Planetarium

Fin dal suo debutto con “Belle Epine” (2010, Settimana della Critica a Cannes, Premio Louis Delluc e della Critica alla Miglior Opera prima), la regista francese Rebecca Zlotowski è stata coccolata dalla critica, il fatto è stato poi confermato da “Grand Central” (2013, Un Certain Regard a Cannes). Ora in Italia esce la sua terza opera, ancora più ambiziosa e complessa, “Planetarium”, presentata come evento fuori concorso alla 73a. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e al Festival di Toronto, e in anteprima nei giorni scorsi a Rendez Vous, la rassegna del cinema francese recente. Però stavolta la pellicola incrocia troppi temi e spazia su più generi, dallo spiritismo alla persecuzione nazista, dal cinema nel cinema al rapporto tra due sorelle e un illuminato produttore, dalla politica al razzismo.

Verso la fine degli anni ’30, le sorelle Barlow, Laura (la premio Oscar Natalie Portman e nuova nomination per “Jackie”) e Kate (Lily-Rose Depp, figlia di Johnny e Vanessa Paradis), due americane che praticano sedute spiritiche pubbliche e private, sono in tour per l’Europa. A Parigi incontrano André Korben (Emmanuel Salinger), noto produttore cinematografico francese proprietario di uno dei più grandi studi della Francia, dove produce film utilizzando costose tecniche d’avanguardia.

Nonostante il suo scetticismo, Korben, quasi per gioco, decide di sottoporsi a una seduta spiritica con le due ragazze – la più giovane, Kate, è la vera medium -, ma resta profondamente colpito da questa esperienza, tanto da offrire loro ospitalità nella sua villa e stipula con le sorelle un contratto per realizzare un ambizioso esperimento: dirigere il primo vero film sull’esistenza dei fantasmi. Ma presto Laura – diventata attrice – capirà che vi sono ragioni ben più oscure che legano l’uomo a loro…

Suggestivo sul versante visivo e in bilico fra realtà e finzione, “Planetarium” non raggiunge mai l’equilibrio tra emozione e riflessione per riuscire a coinvolgere completamente lo spettatore a cui viene richiesta un’attenzione particolare. Infatti, la sceneggiatura della stessa Zlotowski e Robin Campillo, racconta e intreccia storie realmente accadute ma romanzate e reinventate attraverso il filtro della realtà contemporanea, piene di riferimenti e citazioni (per i locali e per l’inno l’autrice si è ispirata a “Cabaret” di Bob Fosse), fra passato e presente, vita e morte.

“Non è stato facile fare il film neanche nel mio paese – dichiara l’autrice a Roma per presentarlo – perché c’è paura. Una storia complessa esige anche complessità nel realizzarla e indurre il pubblico a una riflessione successiva. Il clima politico e critico che ci circonda, ci sommerge – spiega sull’idea iniziale del film -; il desiderio di filmare un’attrice straniera che si trasferisce in Francia (la Portman ndr.); rivendicare personaggi dal destino glorioso e una voglia molto forte di credere nella finzione… Ho sentito la necessità di trattare il mondo insidioso, crepuscolare, nel quale siamo entrati, con gli strumenti romanzeschi. Ho pensato a questa frase di Duras (Marguerite ndr.) così inquietante quando ci si pensa: Non si sa mai quando si è sul punto di cambiare”.

“Ho avuto il desiderio di spingermi – prosegue – verso un lavoro particolare con gli attori. Le riprese dei miei primi due film sono durate poco, e questo mi aveva lasciato affamata: sentivo il bisogno di lavorare su quel lato, di mettere gli attori in trance fisica, esplorare il mondo dei riti e delle possessioni, le manifestazioni fisiche ma senza arrivare ai riti girati da Rouch (Jean, il grande documentarista ndr.) in ‘Les Maitres Fous’ e, anche se questa pista esiste nel film, non è solo che una piccola parte. E poi non mi rendo conto della mia stessa ossessione di raccontare l’invisibile, in questo caso era l’incombenza della catastrofe nazista”.

E sui personaggi, precisa: “Mi sono subito interessata alla storia delle sorelle Fox, tre sorelle medium americane che hanno inventato lo spiritismo alla fine del 19° secolo (nella sua opera la loro vicenda è stata spostata di oltre 40 anni ndr.), grande mito americano. Il loro successo è stato considerevole, portando alla nascita e al prosperare di una dottrina con centinaia di migliaia di adepti in tutto il mondo, fino ai circoli intellettuali dell’Europa. Un episodio poco conosciuto ma che mi ha affascinato: l’assunzione, per un anno, da parte di un ricco banchiere (sostituito nel film dalla figura del produttore Bernard Natan ndr.), di una delle sorelle per incarnare lo spirito della moglie defunta. Questa storia mi è piaciuta. E’ stato un punto di partenza da thriller, fortemente hitchcockiano”.

“Non ho avuto bisogno di inventarmi la figura di un produttore – conclude la regista – la cui caduta fosse prevista: era già esistito. Bernard Natan, ricco produttore di origine romena, naturalizzato francese, veterano di guerra, partito da niente, che aveva rilevato la Pathé Cinema nel 1929, era stato vittima di una campagna antisemita che lo aveva costretto a dimettersi dalle sue funzioni, prima di essere destituito dalla sua nazionalità francese per poi essere consegnato dalle autorità a Auschwitz via Drancy”.

Assecondano i tre bravi protagonisti, Louis Garrel (l’attore Fernand Prouvé), anche nell’altro film in uscita, “Mal di pietre”; Amira Casar (Eva Said), Pierre Salvadori (André Servier), David Bennent (Juncker) e Damien Chapelle (Louis). Ottima ambientazione anni Trenta firmata dal direttore della fotografia Georges Lechaptois, dalla costumista Anais Romand, dalla scenografa Katia Wyszok, dal trucco e parrucco di Sarai Fiszel e Catherine Leblanc-Careas. Il montaggio è di Julien Lacheray e le musiche di Rob. Nelle sale italiane dal 13 aprile distribuito da Officine Ubu.