Le trame del destino

LE TRAME DEL DESTINO

 

  Destino, caso, coincidenza sono argomenti dominanti nel cinema d’autore degli ultimi anni. Sarà per le incertezze della nostra vita quotidiana attuale e futura, esasperate dall’annunciata catastrofe ecologica e dalle esagerate corse verso denaro e successo – sempre più spesso usati come sinonimi -, per non parlare di guerra e terrorismo che però (anche se facciamo finta del contrario) sono sempre esistiti, ma questi temi hanno sedotto, tra gli altri, autori del calibro di Woody Allen, David Cronenberg, Danis Tanovic (regista del pluripremiato “No Man’s Land”, Oscar per il miglior film straniero), Patrice Leconte e Alejandro Gonzalez Inarritu. E’ vero che sono argomenti che hanno sempre interessato un grande schermo bisognoso di colpi di scena e di imprevisti per tenere desta l’attenzione del pubblico, ma probabilmente mai come in questo periodo.
Se per destino si intende l’insieme delle cause che si crede abbiano determinato eventi decisivi e immutabili nell’esistenza di ognuno di noi, sarebbe impossibile pensare di poterli cambiare. Si dice spesso “aveva il destino segnato” o si parla di “ineluttabilità del destino” ma se così è, chi è che disegna il nostro destino. Una volta erano gli dei, poi Dio o chi per lui. C’è sempre (o quantomeno lo crediamo) qualcuno che ha già pensato a costruire la nostra vita nei minimi particolari. Il caso fa parte di quel destino già segnato oppure è un in più che nemmeno Dio ha previsto. Il caso è invece un avvenimento fortuito, accidentale, imprevisto che può cambiare l’esistenza delle persone. Ci sono anche le “variazioni”, ovvero il fato, la fortuna, la sorte oppure, in positivo e per i credenti, la provvidenza: azione esercitata da Dio sul mondo creato. Ma a volte il destino diventa una sorta di alibi per non rischiare, per evitare di fare azioni che crediamo pressoché inutili in partenza. Altre volte scopriamo di aver mancato o rifiutato incosciamente quelle occasioni che avrebbero cambiato non solo la nostra vita ma anche quella della nostra famiglia, o della comunità intera. C’è anche qui lo zampino del destino?
Al cinema tutto sembra iniziato (o ricominciato) qualche anno fa con le variazioni sul tema del “se” e precisamente con “Sliding Doors” che, se non arrivava all’analisi filosofica, ci provava dal punto di vista esistenziale con i toni della commedia sentimentale. Da allora una serie di opere di ogni genere e qualità che si domandavano cosa fosse accaduto “se” solo avesse saputo, non fosse partito, non si fosse sposata e via dicendo, hanno invaso il grande schermo. Persino il thriller orrorifico ne sfornò una serie di successo, quel “Final Destination” che teorizza l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, anzi ci si può sfuggire per breve tempo, ma prima o poi l’appuntamento fatale si ripresenterà.
Dice Tanovic a proposito del destino nel suo film “L’enfer” (2006), da una sceneggiatura di Krzysztof Piesiewicz per Krzysztof  Kieslowski: “Sì le tre donne considerano la colpevolezza del padre come una sorta di destino, e al tempo stesso altri personaggi diranno che si tratta di pure coincidenze. Rompendo il non detto, violando i silenzi, le sorelle si ritrovano e possono cominciare a vivere più liberamente. Penso che non ci sia una risposta alla domanda relativa all’esistenza delle coincidenze o del destino. Oggi vogliamo delle spiegazioni per qualunque cosa, vogliamo conoscere il perché di tutte le cose, controllare tutto e alla fine semplifichiamo tutto. Siamo la ‘instant generation’, la generazione dell’attimo, che esige risposte brevi ed immediate”.
D’altra parte Woody Allen in “Match Point” offre la possibilità di analizzare un’altra via, che lui chiama ‘fortuna’. Se i protagonisti si conoscono per caso e il loro incontro diventa un colpo di fulmine, sarà poi lui, il protagonista, a prendere le redini del (suo) destino, non fermandosi davanti a nulla pur di salvare lo status che si è “conquistato” e rinunciando a una parte della felicità (cioè all’amore) per non perdere la posizione (il denaro).
“Colui che ha detto – dichiarava, in occasione dell’uscita del suo film, Allen – ‘Preferirei essere fortunato che buono’ aveva capito tutto della vita. Le persone  non vogliono accettare il fatto che gran parte della nostra vita dipende dalla fortuna. E’ spaventoso pensare quante siano le cose che sfuggono al nostro controllo. Ci sono momenti, in una partita di tennis, in cui la palla colpisce la parte alta della rete e per una frazione di secondo non sappiamo se la supererà o se cadrà indietro. Con un pizzico di fortuna, la palla supera la rete e vinciamo la partita ma senza fortuna ricadrà indietro e perderemo”.
“Direi che la morale del film – dichiara Matthew Goode, uno dei protagonisti di “Math Point” – è che con un pizzico di fortuna è possibile ottenere ciò che vogliamo ma se facciamo le scelte sbagliate non saremo mai felici… e i soldi e tutte le altre cose non sempre bastano a risolvere i nostri problemi”.
Certo il cinema hollywoodiano, portabandiera del “sogno americano”, ha sempre proposto quella sorta di destino e/o fortuna che si costruisce passo per passo, ovviamente con tanti sacrifici e forza di volontà, ma che prima o poi diventa realtà. Non è un caso se il primo film americano (in tutto e per tutto, nonostante il dichiarato riferimento al Vittorio De Sica di “Ladri di biciclette”) di Gabriele Muccino “La ricerca della felicità”, racconti una storia (per di più) vera che sostiene ancora questa tesi, e gli incassi al botteghino Usa (non solo) confermano ancora una volta che il pubblico americano crede ancora nella fortuna. E sempre e comunque c’è lo zampino del vecchio caro Frank Capra.
In “A History of Violence” di David Cronenberg, invece c’è un uomo che tenta di sfuggire al suo destino (ma è poi veramente così?), di cambiare esistenza rifugiandosi in una cittadina di provincia dove gestisce un bar e si è fatto una famiglia, tranquilla e onesta. Ma il suo passato si ripresenterà puntualmente per caso o per quelle coincidenze della vita che fanno sì che due persone di due emisferi opposti s’incontrino.
“La prima volta che ho letto la sceneggiatura – dichiara il direttore della fotografia del film Peter Suschitzky -, mi sono reso conto che era abbastanza diverso e più narrativo da quelli che David aveva girato. Per incoraggiarlo ad accettare, gli ho chiesto di pensare ai film di Fritz Lang, in cui uno dei temi principali è quello del protagonista che non può sfuggire al suo destino, un link interessante”.
Però è lo stesso Fritz Lang, in una vecchia intervista del futuro regista Peter Bogdanovich, a negare la teoria: “Non è il destino – diceva – che segna le nostre vite ma noi stessi”. Lui almeno ci era riuscito, rinunciando a restare nella Germania nazista e rifiutando la proposta di Goebbels di diventare regista del regime, lui però era già un maestro riconosciuto internazionalmente. Affrontò l’avventura hollywoodiana e riuscì a farsi strada senza rinunciare al suo stile e ai suoi principi. Ma, forse, non tutti siamo capaci o abbiamo l’occasione di diventare artefici del nostro destino, anche perché bisogna sempre fare i conti con gli altri, con gli eventi sociali e i disastri naturali.
“Il modo in cui la violenza è strutturata in questo film – spiega poi Cronenberg -, dal punto di vista narrativo, la violenza che usa il protagonista (ritrovandosi all’improvviso con i fantasmi del suo violento passato ndr), è del tutto giustificabile. Tom Stall è costretto a usarla, non ci sono alternative per lui. Nello stesso tempo non nascondiamo che la violenza che commette provoca conseguenze terribili in chi la subisce. Credo che si esca pensando che la violenza è un lato infelice, ma inevitabile dell’esistenza. E non possiamo starne lontani, non possiamo dire che non è mai giustificata. Possiamo dire che non è mai bella e questo è l’approccio che abbiamo scelto”.
Anche uno di quelli strani casi del destino provoca l’incontro tra i protagonisti del penultimo film del francese Patrice Leconte, “Relazioni intime”: lei si reca al primo appuntamento con l’analista che non conosce ancora ma bussa alla porta sbagliata e il timido e accomodante sconosciuto non ha il coraggio di smentirla. Tra i due si instaura uno strano e originale rapporto confessore-confessata che finirà comunque per aiutare entrambi. Se fosse andata dal vero psicanalista sarebbe finita nello stesso modo? Il quesito resta senza risposta, si possono fare solo delle ipotesi, ma sicuramente non sarebbe nata un’amicizia destinata a diventare qualcosa di più e di meglio.
Per il pluripremiato (anche con l’Oscar) “Crash” dell’ex sceneggiatore Paul Haggis e “Babel” del messicano Alejandro Gonzalez Inarritu il destino o il caso fa sì che l’esistenza di un gruppo di persone che non si conoscono si intrecci, anche senza che si debbano per forza incontrare. Uno spunto che ricorda “Magnolia”, fa scaturire il soggetto elaborato da Haggis, e la sceneggiatura scritta insieme a Bobby Moresco, che riguardano un gruppo di estranei, le cui vite entrano in collisione nei giorni prima di Natale nella Los Angeles odierna. Ma se il film punta su altro tema, gli incontri-scontri accadono per caso come può succedere a noi quotidianamente ogni volta che usciamo per strada, soprattutto in una grande metropoli. Infatti, il regista dice: “Non è un film su qualcun altro, sulle persone cattive che vivono lontane da noi. E’ un film sulla gente perbene, sulla gente che conosciamo; su persone come noi, persone che credono di sapere chi sono. E quando vengono messe alla prova, si rendono conto di non averne invece la minima idea. Nessuno dei personaggi ne esce illeso”.
E poi aggiunge, “Volevo giocare con gli stereotipi, con le cose che diamo per scontate sugli stranieri, si tratta di un viaggio per mettere a nudo la realtà del mio paese. Odio come gli americani adorino etichettare la gente. Ci piace dire ‘brava persona, cattiva persona’. Con questo film volevo che giudicassimo gli altri. Volevo che giudicassimo noi stessi”.
D’altra parte Gonzalez Inarritu in “Babel”, per parlare di un mondo dove ormai manca la compassione (lui ha dichiarato di  non amare il concetto di tolleranza perché implica sempre la repressione di qualche cosa), si affida a quelle piccole coincidenze (del destino?), fatti di quotidiana banalità, che finiscono per provocare catastrofi dall’altra parte del globo. In questo caso è un semplice fucile da caccia che nel suo passaggio-viaggio provoca una sorta di reazione a catena, fra Giappone, Stati Uniti, Messico e Marocco.
“In ‘Amores perros’ – dice Inarritu – c’era un unico punto di vista, in ’21 grammi’ erano tre le persone che raccontavano la storia, in ‘Babel’ (candidato all’Oscar) sono quattro i personaggi che non si incrociano mai, ma che sono uniti emotivamente. E sono pienamente d’accordo con il detto ‘il battito di ali di una farfalla a Tokyo può provocare un uragano a New York’, perché spesso una decisione presa a New York, tipo ridurre i costi di produzione, può provocare una tragedia in un altro lontano paese”.
In un certo senso anche “Tutti i battiti del mio cuore” di Jacques Audiard si colloca in questa serie di punti di vista, anche se con un altro obiettivo. Il protagonista, il ventottenne Tom, che segue le orme del padre nelle compravendite immobiliari, crede di poter cambiare (o riprendere) il suo destino. Infatti, un incontro casuale lo spinge a credere che potrebbe essere il pianista di talento che ha sempre sognato di diventare, proprio come sua madre. E cerca di prepararsi per un provino, senza lasciare la sua attività.
“L’eroe tragico – afferma Audiard – è una persona che si fissa un obiettivo che non riuscirà però a raggiungere: prende la mira, ma manca di pochissimo il bersaglio. Ma in questa posizione si sente perfettamente a suo agio”. Come a dire che ci ha provato, come ognuno di noi tenta spesso non per cambiare mestiere o vita, ma semplicemente per riuscire a fare quello che voleva/sognava fare da sempre.
Al cinema però si può sempre prendere una licenza poetica e il destino, a volte, lo può disegnare qualcun altro. Non solo Dio ma nemmeno noi stessi. E se la nostra esistenza fosse il romanzo incompiuto di uno scrittore in crisi? E’ la tesi di “Vero come la finzione” di Marc Forster (“Neverland – Un sogno per la vita”) con Will Ferrell, Emma Thompson e Dustin Hoffman. Infatti, dopo dieci anni Karen Eiffel si appresta a completare il suo nuovo libro, ma viene colpita dal blocco dello scrittore: come far fuori il protagonista del suo romanzo, e non immagina nemmeno che lui, Harold Crick, è una persona vera, viva e vegeta.
“E’ scritto – recitano le note di regia del film -, si afferma in molti testi spirituali, e più di una professione di fede afferma che il giorno della morte di una persona sia inciso sulla pietra molto prima che quella sia nata. Ma che succederebbe se a stabilire la scomparsa di un uomo fosse una scrittrice – e non una profetessa divina e onnisciente provvista di una tavoletta di creta-, ma un’autrice in crisi, irascibile e autodistruttiva dotata solo di una macchina da scrivere?”
“Per me – afferma il regista – il film è la storia di un uomo che per gran parte della sua vita ha dormito sonni profondi. A un certo punto quell’uomo si sveglia, capisce che il tempo rimasto a sua disposizione è pochissimo e si trova costretto a fare quello che in un certo senso tutti noi vorremmo: cambiare il corso del suo destino. L’ho trovata una sceneggiatura (di Zach Helm ndr.) fantastica, da cui poteva nascere una commedia divertente ma anche piena di sentimento”.
Comunque, riguardo il destino e le sue infinite variazioni anche al cinema non possiamo fare altro che ipotesi, che partono sempre dal mistero dell’esistenza e sull’ineluttabilità della morte. Temi che hanno sempre affascinato non solo i filosofi ma anche gli scrittori.

José de Arcangelo