze. Come era possibile che non passasse una macchina, che un portone non si aprisse per lasciar entrare o uscire qualcuno, era in una città morta. Se avesse alzato gli occhi avrebbe notato che dalle persiane chiuse filtrava luce, alcune erano aperte e lasciavano vedere attraverso i vetri soffitti bassi e lampadari dozzinali; in ogni caso notarlo non le avrebbe servito a nulla.
Sbucò in una via più ampia e meglio illuminata, anziché macchine parcheggiate contro i muri, c’erano marciapiedi. La via era deserta come i vicoli ma le possibilità che ci fosse qualche bar aperto erano maggiore. Continuò a correre. Le forze cominciavano a scemare, le gambe le tremavano, perdeva velocità; inciampò e sarebbe caduta se non avesse trovato sostegno in uno dei battenti di un portone di legno, l’altro battente era aperto. Si catapultò nell’androne che era vuoto e debolmente illuminato. Per una frazione di secondo si credete in salvo, poi l’evidenza s’impose: così come era entrata lei sarebbe entrato lui. Si lanciò sul battente e tentò di chiuderlo, era inamovibile, forse per questo era rimasto aperto, tentò affannosamente di trovare ciò che lo bloccava ma senza risultato. Lasciò il portone e si precipitò a suonare all’unica porta che dava sull’ingresso. Dall’interno non arrivò alcun rumore, suonò ancora e ancora, inutilmente. Cercò con lo sguardo un nascondiglio e vide la scala ma prima di raggiungerla, comparve lui, trafelato.
L’uomo si appoggiò un momento al battente aperto e la fissò, non si mosse quando lei scattò verso la scala. Sono in trappola, sono in trappola e lui lo sa, si disperava mentre saliva da due a due gli scalini. Non si fermò al primo pianerottolo, quando arrivò al secondo pensò che la testa le sarebbe esplosa. Il sangue batteva con violenza nelle tempie, il cuore la soffocava. Suonò alle due porte che trovò, non rispose nessuno, percepiva il respiro di lui che aveva iniziato a salire. Fece con impeto le due rampe che la portarono al terzo piano ma dovette fermarsi, si sentiva mancare, le si annebbiava la vista e aveva tanto caldo. Si appoggiò al muro, i passi pesanti e l’ansare di lui le colpivano l’orecchio mescolati al folle martellare del proprio cuore. Disperata, suonò più volte a una e all’altra porta. Silenzio, poi un lento ciabattare e una voce da vecchia che diceva: Chi è? Chi è? -Mi apra mi apra! per favore, mi apra!-   -Ma chi è? Ma che vuole a quest’ora? Non mi serve niente, se ne vada- e il ciabattare si allontanò mentre i passi sugli scalini erano sempre più vicini.
Quale forza la portò al quarto e al quinto piano non avrebbe saputo dirlo, lasciò stare i campanelli, tanto era inutile. Al quarto piano sentì la sigla del telegiornale, ma non se ne curò e continuò a salire. Dal pianerottolo del quinto piano una sola rampa di scale portava a una porta di metallo, sicuramente quella della terrazza. L’assalì la folle speranza di trovarla aperta e di poter fuggire per i tetti come nei film. Si sentiva capace di farlo, nonostante l’intero organismo le mandasse allarmanti segnali. La porta era chiusa, l’ultima vaga possibilità di fuga svaniva. Si appoggiò alla porta e tese l’orecchio: lui continuava a salire, lenta e inesorabilmente saliva. Pensò di andargli incontro, di giurargli che non avrebbe parlato con nessuno di quello a cui, senza volere, aveva assistito; poi ricordò quel bagliore, quel lampo omicida nei piccoli occhi e capì che non l’avrebbe risparmiata. Era sfinita, ormai solo un miracolo l’avrebbe salvata, sentì una terribile voglia di piangere, ma anche quello non aveva più senso.
Il suo sguardo vagante si posò, per puro caso, su certi oggetti appoggiati al muro in un angolo dell’angusto pianerottolo. Si avvicinò senza sapere bene perché. C’era una vecchia griglia molto sporca e un arnese che sembrava uno spiedo di quelli che si usano per infilzare i polli da arrostire, aveva una discreta punta, tutta arrugginita. Irene sentì una sorta di formicolio lungo la colonna vertebrale e dal più buio e recondito cantuccio della sua anima cominciò a sorgere un qualcosa di terribile, di mostruoso, che le provocò più sgomento della fine imminente, perché capì che quel qualcosa era stato sempre lì, come un mollusco degli abissi che attende il momento di venire a galla. Restò immobile fissando affascinata quel lungo bastone di ferro con la sua punta arrugginita. No, non lo posso fare; poi come potrei vivere? La sua coscienza si ribellava inorridita. Si allontanò dai ferri e si avvicinò alla scala, protese l’orecchio: dal rumore calcolò che lui stesse arrivando al quarto piano. Non respirava, per un istante lunghissimo le sembrò che tutti i suoi processi vitali si fermassero e alla fine l’impensabile si tramutò nell’unica strada possibile. Si girò di scatto e andò a prendere lo spiedo, poi scese a capofitto due rampe di scale, lo spiedo appoggiato al fianco destro e sostenuto con entrambe le mani. Destino vuole che preda e cacciatore s’incontrassero all’inizio dell’ultima rampa che portava al quinto piano, ma ora i ruoli erano invertiti. Con uno slancio furioso, Irene scese gli ultimi scalini aggrappata alla sua lancia. La punta acuminata forò il maglione verde scuro sulla pancia prominente e andò oltre la camicia e la pelle a cercare le fonti della vita. L’uomo aprì smisuratamente i piccoli occhi acquosi dove ogni maligno bagliore si spense. Spalancò la bocca ma non né uscì suono, le sue mani afferrarono il ferro che la giovane aveva mollato con orrore, barcollò e cadde in ginocchi, poi si riversò su un fianco mentre dalla bocca fluiva il sangue. Irene si teneva con forza alla ringhiera per impedirsi di rotolare giù e guardava sbalordita la sua opera: lui era rimasto immobile attaccato allo spiedo, con le ginocchia piegate e gli occhi aperti girati all’insù.
Nei piani di sotto una donna stava dicendo: sì, anche a me hanno suonato, ma quando sono arrivata non c’era nessuno- E un’altra: io sono venuta ad aprire ma poi ho avuto paura, sono sola e a quest’ora chi poteva essere, mica un venditore. Chissà quando aggiusteranno quel maledetto portone!
Irene attese, senza lasciare la ringhiera, che le donne tornassero nei loro appartamenti, poi scese lentamente per paura che le gambe la tradissero. Uscì sulla strada e cominciò a camminare, il tremore alle gambe non passava, qualche gocciolina le cadde sulle ciglia e si accorse di avere la faccia madida, si tolse il guanto della mano destra e cercò in tasca un fazzoletto, si asciugò e poi esaminò con attenzione il cappotto, i guanti, non trovò neanche una macchiolina. Non è successo niente, amore, non è successo niente, dall’infanzia la voce della madre la rassicurava. Mentre rimetteva il fazzoletto in tasca, vide la croce verde della farmacia: era sulla via che portava al capolinea dell’autobus. Affrettò il passo, non è successo niente, non è successo niente.
Arrivò alla fermata, il bus era ancora lì, aveva tutte le luci accese e dentro c’era qualche passeggero. Salì dalla porta posteriore, il conduttore si accingeva a entrare nella cabina di guida, nel vederla si fermò: il 402 non è passato?- Le chiese sorridendo, lei lo guardò smarrita, ma si riprese subito. -No, non è passato- la voce tradiva l’agitazione. -Sento che ha dovuto correre-  -Sì, ho corso per paura di perdere anche questo-  -Bene, ora partiamo. Si rilassi, ma non troppo, altrimenti le capita lo stesso di prima- e sorrise complice.
Passò una ambulanza a sirene spianate preceduta da una volante della polizia; poco dopo il suono finì. – Un’altra ambulanza e che è successo?- borbottò un uomo anziano  -E questa è andata qua vicino-  -Ci sarà stato qualche incidente- commentò una donna. -Due incidenti, perché l’altra è andata più lontano-  L’autista mise in moto. Lo hanno trovato, pensò Irene e poi si rassicurò: ma era ben morto e non ci sono testimoni. Le porte si chiusero e l’autobus partì, in perfetto orario.

Gladis Alicia Pereyra

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  1. parolaia ha detto:

    Racconto ansiogeno che ho molto apprezzato

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