L’altro volto della speranza

Aki Kaurismaki è tornato, e sempre in grande forma. “L’altro volto della speranza” (The Other Side of Hope) è, ovviamente, una commedia tra favola e realtà, surreale e ironica, tenera e graffiante, divertente e politica. Il suo è, sempre e comunque, un mix esplosivo, intenso e poetico, potente e attuale, toccante e corrosivo.

Ad oltre sei anni da “Miracolo a Le Havre”, il regista finlandese – Orso d’argento per la Miglior Regia alla 67a. Berlinale – racconta le vicende incrociate di un rifugiato siriano appena sbarcato a Helsinki e di un commesso viaggiatore finlandese con il pallino del gioco d’azzardo; attorniati da una variegata galleria umana di periferia, solidale e generosa.

Infatti, Wikstrom (Sakari Kuosmanen, da “Leningrad Cowboys Go America” a “L’uomo senza passato”) è un rappresentante di camicie che, dopo aver lasciato la moglie e il lavoro, punta tutto su una partita a poker per cambiare vita. Khaled (Sherwan Haji) è un giovane rifugiato siriano, clandestino su una carboniera, che si ritrova a Helsinki quasi per caso, e anche lui spera di cambiar vita.

Le autorità però decidono che Khaled non ha proprio le condizioni del rifugiato e vorrebbero rispedirlo ad Aleppo ma, dopo essere stato picchiato da una banda di razzisti, incontra Wilkstrom che decide di aiutarlo. A questo punto, i due tentano di ricominciare con la gestione de ‘La Pinta Dorata’, un ristorante triste e ormai senza clienti, trasformandolo in un locale ‘sushi’ alla moda. E così un rifugiato, un commesso viaggiatore, un cuoco, una cameriera, un direttore di sala e un cane, tutti insieme, forse, riusciranno a trovare la strada giusta per il loro futuro.

Senza ricorrere ai classici ‘messaggi’ ed evitando ogni retorica, Kaurismaki affronta la situazione dell’Europa attuale con lucidità e intelligenza. Una società dove – per fortuna e contrariamente ai governi – esiste ancora la solidarietà e la speranza, dove non è tutto bianco o nero, e quindi non si tratta di ‘buoni e cattivi’ ma di uomini e donne che, nonostante le difficoltà e le barriere, cercano di sopravvivere insieme, al di là di pregiudizi e regole sbagliate, leggi ingiuste e falsi confini.

“Con questo film – scrive l’autore nelle note di regia -, cerco di fare del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come delle vittime che meritano compassione o come degli arroganti immigrati clandestini a scopo economico che invadono le nostre società con il mero intento di rubarci il lavoro, la moglie, la casa e l’automobile”.

E ci è riuscito benissimo raccontando – come dice lui stesso – “una storia onesta e venata di malinconia trainata dal senso dell’umorismo, ma per altri aspetti anche un film quasi realistico sui destini di certi esseri umani qui, oggi, in questo nostro mondo”.

Nel cast: Ilkka Koivula (Calamnius), Janne Hyytiainen (Nyrhinen), Nuppu Koivo (Mirja), Kaija Pakarinen (la moglie), Niroz Haji (Miriam), Simon Hussein-Al Bazoon (Mazdak), l’attrice feticcio Kati Outinen (da “La fiammiferaia” a “Miracolo a Le Havre”) e in un ruolo cameo del vecchio scrittore, produttore e regista svedese Jorn Donner (“Amare”, 1964).